
Era un mercoledì… e pioveva-2
Serie: Resto a leggere in stazione
- Episodio 1: Era un mercoledì… e pioveva-3
- Episodio 2: Era un mercoledì… e pioveva-4
- Episodio 3: Resto a leggere in stazione- intro
- Episodio 4: La biblioteca notturna-1
- Episodio 5: La biblioteca notturna-2
- Episodio 6: La biblioteca notturna-3
- Episodio 7: La biblioteca notturna-4
- Episodio 8: La biblioteca notturna- 5
- Episodio 9: Era un mercoledì… e pioveva
- Episodio 10: Era un mercoledì… e pioveva-2
STAGIONE 1
Giunto davanti allo stesso bar che il giorno prima mi aveva donato tanto da pensare incrociai un signore decisamente troppo anziano per evitarmi di pensarlo vecchio. Mi si avvicinò con movimenti goffi. Si riparava dalla pioggia sotto un ombrello ed un cappello a cilindro. I folti baffi grigi tentavano di dargli un tono che eclissava alla vista del cappotto consunto color cammello che sembrava essergli appiccicato addosso. Si fermò ad un metro da me. Cercò di dire qualcosa ma il respiro affannoso stroncava ogni sua parola. Si schiarì la voce e con un tono eccessivamente furbo, che mai avrei immaginato vestire ad un uomo del genere, mi parlò.
<<Sei pensieroso ragazzo?>> esclamò senza neanche presentarsi.
Rimasi confuso da quelle parole, come faceva a sapere dei miei pensieri e perché mai qualcuno nel cuore di un temporale avrebbe dovuto curarsene.
<<Chi dimentica l’ombrello durante un temporale del genere?>> Mi apostrofò concedendosi una grassa risata accompagnata a qualche colpo di tosse.
Mi alleggerì del turbamento scaturito da quelle parole e trassi un sospiro di sollievo che tentai di nascondere. Mi offrì riparo sotto il suo ombrello ed io accettai cercando di non offendere la sua gentilezza. Percorrendo il viale parlò senza mai fermarsi, ricordo il brusio delle parole indistinte che non cercavano risposta né dialogo coprire persino il suono della pioggia. La vecchiaia talvolta porta più esperienze che esperienza e, talvolta, non avendo altro qualcuno si sente in dovere, ed in diritto, di condividerle.
<<Come mai in biblioteca a quest’ora?>> domandò il vecchio ricoprendosi ancora una volta di quell’aria furba. Doveva avermi visto percorrere la medesima strada altre volte o era anch’esso un visitatore abituale della biblioteca notturna. Non volli risultare sorpreso o meno arguto ed anche se non avessi idea di chi fosse finsi di ricordarne il volto e non chiesi informazioni. Inventai delle frottole circa un sonno mancato che preferivo riempire con parole piuttosto che oziare. Lui rise di nuovo, come se sapesse la verità. Quell’uomo cominciava ad inquietarmi e in ogni istante contavo i palazzi mancati alla mia destinazione. Due palazzi, uno più alto e dipinto di un giallo paglierino, l’altro, decisamente più modesto, ricoperto da un rosso sbiadito. Tanto mancava quando di colpo si fermò.
<<Non trattare un vecchio come se non fosse nient’altro che vecchio>> esclamò senza il minimo preavviso.
Mi volsi a guardarlo tendando di addolcire qualche parola per restituirgli un po’ di fiducia che sembrava mancare. Ma non era l’insicurezza a muoverlo, tutt’altro. La pioggia spezzò quel momento e mi riavvicinai a lui sotto l’ombrello. Aspettavo delle parole, mie o sue, per sfuggire a quell’ambiente di disagio. Non mi parve di averlo offeso o di trattarlo da tonto, eppure, non sbagliava. Era un vecchio, invadente e petulante, odiava la gentilezza dovuta alla vecchiaia quanto, ne sono certo, l’arroganza di chi non rispetta tale età.
<< Il pensiero determina l’uomo>> aggiunse << e non v’è pensiero in un’idea maturata con l’esperienza>>
Quelle parole mi conferirono più serenità di quanto avrebbero dovuto. Era chiaro ciò che intendesse, tuttavia mai avrei pensato di sentir tali parole da un vecchio. La vecchiaia è l’immagine sputata del tempo, che tanto temo. Del tempo non vi sono che paure nel futuro quanto gioie nel passato, quantomeno per quanto i ricordi ci concedano, dei traumi passati la memoria ne crea debolezze, talvolta mascherata da forza; questa certezza ne portò altre. Io non temevo il futuro quanto il tempo stesso, tempo che scorre senza agganci per avvinghiarcisi, tempo che avevo a pochi palmi dal mio volto sotto uno strato di rughe. Come poteva dunque qualcuno che non aveva che tempo scaduto a disposizione ignorarlo con tanta facilità ed aggrapparsi ad un pensiero come valore della propria esistenza. Lui mentiva, doveva mentire per forza. Scelsi di accontentarlo e gli negai la gentilezza concessagli fino a pochi istanti prima.
<<Non è troppo tardi per lei?>> esclamai sperando subdolamente di scalfirlo.
Lui rise, rise e mi guardò negli occhi. Era questa la parte del tempo che odiavo, il troppo tardi. La paura che sia troppo tardi per fare qualcosa, per alzarsi, per riprendersi qualcosa. Questa paura ancora le emozioni e cementa i piedi a mezz’aria, avendo un passo mosso ma non concluso, donando una parvenza di scelta mentre il tempo continua a scorrere rendendo quel “troppo tardi” sempre più tangibile. Muovere un passo significa andare avanti ed andare avanti significa, nel peggiore dei casi, fare in modo che sia troppo tardi per cambiare direzione. Risulta dunque facile restare in balia di questo flusso per essere in tempo. In tempo per perdere ogni scelta possibile ed arrivare tardi persino all’inevitabile.
<<Certo che è troppo tardi, questo dovrebbe cambiare forse qualcosa?>> rispose con una voce più profonda e grave di quella che avevo udito nel suo chiacchiericcio. Lì per lì sorrisi, ritenendomi vincitore. Il vecchio si era infervorito cercando la ragione che non poteva permettersi. Quell’uomo placido e sereno che sembrava avere il controllo lo perse in una manciata di parola. La mitezza che aveva costruito attorno alla sua persona era crollata e probabilmente aveva già cominciato ad odiarmi. Aveva sprecato la sua vita e non avendo accumulato nulla per cui esistere si era aggrappato ad un pensiero del presente sperando di bastare così come fosse, così come non poteva essere visto. La vista che gli avevo donato, quella della sua vita come forma di pensiero non altrimenti esprimibile, in nessun modo, l’aveva probabilmente ferito più di quanto mi importasse. Continuammo a camminare superando i due palazzi vivaci che ci separavano dalla biblioteca notturna, arrivati dinanzi agli imponenti gradoni che preannunciavano l’ingresso in biblioteca rimasi indeciso se salutarlo, nella speranza che continuasse a camminare, o far finta di nulla supponendo che sarebbe entrato. Mi volsi a ringraziarlo con tono sfacciato data la mia recente vittoria. Tuttavia il suo volto non era affatto quello di un uomo sconfitto come io lo immaginavo. Sotto i baffi grigi mostrava un sorriso ornato da dei denti ingialliti. Il volto sereno e gli occhi decisi mi inquietarono ancora una volta. Non avevo vinto, ero semplicemente stato troppo presuntuoso per notare che avevo di fianco qualcuno in grado di ragionare, e di tacere. Qualcuno per cui non avrei dovuto provare disgusto, e per questo, ovviamente, lo odiai. Per lui era troppo tardi ma non gli importava. Era troppo tardi per riprendere la sua vita o darle un senso, ma andava bene. Per lui andava bene. Bastò questo per concedergli la possibilità di fare ciò che voleva. Forse per lui era così tardi che poteva permettersi di camminare a passo lento, senza curarsi di nulla, sapendo che non sarebbe arrivato tardi in nessun posto. Mi ritrovai una decina di passi dietro di lui. Mentre lo vedevo allontanarsi la pioggia cessò, non volle disturbare quel momento. Mi sentì insoddisfatto, avrei sicuramente avuto qualcos’altro da dirgli, qualcosa di migliore, una scusa per poterlo superare. Il vento portò un brivido di freddo e qualche foglia secca che sembrò liberarsi dall’acqua. I lampioni si spensero di colpo. Ripensai molte volte a quell’incontro, a quelle parole. Scambiammo poche frasi pregne di significato ed io ebbi l’arroganza di convincermi d’averlo compreso completamente. Le sue parole avrebbero potuto significare molte altre cose, che ignorai, spinto dalla tracotanza del momento. Avrebbero potuto dirmi come non cadere lì dove, in futuro, mi ritrovai ad arrancare, impotente. Aspettai ancora qualche istante prima di entrare in biblioteca e sperare di non incontrare mai più quel vecchio, ma prima di entrare raccolsi un sassolino.
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Invece oggi è venerdì e da me piove, ma vabbe’!
Comunque interessante il tuo racconto 🙂
Grazie mille