Fame e sazietà

Serie: Morirò d'estate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: ● Lei mi guardò per un attimo, poi con un sorriso furbo disse: «No grazie, io sono un delfino indipendente» salutandomi con un bacio sulla guancia.

«A presto» mi disse, allontanandosi.

«A presto» risposi col cuore che sembrava voler uscire dal petto. ●

Nei giorni seguenti, ci limitammo a parlare al telefono, il che non faceva che aumentare il mio desiderio di rivederla.

A casa, ormai ero praticamente solo, e questo, se da un lato mi tranquillizzava perché non dovevo più fingere di aver mangiato, dall’altro, peggiorava la situazione. Il cibo era praticamente scomparso dalla mia giornata. Ogni tanto mangiavo qualche spicchio di mela o di arancia, e quando le fitte allo stomaco diventavano insopportabili, andavo a letto e mi addormentavo.

Una sera, dopo aver finito di parlare con Serena, decisi di scrivere qualcosa sul mio diario. Era da giorni che non lo facevo.

Presi il diario da sotto il cuscino e, quando lo aprii, trovai un foglietto di quaderno a quadri strappato all’interno. Lo osservai per qualche secondo, cercando di ricordare quando l’avevo messo lì, ma non riuscivo a ricordare.

Lo dispiegai e cominciai a leggere: «Caro Luca, voglio subito tranquillizzarti: non ho letto una parola di quello che hai scritto qui. In questi mesi è stato difficile parlare con te, quindi ho pensato che questo fosse l’unico modo per esprimere ciò che avrei voluto dirti. Quando andavi in bagno a vomitare, io e Salvo ci sentivamo impotenti, perché ci rendevamo conto che non potevamo aiutarti in nessun modo e quindi facevamo finta di nulla. Non so perché lo fai, né cosa ti faccia stare così male, ma qualsiasi cosa sia, mi dispiace profondamente che tu non l’abbia condiviso con me, anzi con noi. Ho provato più volte a farti capire che potevi contare su di me, ma forse non l’ho fatto abbastanza. Non posso neanche immaginare cosa avrai passato nella tua vita, per essere arrivato a questo punto, ma ora che non rischio di essere mandato a quel paese, una cosa voglio dirtela: è un peccato che tu non riesca a vedere quanto di bello e speciale ci sia in te. Sei disponibile con tutti, hai una spontaneità e una simpatia travolgente che fa ridere, sei intelligente e soprattutto sai ascoltare. Ho invidiato il tuo modo di essere sopra le righe, senza mai voler sovrastare gli altri. Se solo riuscissi a vedere tutto questo, sicuramente la tua vita sarebbe diversa. Di certo migliore. So che ti stai facendo aiutare, anche se non me l’hai mai detto, e mi dispiace non averlo potuto fare anch’io. Ti auguro di essere felice e soprattutto amato. Perché lo meriti. Un grande abbracio, Diego».

Mi asciugai le lacrime, che avevano già bagnato le lenzuola, e riposi il diario sotto il cuscino, senza più la forza né la voglia di continuare.

Andai in bagno, mi sciacquai la faccia e andai a letto, anche se era ancora presto e il mondo fuori sembrava ancora pieno di vita.

Chiusi gli occhi cercando di addormentarmi, ma le parole di Diego mi risonavano nella testa, accompagnate dal ticchettio della sveglia con la gallina che becca. Mi alzai di scatto, ma un calo di pressione mi fece perdere l’equilibrio e cadere a terra, sbattendo il mento sul comodino e rovesciando la sveglia.

Quando mi rialzai vidi il sangue sul comodino e mi sentii mancare. Andai in bagno, mi guardai allo specchio e cominciai a piangere. Mi tamponai la ferita con la carta igienica, mentre cercavo un cerotto nella cassetta di pronto soccorso.

Quando tornai in camera da letto, vidi che il vetro della sveglia si era rotto, ma la gallina continuava a beccare imperterrita.

«Almeno lei non si arrende mai» dissi a voce alta, mentre pulivo il comodino. «Sono proprio caduto in basso» pensai, mentre il canovaccio si riempiva di sangue.

Quando finii di pulire, presi la sveglia e la buttai nella spazzatura. Tornai in camera, ma era come se quel tic-tac fosse ormai registrato dentro di me. Quindi ritornai in cucina e recuperai la sveglia. Era già la seconda volta che la buttavo e che poi la riprendevo.

«Se lei non vuole morire, perché dovrei volerlo io?», pensai, mentre la riponevo di nuovo al suo posto.

Presi il cellulare e mandai un messaggio a Serena: «Non ci vediamo da troppo tempo. A quando un altro caffè?».

La sua risposta non si fece attendere: «Con tutti questi caffè rischio l’infarto, che ne dici di una bella pizza?».

«Ok!», risposi senza pensarci troppo, realizzando solo dopo che avrei rischiato di vomitare in sua presenza.

«Va bene per te venerdì, alle 20:00 al Da Vinci? Così magari recuperi la brutta figura fatta tempo fa quando mi hai ignorata in presenza dei tuoi amici», scrisse Serena.

«Perfetto! Vedo che non dimentichi nulla», le risposi.

Tornai a letto e, nonostante il dolore al mento e il pensiero della cena con Serena, finalmente riuscii a dormire.

Mi svegliai alle 6:00 del mattino. Fuori, il cielo si stava colorando di rosa e io rimasi meravigliato dalla perfezione del momento.

«Non posso mollare ora che ho incontrato Serena», pensai, aprendo la finestra al sole.

Avevo ancora tre ore prima di andare al lavoro, così presi il diario, andai in cucina e cominciai a scrivere: «Martedì 5 settembre 2000. Ieri ho veramente capito di essere arrivato in un punto di non ritorno: o mi lascio morire oppure prendo veramente in mano le redini della mia vita e cerco di cambiare ciò che non va in me. Che poi cosa non va in me? Serena continua a dirmi che sono un koala e comincio a pensare che abbia ragione, ma sono stanco di dormire, non voglio più sopravvivere. Ho fame, fame di vita. Ho fame, ho tanta fame e non posso continuare ad avere paura. Non so come fare, ma so che non voglio più vivere così».

Chiusi il diario e lo lasciai sul tavolo, tanto non c’era più motivo di nasconderlo. Mi preparai per andare a lavorare e uscii di casa che erano ancora le 7:30. Volevo andare a fare colazione al bar, perché avevo fame di vita, ma avevo fame anche di pancia e non volevo più permettere alle mie insicurezze di togliermi anche il piacere di mangiare.

Appena arrivai al bar la vidi lì. Era di spalle, ma io ormai riuscivo a distinguerla anche tra mille.

«Ciao!» dissi.

Serena si girò e sorrise, e io improvvisamente mi sentii sazio.

Continua...

Serie: Morirò d'estate


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un altro episodio che esprime la grande sensibilità di tutti i protagonisti di questa storia, da Luca a Serena, fino all’ amico ex convivente, attento e discreto, che sapeva, ma non osava pronunciarsi sui problemi di Luca.