
Fast Food, Die Slow
Erano anni che Tobia non si concedeva uno di quei bisunti menù al Mc.
Ma stavolta la folata di fritto sospinta da un libeccio prenatalizio che spazzava tutta la città, era così ipnotica da fargli infrangere il voto salutista promesso all’endocrinologo.
In fondo se era riuscito a ridurre la dipendenza dagli oppiacei ad un paio di pere all’ anno, insomma solo per le occasioni speciali, del tipo capodanno e ferragosto, cosa mai poteva ancora insidiarlo?
Tobia attraversò la strada saltando sulle strisce bianche proprio come nella iconica copertina Abbey Road .
Anni prima gli era stato diagnosticato un disturbo ossessivo compulsivo (doc) su innesto mistico che teneva sotto controllo con venlafaxina 250 mg.
Questa molecola a detta del suo psycho sublima la compulsione di una ideazione ossessiva con la fame chimica da junk food.
All’ingresso ricambiò il sorriso del pagliaccio Ronald e con un affanno sproporzionato si fece spazio per mettersi in fila dietro una colonna indistinta di sbarbatelli chiassosi come clacson nell’ora di punta.
Mentre scorreva verso la cassa fu colto da un improvviso panico da indecisione sul display in alto dello “scegli menu” che lo inchiodò a terra.
Allora un pischello, spazientito, inveì contro di lui apostrofandolo: ”Oh, vecchio panzone ti decidi?”
Il gruppo di ragazzini che stava con il bulletto scoppiò in una risata che freezzò del tutto Tobia.
La Crew Manager fece finta di non sentire, in fondo era stata assunta perché era medius habens, non dava troppo nell’occhio: era un basso profilo perfetto per evitare ogni tipo di guai tra i dipendenti e con la clientela: ” Chi ti ha detto di cambiare l’olio? Questa friggitrice costa come una Ferrari” captai da un malcelato labiale indirizzato alla tettona, il cui diminutivo sulla targhetta dell’uniforme diceva Rosy. Probabilmente era una delle tante Rosa o Rosalia fuggite dalla Sicilia in cerca di…
Tobia come un Bart Simpson più vecchio ed obeso strinse i pugni, contrariato e senza girarsi per replicare all’affronto, sbuffando, puntò dritto ai cessi.
Con la testa china e la rassegnazione del walking dead man percorse quei pochi metri che lo separavano dal “braccio dei servizi igienici” evitando di incrociare il suo riflesso allo specchio.
Solo l’odore di cloroformio sembrò calmarlo. Si chiuse a chiave e dalla tasca della tuta estrasse della brown avanzata da capodanno scorso.
Gli balenarono alla mente i ricordi agrodolci di quando alle Superiori si nascondeva nei bagni dei professori girandosi qualche cannetta o segandosi furiosamente mentre sentiva lo scroscio di urina di quella zitellona di matematica urgente come Cascata delle Marmore.
Sudava freddo mentre con la mano incerta cercava l’ipodermica di fine anno ed il cucchiaino annerito, fedeli compagni di battaglie nascosti nella fessura interna del piumino della decathlon.
Il pensiero di spezzare il fioretto degli oppiacei lo attraversò come un gatto in tangenziale. In fondo si sarebbe giustificato con la scusa che rispetto al Mc Zozzone Menù, il buco restava il male minore.
Bollì la roba nel cucchiaino da cucina e l’ago succhiò tutto il contenuto nella siringa.
Nessun passo sospetto oltre la porta, solo rapidi scrosci di acqua dei rubinetti ed asciugatori intermittenti rotti da colpi di tosse e suonerie di smartphone.
Tobia si abbassò il calzettone di spugna indovinando alla cieca la vena trombizzata della caviglia bovina: solo pochi centimetri sopra dal tatuaggio “Fast food, Die Slow”
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Racconto interessante, asciutto, crudele a tratti. Si apre ricordandomi ‘Supersize Me’, nella sua atmosfera e nei colori di quel pagliaccio che mi si presenta subito alla mente, immagine iconica riconosciuta dai bambini di tutto il mondo più del volto del Cristo. Continua, in cassa fra i ragazzini, il lui umiliato, e allora penso a ‘Quel giorno di ordinaria follia’ e mi aspetto una reazione, una carneficina. Invece niente, si rintana in bagno e si fa una pera. Peccato. Non per il tuo finale, certo, quello mi amareggia ma mi piace, è giusto. Peccato per lui che la vita se la lascia scappare via. Bravo.
Grazie davvero! Si è vero c’è quell’atmosfera malata e psiconevrotica di supersize me e giorno di ordinaria follia di cui ho visto il film ma non ho letto il racconto. In effetti il finale è implosivo e ripiegato su se stesso, come va di moda dire adesso è un covert end 🙂
Racconto potente e brutale, ma anche molto umano. Forse avrei caricato di più il momento tra l’affronto dei bulletti e il bagno, in ogni caso si legge bene, bravo!
Grazie mille Gabriele,
Si esatto l’intenzione era quella da colpo da k.o. ed in effetti come sottolinei tu si apriva a varie sottotracce. Grazie anche per la ripetizione che hai segnalato appena capisco come correggere il testo procederò.