Felicitas

Serie: La terza via

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Mohamed, Ibrahim, Abdullah. Questi i nomi in codice delle prime tre versioni dell’IGS sviluppate in gran segreto dai Servizi Segreti dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi e dalla CIA. Tre versioni hackerate e crackate dell’originale sequenza, un lavoro grossolano, pieno di bug, per niente duttile, ma soprattutto, al momento, inutile. Nessuno di questi sistemi era in grado di riprodurre la stessa efficenza gestionale dell’originale, per non parlare del fatto, assai più rilevante, che non erano in grado si superare lo scoglio dei “dieci comandamenti”. Nessun dei tre nomi profetici aveva aggirato il dogma della democrazia, e rendeva dunque vani tutti i tentavi delle varie agenzie di intelligence di renderlo un sistema totalitario ed egemone.
Il centro nevralgico di queste operazioni si trovava a Medina, nei sotterranei di una vecchia fortezza inglese di fine ottocento, a pochi passi dalla città. L’area desertica e la completa mancanza di strade per raggiungerla, immersa tra due gole aguzze ed asperrime, consentiva il massimo riserbo per le operazioni.
Gli esponenti della “vecchia guardia” di programmatori, scienziati e ricercatori che provenivano dalla ormai smantellata StatICO, erano ormai dispersi, incarcerati o uccisi. Nessuno era riuscito a modificare il cuore dell’IGS, tra quelli che avevano ceduto alle pressioni; i pochi che non si erano piegati, erano stati fatti “sparire” nei modi più disparati.
Nessun risultato, dunque: un team di nuovi tecnici che non sapeva dove andare a sbattere la testa, continuamente sotto la pressione di minacce letali da parte dei loro aguzzini.
La campagna elettorale in America, era già iniziata e in altri paesi una simile tendenza stava prendendo piede. La situazione era in bilico, per questi cospiratori, e il tempo sempre meno; c’era bisogno di agire, di trovare un rimedio, di aggirare la sicurezza di quel sistema, così perfetto da poter ghermire l’intera umanità.
Il dottor Fao, scienziato presso il servizio segreto di Taiwan, era stato un sostenitore della prima ora di questa forzatura. Un nazionalista, fiero del suo retaggio cinese “originario”, anticomunista e deciso, profondamente deciso, di piegare l’IGS ai voleri dei suoi vertici, parte integrante anch’essi del Consiglio di Sicurezza Internazionale.
Sulle prime, il suo lavoro fu molto apprezzato, ma ben presto la scarsità dei risultati avrebbe gettato nel calderone dell’impazienza anche lui. Nessuno si risparmiava, in quel momento, nemmeno un volontario sostenitore entusiasta come Gen Fao. Fu dapprima incarcerato, poi torturato, fino a che non si superò, nonostante egli fosse così integerrimo, schierato e parziale, il limite: gli uomini avranno tutti un prezzo, questo è vero, ma hanno anche una soglia di sopportazione. Nel suo caso, questo limite era la famiglia. La CIA, in una Black Op congiunta con i Servizi Segreti di Taiwan, rapì sua moglie e sua figlia. Questo fu per Fao la goccia che fece traboccare il vaso; o forse, volendo essere più ottimisti, la mano che gli tolse il velo dagli occhi. Se fino a quel momento il dottor Fao era stato accecato dall’interesse o dal senso patriottico, ora niente lo confondeva; si era perfettamente reso conto di chi aveva di fronte e sulla propria testa: un manipolo di “uomini” senza scrupoli, crudeli a tal punto da mettere ogni interesse personale di potere e di denaro avanti ad ogni affetto, ad ogni forma di giustizia o rispetto. Era nel primo girone dell’inferno, e le fiamme gli avevano lambito le gambe. Menti corrotte e malate pretendevano risultati impossibili, e Fao lo sapeva; era dunque evidente che la sua famiglia era spacciata, se avesse continuato a perder tempo laggiù, sotto a quella maledetta fortezza.
Decise, preso da quella disperazione che fa dell’uomo un animale istintivo e prodigioso, di fuggire dal centro di ricerca e di andare a recuperare con le sue stesse forze sua figlia e sua moglie. Un’impresa suicida, per il dottor Fao, tuttavia nei suoi occhi brillava talmente vivida la luce della vendetta, dell’odio, che ne la paura ne la razionalità avrebbero più fatto parte della sua mente. Uscì di notte, miracolosamente, senza farsi notare. Giunse nel centro di Medina, dove si districò bene e scomparve tra le fitte serie di angusti vicoli dell’antica città araba. Trovò una di quelle che nel gergo si definiscono “case sicure”, un’abitazione che Gen conosceva, c’era stato anni prima, per un’operazione sul campo, insieme proprio al Servizio Segreto Saudita; sapeva che da quel luogo, ancora apparentemente attivo, si trovava l’unico telefono satellitare non schermato, nel giro di molti, moltissimi chilometri; o almeno, l’unico che conosceva. Rimaneva soltanto da entrare nel nido di vespe che sarebbe potuto essere quel piccolo appartamento al primo piano di una casetta quadrata, senza tetto, bianca e senza vetri alle finestre, vecchia quanto Medina stessa. Salì le scale, lentamente e trovò sul pianerottolo la porta aperta; nessuno, forse; solo la stessa vecchia che c’era anche l’altra volta, una signora gobba, magrissima, sempre seduta su di una poltrona di vimini, sorretta da cuscini dalle bellissime fantasie di colori, damascati, molto preziosi. Evidentemente, un regalo. Pare che la signora fosse ignara delle operazioni che si tenevano in casa sua e che soltanto, pazientemente, permettesse agli agenti di stare sul suo terrazzo o nel suo salotto, tanto bastava per non invadere il suo territorio consacrato: la cucina, dove stava giorno e sera lì seduta, al massimo a preparare decine di thè.
Nel suo fluente arabo, Fao, bisbigliando, disse:
“Signora, ehi, Signora Bekrut”.
La signora evidentemente non sentiva. “Signora Bekrut!” un po’ più forte.
Ancora, nessun risultato, al che, bussando sulla porta aperta, smise di parlar piano e a piena voce: “Signora Bekrut, buona sera! Si ricorda di me? Fao! Il cinese! Il cinese che voleva sempre il thè bianco!”
La signora Bekrut fece un sobbalzo, trasalì dal suo sonnecchiare, lo squadrò per un attimo con fare sospettoso e per niente amichevole, poi il suo viso rugoso si trasformò in un solare sorriso, quasi familiare, così caldo e sincero che ristorò anche lo stesso Fao: “Ragazzo mio, come sei invecchiato! Sei sempre il solito secchione dietro a strani marchingegni? Non ti vedo per niente bene! Ti ci vorrebbe un thè dei miei!”
Fao era rasserenato, ma subito adombrò…chiunque poteva esserci, pronto ad ucciderlo nelle altre stanze, lo aveva sentito. Ormai era un nemico, un disertore ed un fuggiasco: forse, alla fortezza, avevano già diramato l’allarme.
“Signora Bekrut, è così bello che lei si ricordi di me! Però senta, non ho un secondo da perdere, mi deve solo dire se c’è nessuno qui. Nessuno dei “nostri”, ha capito cosa intendo, no?”
Sempre sciolta in quel sorriso benefico, l’anziana gli tese la mano e, quasi come se avesse capito, con tono confidenziale ed abbassando un po’ la voce, disse: “Ma certo, caro mio, sono tutti di là che ti aspettano per la “cena”, vero? ”
Eh no, non si erano di certo capiti, era difficile in effetti, sembravano i protagonisti di una pessima barzelletta, il cinese e la vecchia araba. Ora il problema diventava di proporzioni enormi, tanto che si materializzò subito, senza nemmeno farsi attendere troppo. Scese un uomo, enorme, con dei grandi baffi neri, un viso arabeggiante dei più truci, grandi cicatrici sulle braccia, sul mento, sugli zigomi, un berretto in testa ed una divisa da sabotatore in pieno stile, armato fino ai denti. Comparse come se provenisse direttamente dal tetto, dalle ombre della notte:
“Vecchia, cosa urli? A chi parli? Ma! Ma! Un momento! C’è qualcuno e tu ci parli senza avvertirci? Chi cazzo è quel cine…No! Non ci posso credere! Gen! Fratello mio caro! Che ci fai da queste parti? Non dirmi che servi anche tu la causa!”
Fao, rimasto di sasso, come se fosse diventato una statua, abbozzò un sorriso con quell’unico pezzetto di labbro che riusciva a muovere: “Farid! Che, che bello vederti! Non contavo di vedere un uomo d’azione come te in questa casetta per tecnici con la mano tremante!”
Che infelice serie di battute…
“Gen, caro mio Gen, non sei mai stato un gran burlone, lascia le battute alla gente simpatica come me!” Seguì una sonora, raggelante risata. Ancor più raggelante fu il coro di altre risa che si levò dal tetto della casa: come minimo c’erano dieci persone, su; il rischio di venire trucidati si faceva elevato.
“Beh, che ci fai qui?”
Fao, sull’attimo, senza pensare, cercò di sfruttare al massimo quello che sembrava un minimo vantaggio, ricevuto in dono dal destino stesso.
“Devo fare una telefonata, una telefonata particolare” Disse quasi sottovoce, con fare confidenziale, cercando di recitare alla meglio la parte del complice.
L’altro, che sembrava crescere a dismisura dentro quella piccola stamberga, lo guardò con altrettanta intesa, gli strizzò l’occhio e con un plateale gesto del braccio e della mano lo invitò ad entrare nell’altra stanza; gli altri, ancora sul tetto; nemmeno sapeva quanti fossero. Di certo troppi.
Dritto, sicuro e veloce: il tempo di questa commedia era limitato, sebbene fosse ancora viva la possibilità che tutti già sapessero e che, una volta di spalle, con la cornetta all’orecchio, lo facessero secco. Entrò nel salotto, si avvicinò ad una serie di cuscini adagiati per terra, di fianco a quel solito mobiletto, quel solito sportello. Come un tempo, il filo del telefono usciva impercettibilmente da un foro sul retro del piccolo banco di legno, andando a finire nel muro, per giungere alla parabola installata sull’esterno, dove il segnale si sarebbe perso nell’etere, impossibile da intercettare. L’ansia di Fao si fece sudore, tanto sudore tra i capelli, sulla fronte, gocciolante sugli occhi. Il caldo di Medina, di quei vicoli, si fece d’improvviso insopportabile, opprimente; si soffocava, dall’ansia e dal pericolo. Aprì lo sportello, estrasse il grossolano telefono nero, di stampo militare, come un grosso cordless arcaico, attaccato al filo e alla corrente: quale cazzo era il numero? Il numero che aveva visto sul volantino, tre settimane prima, quando ancora era libero, prima di finire, per mano sua oltretutto, nei sotterranei della fortezza? Prima di tirarsi di testa, come un cretino, dentro ad un branco di alligatori affamati del suo sangue e del sangue di tutti gli abitanti del mondo? Perché? Per cosa? Quali ideali possono mai giustificare tutto questo? Lo sapeva? Certo che lo sapeva. Ne era pentito? Mai più pentito di oggi, di questo momento, il momento in cui tutte le domande ti bombardano il cervello, in cui non c’è un secondo da perdere, in cui tutto sembra vano, inutile, impossibile…irraggiungibile. Quale numero? Che c’era scritto sul volantino? Se lo era ripetuto per tutta la fuga, lo aveva visto e guardato centinaia di volta, disprezzandolo, schernendolo; ora ne aveva un disperato bisogno…era un numero così breve, così semplice, perché proprio ora gli era passato di mente?
Forse perché il cellulare di uno di quei tizi sul tetto stava suonando e da quel che riusciva a sentire, era successo qualcosa di grave, qualcosa che richiedeva urgenza: lo avevano scoperto, forse. Era fatto.
Eccolo, sì, ma certo, 57557: cinquantasette cinque cinque sette; cinquantasette cinque cinque sette. Lo compose, con un febbricitante tremore, sbagliò una volta, due, tasto rosso, tasto rosso, mio dio, parlavano tutti animosamente; era salito anche Farid, e ci mancava pure la vecchia che cominciava a cantilenare ridondanti inviti, perché era pronto il cazzo di thè. 

Sentì caricare un fucile.
La linea era libera. “tuuuuu”
Calò il silenzio.
“Tuuuuu”
Passi che scendevano ordinati e felpati le scale.
“Tuuuuu”
E dai, qualcuno che risponda.
“Tuuuuu”
Bekrut che urlava, il rumore della teiera in ebollizione che si faceva un fischio orrendo.
“Tuuuuu”
Qualcuno, alle sue spalle, aveva tirato il grilletto. 

La voce brillante, solare ed impostata di una ragazza giovane, dal tono vintage.  

“Human Logic Party, Partito Umanista, buongiorno, sono Jeanine, cosa fare per Lei?” 

La terza via
  • Episodio 1: Humanitas
  • Episodio 2: Felicitas
  • Pubblicato in Narrativa

    Commenti

      1. Foto del profilo di Michele Simonetti
        Michele Simonetti Post author

        Ciao Tiziano,
        innanzitutto grazie per l’interesse mostrato, come sempre!
        Sono dispiaciutissimo di non essere stato ancora in grado di pubblicare l’ultima parte di questo racconto, ma fortuna ha voluto che potessi entrare in studio di registrazione per l’album che stiamo incidendo, prima del tempo, per cui questo mese di Luglio è stato travagliato e il tempo non so più dove possa essere finito! Farò il possibile perché si giunga alle Elezioni prima di Ferragosto, promesso!