Fenomenologia della ridondanza 

Dalla cucina proveniva un sibilo lento, affaticato; per le stanze del piano terra si distingueva un vago profumo di spezie dolci, di frutta secca. Il rumore si faceva a poco a poco più netto, ma non forte. Qualche passo di una scarpa col tacco, lento, pesante, lo strusciare della suola, un cigolio appena accennato. La porta, socchiusa, non permetteva di vedere chi e cosa si celasse nella stanza, ma un sospiro profondo, sconfortato, chiarì che si trattava di una donna, che emise anche un colpo di tosse grassa, catarrosa; tentò di tirar su col naso, ma un evidente raffreddore glielo impediva. Un suono di stoviglie, di ceramiche contro ceramiche, poi un netto rumore ligneo. Il tiepido, confortevole, discendere dell’acqua dentro ad un recipiente, seguito dal familiare e domestico suono del cucchiaino che mescola. Ecco, il profumo delle spezie si fa più intenso, una mistura sapiente, dolce ed amara al punto giusto, paradisiaco: timo, finocchio e chiodi di garofano facevano da contraltare a the Jasmine, melograno e buccia d’arancia. Finissimo ed efficace, curativo al contempo. Buono, di certo. Apertura di uno sportello, anch’esso in legno, un altro colpetto ed ancora il rimestio del cucchiaino. La tisana, evidentemente, sarebbe stata consumata con lo zucchero. 

La porta socchiusa della cucina si aprì lentamente, con un fragoroso cigolio dei cardini e quel maledetto rumore che fa un sassolino quando rimane nello stipite a terra. Un leggero mugolio di disappunto anticipò di qualche secondo l’uscita della donna: una signora di gran stazza, col viso pieno e per niente segnato da un’età che invece veniva tradita dalle vene varicose e dalle mani gonfie e consunte. Una lavoratrice, dall’aspetto emaciato, colpevole un’influenza delle più noiose. Respirava con la bocca, con un leggero affanno, un po’ per il suo peso ed un po’ per il naso tappato. Il vestito, una taglia forte da domestica, era blu, con un classico grembiule bianco, qua e là sporcato di chiazze, inevitabilmente causate dal rigoverno. Dal ginocchio in giù le gambe erano mal celate da una calza che, non fosse stata estremamente in tiro, sarebbe stata bianca. Ma le forme prorompenti della donna si notavano anche nei polpacci, per cui la trama del collant si sfibrava lasciando intravedere, appunto, due arti sofferenti, vuoi per reggere il peso, vuoi per una vita passata a lavorare in piedi. 

Con un fare lento ma deciso la governante, di una splendida capigliatura canuta, raccolta in una cipolla perfetta e tenuta insieme da un lapis, proprio alla maniera delle vecchie fate nelle più antiche fiabe, si avvicinò al tavolino basso che stava tra il divano e le due poltrone disposte di fronte, dinnanzi al caminetto che spento da poco, lasciava ancora crepitare la brace coperta da una densa coltre di cenere grigia. 
Posò delicatamente il vassoio che teneva in mano, un bellissimo esemplare in Sheffield molto ben lavorato, con due manici ampi e rotondeggianti, sul quale poggiavano la teiera, con ancora acqua calda a disposizione, e la tazza, colma fino all’orlo, dentro la quale l’infusore rilasciava le essenze di quella deliziosa miscela di aromi. Infine un piattino, sul quale era adagiato un cucchiaino in argento Sterling, rifinito alla stessa maniera del vassoio. La tazza, di rara bellezza, era di una finissima porcellana, sicuramente di fabbricazione inglese, di un colore tra l’onice ed il beige, tenue e delicato, usato come base per un minuzioso disegno a mano raffigurante un piccolo cottage, con la ruota del mulino ed un allegro ruscello, sul quale passava un ponte di legno, percorso da una bambina e da un simpatico canino festoso. 
La donna squadrò il tavolino con una mano sul paffuto doppio mento, e poi schioccò le dita dell’altra in un simpatico gesto, che lasciava sottintendere un’idea, una soluzione; si voltò ed andò verso la parete opposta a quella del caminetto, dove era poggiato un mobile di alta falegnameria, in radica di noce e con pomelli in avorio, nel centro del quale si apriva una libreria a scaffalature robuste, ricolme di libri e di soprammobili dei più raffinati e delicati. Una mano di grande stile aveva arredato quella stanza e con tutta probabilità anche dalle ingenti possibilità economiche. La domestica afferrò con determinazione un vasino alto e stretto di peltro, si avvicinò alla porta della cucina, accanto alla quale era appoggiato su una base in ghisa un vaso in cotto dentro cui sorgevano rigogliosi dei gladioli; ne staccò una cima e la mise nel cantero di peltro. Si voltò e si diresse di nuovo al basso tavolo da the dove pose la sua semplice ma elegante composizione. 
Con un fare fiero e gioioso, la donna sorrise ed emise un tenero squittio, segno di grande soddisfazione; si portò indietro di un passo, estrasse il fazzoletto dalla tasca del grembiule, si soffiò educatamente il naso e poi disse, con voce rauca ma molto dolce ed affabile: “Prego, Signora: la tisana è servita.” 

Era tutto perfetto, a parte il fatto che non c’era nessuno seduto sulle poltrone ne sul divano. 

L’anziana e pingue governante, dallo sguardo squisito e aulico, rimase per qualche secondo immobile, con le mani congiunte, in segno di approvazione. Seguì un leggero inchino, poi ancora un paio di passi indietro. 
La sua figura parve per un attimo vibrare, poi si stabilizzò; di nuovo, vibrò più volte ed in maniera più consistente; una volta ferma, era divenuta meno definita, come se fosse un mosaico, composta da migliaia di quadratini. La sua tridimensionalità scomparve, fino a diventare una figura piatta; dapprima divenne in bianco e nero, poi, pezzo per pezzo, a scatti, gradualmente scomparve. 

Non c’era più traccia di lei se non un anello, proprio l’anello che teneva al dito anulare rigonfio e arrossato della mano sinistra, essenziale, riconducibile ad una fede nuziale. Cadde a terra ed emise un leggerissimo suono, come un bip. 

Dall’interno, lampeggiava un led rosso; guardando con più attenzione, questi si trovava accanto ad un altro led, spento, di colore verde. 

L’anello, come se avesse preso vita o fosse comandato dalla forza di un magnete, si drizzò su se stesso. Il led rosso lampeggiante si spense e prese a funzionare quello verde. Come una piccola ruota, iniziò a scorrere, girando, verso la porta della cucina, che al suo passaggio tornò socchiusa come prima della comparsa della donna, cigolando sonoramente. 

Dapprima si sentì di nuovo un bip, poi un altro, ed infine da un altro ancora.

Dalla cucina proveniva un sibilo lento, affaticato; per le stanze del piano terra si distingueva un vago profumo di spezie dolci, di frutta secca. Il rumore si faceva a poco a poco più netto, ma non forte. Qualche passo di una scarpa col tacco, pesante, lo strusciare della suola, un cigolio appena accennato. La porta, socchiusa, non permetteva di vedere chi e cosa si celasse nella stanza, ma un sospiro profondo, sconfortato, chiarì che si trattava di una donna, che emise anche un colpo di tosse grassa, catarrosa; tentò di tirar su col naso, ma un evidente raffreddore glielo…………..

Dalla cucina proveniva un sibilo lento, affaticato; per le stanze del piano terra si distingueva un vago profumo di spezie dolci, di frutta secca. Il rumore si faceva a poco a poco più netto, ma non forte. Qualche passo di una scarpa col tacco, pesante, lo strusciare della suola, un cigolio appena accennato. La porta, socchiusa, non permetteva di vedere chi e cosa si celasse nella stanza, ma un sospiro profondo, sconfortato, chiarì che si trattava di una donna, che emise anche un colpo di tosse grassa, catarrosa; tentò di tirar su col naso, ma un evidente raffreddore glielo…………..

Dalla cucina proveniva un sibilo lento, affaticato; per le stanze del piano terra si distingueva un vago profumo di spezie dolci, di frutta secca. Il rumore si faceva a poco a poco più netto, ma non forte. Qualche passo di una scarpa col tacco, pesante, lo strusciare della suola, un cigolio appena accennato. La porta, socchiusa, non permetteva di vedere chi e cosa si celasse nella stanza, ma un sospiro profondo, sconfortato, chiarì che si trattava di una donna, che emise anche un colpo di tosse grassa, catarrosa; tentò di tirar su col naso, ma un evidente raffreddore glielo…………..

Pubblicato in Narrativa

Commenti

  1. Ivana Mauro

    L’ho dovuto rileggere almeno un paio di volte. Il finale è originale fino alla “ridondanza”… La brevità del racconto, lo affranca dall’assenza di dialoghi, la descrizione apparentemente lunga è la preparazione della soluzione. La ritualità dei nostri gesti, l’eco delle immagini (e non solo) che ci lasciamo alle spalle…

  2. Tiziano Pitisci

    LibriCK assolutamente originale e, per rimanere fedele al titolo, ridondante nella struttura. Difficile coglierne il senso ad una prima lettura. Prosa raffinata e ricercata, vicina a quella dei grandi narratori descrittivi, anche se l’assenzanza dei dialoghi e del realismo di “Colpevole fino a prova contraria” lo rendono meno scorrevole.