Fobia

Vorrei poter dire che sono tra quelli che pensano che le brutte cose accadono solo agli altri, ma non lo sono. Posso solo essere onesto, e dire che, quando qualcosa mi ha afferrato la spalla, avvinghiato il collo, tirato a sé e fatto sputare, costretto a inspirare e tossire, in quel momento sapevo già che era troppo tardi, sapevo già come sarebbe andata a finire: male. Malissimo. Peggio. Lo avevo già capito molto prima di quel momento, prima ancora di partire. Avevo fatto di tutto per non andarci, in vacanza al mare. Ma era troppo tardi, ora, e qualcuno mi stava già strozzando, sollevando dall’acqua e allontanando dalla mia unica speranza di cambiare le cose. Mi stava tirando da sotto le ascelle, sollevando contro tutta la mia volontà. Io ci ho provato, a resistere, ci ho provato con tutto me stesso a combattere, spingere e dimenarmi, a sgusciare via: a restare in acqua! Non potevo immaginare di uscircene prima di averla trovata! C’era ancora tempo! Ne ero certo!

Perché Angela, la mia piccola, era là sotto, e le serviva aria, respirare. Uscire dagli abissi. Ma io ero contornato da cento mani che mi trattenevano, sollevavano e poi mettevano di pancia, schiacciato sul legno duro e scrostato che punge ma mica me ne potevo accorgere, con tutto quel casino in atto. Dopo, dopo devo dire che son rimasto allibito dai dettagli che sono stato in grado di riportare alla mente. Li descrissi alla terapeuta.

Ma in quel momento, io, pensavo solo a mia figlia.

«Lasciatemi!» avevo gridato? Se lo avevo fatto non servì a nulla: avevo i polsi ancora stretti in una morsa feroce, da fare male, e poi la tosse nel petto mi fece piegare in due e io sputai muco e sale, ma non mi arresi. E mi spinsi per saltare giù, tornare a fondo, andare dove avrei trovato la mia bimba. Il gesto di un’anguilla che salta dalla barca alle onde e grida: «Angela!» con tutto il fiato che ha nel cuore. Ma non penso di aver gridato per davvero. Spero di no. Di certo non mi sono mosso da dov’ero.

«Ehi, ehi, vieni qui, ci siamo noi» una voce aveva superato le onde e riempito il cielo, ma non stava gridando, anzi, era soave, dolce. Mi confuse la sua calma; come osava offrirmi pace negli abissi del mio inferno? Ed ecco un viso: giovane, l’acqua che sgorgava da un ragazzo dai capelli appiccicati al volto, sguardo dolce, quasi calmo, e tutto fuori luogo. Mi osservava; erano sue le braccia – le uniche braccia, lo ammetto – che mi stavano tenendo stretto, fermo; a quel punto ero esausto, e nei suoi occhi vedevo che non era poi tanto cattivo, quel ragazzo, ma non so se l’ho capito, sul momento. Mi teneva ventre in giù dicendo: «Guarda» indicava tra le onde «li vedi?».

E io vidi: vidi teste galleggiare e scomparire; e vidi piedi spumeggiare tra i marosi, piedi bianchi e agitati; poi altri piedi e anche mani; e bocche che inalavano respiri per poi tornare giù, negli abissi dalla mia bambina; e vidi spruzzi e schiuma, ma ancora non riuscivo a respirare e ancora non vedevo «Angela!» ho urlato, lo so per certo, quella volta mi sono sentito, e mi ha sentito anche braccia-forti. E ancora «Angela» ma questa volta stavo sussurrando, supplicavo il ragazzo gentile, cercavo soluzioni nei suoi occhi che non erano cattivi: «Vi prego.»

Io, steso, un sacco vuoto di speranza. Il ragazzo mi teneva ancora ma non schiacciava, mi muovevo, contorcevo e ripetevo, a vuoto: «Vi prego» un disco rotto. Guardavo lui e guardavo il mare, e vidi chi tornava a prendere aria e mi rompevo di singhiozzi: lacrime calde evaporavano nel gelo del cuore. «Non morire Angela.» Lo pensai, credo, ma poi le urlai di «non morire!» stavo supplicando dentro me, dove stava ancora bene ed era al caldo e al sicuro, sulla riva, prima che tutto questo accadesse «Promettimi che torni.» già piangevo «Prometti che ritorni da me.»

Da me.

«Trovata!» il grido tagliò l’acqua in due, e dalle onde apparvero le spalle e il viso di una piccola, inanimata figura dalla pelle blu. Impazzii. Mi dimenai, urlai: «No! Vivi!» glielo ordinai come padre, come amico, come suddito, «vivi» ordinai a me stesso come se io fossi in grado fare qualcosa, qualsiasi cosa, con quelle parole: «Vivi!» la mia voce sempre più assordante. Il mio mondo si era trasformato in un binocolo, puntato sul corpo – non è un corpo! – di mia figlia.

Angela, ti prego amore, vivi per me, per mamma, vivi per tutti gli anni che hai da vivere, vivi per i sorrisi che non hai ancora ricevuto, Angela, è papà a dirtelo, puoi farlo, vivi ti prego, vivi e ti prometto che ti tengo stretta e sicura, vivi «ANGELA!»

Fui costretto a guardare il corpicino, immobile e livido, lanciato sul moscone e via, qualcuno veloce a remare ma mai abbastanza in fretta, noi a seguire. E poi vidi la spiaggia e toccai terra, e mi inginocchiai fuori dal malefico mare. I piedi ancora in acqua, Angela è una linea sottile sul foglio della riva.

Troppo piccola, troppo immobile al centro di un mondo che le si muoveva intorno: i soccorsi, le onde, le pressioni sul petto di chi l’aveva trovata, curiosi. Tutto si muoveva eccetto lei: Angela, lei era ancora immobile, trasparente e azzurra come il cielo che sbiadiva troppo presto. Minuscola negli otto anni in lotta contro un mare infame che l’aveva tolta, per punizione, a un padre distratto. Colpevole!

Si alzarono il vento, le voci, e le braccia che lavoravano con le pressioni e le pause, pressioni e pause, e poi ci fu un grido: fui io a gridare, – lo so, non dovevo, ma nemmeno riuscii a evitarlo, quel grido –, e sempre, e ancora, il suo silenzio.

Il mondo mi si stava strappando dinanzi come carta da pacchi, e le ginocchia mi si erano puntate nella sabbia, si stavano offrendo a un Dio in cui non avevo mai creduto, supplicavano la vita per le mie mancanze. Colpevole! Mi dimisi da me stesso.

«Prendi me.» Dissi a voce alta, o forse no: «Prendi me, per favore» supplicai, sentendomi poi urlare «Cazzo, no!» con la bile impigliata in gola. E io ci misi troppo a sentire, sotto al mio stesso frastuono, che lei tossiva! Angela stava tossendo, sputacchiava in mano a chi l’aveva girata sul fianco, per aiutarla a liberarsi dal mare che aveva dentro. A ogni sputo un germoglio, a ogni spasmo più colore. Vita!

«Angela!» Mi catapultai ad abbracciarla ma una mano afferrò l’elastico del mio costume, e tirandolo su e giù disse:

«Papà?»

Era Angela. Mi strattonava da dietro, sorrideva felice mentre mi guardava dal basso dei suoi anni, con quel suo sorriso perfetto. Chiese: «Posso andare a fare il bagno, ora?» I suoi capelli, biondi e felici, svolazzavano nel vento caldo del mezzogiorno, portavano messaggi di allegria. I suoi occhi erano vivi, occhi che non sapevano ancora che cos’era il domani. E il suo viso non era livido ma colmo, vibrante.

«Angela…» provai a dire, ma Serena s’intromise, uno sguardo di stralcio, una stretta al bicipite – un laccio –, e poi un sorriso grande come il mondo offerto a nostra figlia,  le sento dire: «Certo che puoi andare a fare il bagno, amore» dando in pasto al mare la mia vita più cara.

Come detto, io sono tra quelli che sanno che non finisce mai bene e non posso guardare, non posso sapere. Per questo me ne torno allo sdraio e, dando le spalle al mare, allungo la mano nel marsupio da cui prendo uno Xanax, lo mastico senz’acqua: ho promesso, no, ho giurato, di non gridare mai alla mia bimba che il mare è un mostro, e che oggi, lo so per certo, la mangerà.

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Discussioni

  1. Simona ho respirato solo ora che sono arrivato alla fine …sono ciano!
    Ho rivissuto momenti terribili quando io stesso fui strappato dalla presa del mare che mi voleva fare suo.
    Poi, da papà, come non ricordare quella salda apprensione di quando i miei figli si lanciavano sorridenti tra le sue onde. Brava

  2. Un piccolo capolavoro. Tieni chi ti legge col fiato sospeso per poi dare improvvisamente una boccata d’ossigeno, ma è ossigeno che lascia l’amaro in bocca. Brava!

  3. Ciao Simona, leggo solo ora questo racconto e ti dico che ho le lacrime agli occhi. Ho dato uno sguardo ai commenti e ho compreso che, per fortuna, non soffri di questo disagio in maniera così forte. Per esperienza indiretta personale, mi sono calata nel protagonista con tutta l’anima: è difficile descrivere uno stato d’animo con tanta puntualità. Perfecto.

  4. “E io ci misi troppo a sentire, sotto al mio stesso frastuono, che lei tossiva! Angela stava tossendo”
    Oh santo cielo, finalmente! Ma che angoscia, però, sono arrivato fin qui con il cuore in gola. Hai fatto bene ad aspettare prima di far tirare un sospiro si sollievo al lettore però sono stato davvero male!

  5. Ciao Simona, sono da poco in Open ed è la prima volta che leggo qualcosa di tuo. Mi hai tenuta incollata fino alla fine nella speranza che la bimba si salvasse, sono sincera, non solo per sé, ma soprattutto per quel padre che sa così bene colpevolizzarsi e nel quale è facile per ogni genitore immedesimarsi. Speravo per lui che tutto si risolvesse al meglio e non potevo immaginare il proseguo della sua vita con quel macigno sullo stomaco. Con un breve racconto mi hai tirato fuori un mix di emozioni. E’ così che si fa un buon scrittore.

  6. Attenzione Simona, attenzione. No, non mi unisco ai compimenti. Preferisco una onesta recensione.

    Il contenuto è da Oscar. E sì che spesso dicono dei miei scritti che rasentano l’onirico: ma qui ti rendo gli onori. Un incubo, più di un incubo: è la realtà perpetrata da un mare malvagio e assassino.

    Io mi associo a quel papà, dire che vedo cieli scuri non descrive appieno un’attitudine che sfuma decisamente sul nero.

    Se non fosse per qualche frase da rivedere, poche in verità, delle ripetizioni evitabili e forse qualche espressione da verificare (e te lo dice uno che non è professore) questo testo farebbe sussultare un Poe.

    Il ritmo è veramente coinvolgente, bravissima.
    Sarei onorato di una tua lettura, sinceramente.

    Dimmi che la prossima volta mi inchinerò ammirato, al solo suono del silenzio.

  7. Ottimo racconto, ho molto apprezzato lo stile narrativo dal punto di vista del padre, attraverso il quale crei un ritmo concitato, trasmettendo la sua angoscia anche al lettore. Spiazzante poi la conclusione.
    Aggiunta personale: ahimè anche io ho a volte questo brutto vizio, di immaginarmi cosa potrebbe andar male, ed è stato in un certo senso consolante questo momento di condivisione di questa forma di malessere. Grazie!