
Focke Wulf
Sotto di lui c’era la steppa russa.
Richard sentiva il motore radiale andare che era una bellezza.Vide le isbe, le abitazioni russe, ma anche le colonne di Panzer in movimento verso oriente.
Disprezzava i carristi. Mentre loro restavano chiusi in abitacoli bui e polverosi, lui stava in un abitacolo sì più piccolo ma illuminato dalla luce del sole.
Era un privilegiato.
Richard era il capitano pilota della Luftwaffe Richard Endrich e avrebbe esportato il nazionalsocialismo in quelle terre desolate.
Era ottimista, presto sarebbe giunto in vista dell’obiettivo. Pensava che una missione in solitaria fosse difficile, ma quello era un rito di iniziazione.
In cielo comparvero dei piccoli fiocchi neri e Richard si accorse che la contraerea sovietica stava cercando di abbatterlo: le pallottole erano più delle perle di luce in ascensione e lui le evitò virando a destra.
All’improvviso, vide quei Kukuruznik.
Erano così ridicoli, quei biplani dalla stella rossa: sembravano bombi stupidi e destinati alla morte: il suo Focke-Wulf, invece, era a metà fra un calabrone aggressivo e un falco con gli artigli protesi per arraffare, uccidere, distruggere.
Calò in picchiata e con le mitragliatrici e i cannoncini MG fece fuoco.
Vide le ali dei Kukuruznik disgregarsi, finire tranciate, le code si polverizzarono, le fusoliere si frantumarono e i piloti diventarono nebulose di sangue.
Era lo spettacolo della distruzione e secondo lui non c’era niente di più bello a confronto. Si immaginò “La cavalcata delle valchirie” suonata in sottofondo e sorrise soddisfatto. Wagner sarebbe stato contento di quell’esportazione del nazionalsocialismo e della cultura germanica in quelle terre slave.
Stava godendosi quello spettacolo, quando l’istinto gli prudette.
Sollevò lo sguardo e vide arrivare da oriente quelli che erano per metà calabroni e per l’altra falchi, solo con le stelle rosse.
Non ci poteva credere. Richard aveva davanti a sé dei Focke-Wulf sovietici, delle prede di guerra che adesso, i perfidi rossi, stavano usando contro di lui.
Restò un attimo immobile, indeciso sul da farsi, ma decise di non tagliare la corda. Fece alitare le MG 131 calibro tredici millimetri e gli MG 151/20 calibro venti.
«Ora sì, che si gioca ad armi pari». Il suo viso si deformò in una smorfia sadica. «Vi faccio vedere io chi è il migliore».
Si infilò in quella giungla di belve feroci: movimenti convulsi, a destra e a sinistra, cabrate improvvise, discese in picchiata, ma prima che riuscisse ad abbattere un Focke-Wulf russo, sentì che una sventagliata lo aveva colpito.
Lo aveva privato della coda.
Iniziò a precipitare e Richard urlò disperato: il rito di iniziazione obbligava di andare in missione senza paracadute.
Forse sarebbe stato meglio combattere da dentro un Panzer, pensò.
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“Forse sarebbe stato meglio combattere da dentro un Panzer, pensò.”
Concordo, meglio tenere i piedi per terra anche se l’estasi del volo è unica
Già! Grazie del tuo commento
Bel racconto, cn un finale netto. Anche io sono dell’opinione che è sempre meglio stare coi piedi per terra, dentro un mezzo corazzato se possibile
Grazie per il tuo bel commento, Alessandro!
Eccola, la fine, così com’è. Punto. Grazie Kenji <3
Ciao Alessandra e grazie! In questo librick ho messo la passione per l’aeronautica e la seconda guerra mondiale a est (adoro scrivere della guerra fra nazisti e sovietici) anche perché penso che le uniformi più belle di quel conflitto siano state quelle tedesche e quelle russe assieme alle americane.