Gigio Zucca

Serie: Lo strano caso della scomparsa di Gigio Zucca e del suo (altrettanto inspiegabile) ritorno

Non aveva tutti i suoi a casa, lo sapevano tutti!

Da qualche tempo suo marito Gigio si alzava nel cuore della notte, svegliandola, e usciva di casa. Gina aveva pensato due giorni interi a dove andasse a quell’ora, poi aveva smesso.

Esasperata, quella mattina si era fatta prescrivere del sonnifero dal dottor Cassani.

Gigio non era ancora rincasato dal bar, come al solito, ma lei si era già coricata. Ingoiò dunque la pastiglia, perché facesse effetto prima del suo ritorno e non la svegliasse nel pieno della notte.

Quello che suo marito faceva durante il giorno era, invece, risaputo. Faceva colazione ogni mattina al Caffè Eldorado, con alcuni colleghi. Bevevano il caffè e mangiavano qualche cosa, giusto per non arrivare a mezzogiorno con la tenia in pancia. Alle 7,45 uscivano per raggiungere la fabbrica.

Ci mettevano cinque minuti a piedi, costeggiando la statale. Si mettevano in coda ai cancelli. Mentre stava in fila ascoltava i discorsi, ma non si immischiava mai. Attraversato il cancello timbrava il cartellino, tutti i giorni alle 7,58. La sua regolarità era impressionante.

La mattina, di solito, passava veloce. Nella pausa vedeva i colleghi in mensa, schiacciava un pisolino e alle 12,55 la prima campanella lo svegliava. Il pomeriggio sembrava eterno. Per tutto il tempo girava il reparto, controllando che nessuno si imboscasse. Finiva alle 18,00 e di solito era molto stanco.

A cena Gina cercava di intavolare un discorso o ciarlava in continuazione delle amiche Tal dei Tali e Pincopallino. Quei discorsi erano troppo stupidi per uno che si fa il culo dalla mattina alla sera.

Così, dopo aver mandato giù un boccone, se ne tornava al Caffè Eldorado. Appollaiato su uno sgabello, spalle rivolte all’oste, guardava gli amici giocare a biliardo.

Tutta la sera passata così, finendo spesso ubriaco fradicio sul marciapiede. Se qualcuno aveva il buon cuore di riaccompagnarlo a casa, tornava a un orario decente.

Così l’ultimo pensiero di Gina fu per lui. Sperando in qualche buon cuore.

*

Al Caffè Eldorado, quella sera Gigio si sentiva più loquace e ci voleva poco. Lui e l’amico Giovanni avevano bevuto più del solito.

Il barista cominciò ad averne abbastanza dei due, le cui grida si alzavano d’improvviso, disturbando gli spettatori della partita di calcio. Quando fece caso ai troppi bicchierini che avevano sul bancone, sbroccò.

– Voi due, volete finirla di bere?

– Che ti prende, amico? Li paghiamo questo cognac, – gli risposero sorpresi e anche un po’ offesi.

– Dovete solo provarci a non pagare!

– Certo, che ti prende? Non si serve più da bere a due vecchi amici?

– Ah sì? – Li minacciò con un mestolo. – Se volete annegare, fatelo fuori di qui!

Fiutando il guaio, si alzarono dai trespoli, dopo aver lasciato due banconote sul bancone. Barcollarono verso la porta, sostenendosi a vicenda.

Fuori soffiava una brezza gelida, che fece ritornare Gigio in sé. Si bloccò, indicando il cielo verso sud con il dito, in direzione dei campi e delle fattorie.

– Lo sapevo che sarebbero arrivati.

– Chi sarebbe arrivato? – lo interrogò Giovanni.

Gigio si era fatto pensieroso.

– Chi?

– Loro.

– Loro chi? – Giovanni non riusciva proprio a capire.

– Insomma! Loro! Dallo spazio! – sbottò esasperato. – Non posso stare qua a spiegarti! Potrebbe essere già tardi!

Giovanni si picchiò il dito sulla tempia e decise di andarsene. Gigio lo prese per un braccio e lo affrontò a muso duro.

– Sentimi, Giovanni. Io sono un uomo e intendo scoprire cosa stanno combinando. Se non sei un codardo, ti conviene seguirmi.

– Gigio, tu sei pazzo. Pazzo da legare! Lo sapevo che non hai tutti i tuoi a casa, lo dicono tutti, ma non credevo fossi marcio fino a questo punto!

Offeso, Gigio gli allungò un destro alla mandibola, stendendolo. Era stato un pugile dilettante da giovane. Poi, parlottando tra sé, si avviò verso il confine del paese. Se la sarebbe vista da solo con quegli alieni!

– Non mi fanno paura. Dovranno fare i conti con Gigio Zucca!

Percorse un tratto di strada accanto al campo incolto, fino al confine con uno di mais. La luna velata dalle nuvole illuminava lievemente le zolle di terra.

Costeggiò la riva del fosso che divideva i due appezzamenti, fino a che non si trovò di fronte alla cascina dei Santini, di là del campo arato.

Puntò verso i filari di mais. Si fece strada aiutandosi con le mani, procurandosi leggere ferite contro i bordi taglienti delle foglie. Le piante di mais erano molto più alte di lui, ma non aveva importanza. Sapeva benissimo dove andare.

Su alcune zone del campo c’era un leggero strato di acqua, abitato da una moltitudine di zanzare, che si alzavano in sciami al suo passaggio. Sentiva il fango sotto le scarpe, aveva piovuto per tre giorni di fila, una rarità per quel posto. Anche quel fatto lo aveva insospettito, forse gli alieni avevano il potere di comandare gli eventi atmosferici. Avrebbero potuto far capitare un secondo diluvio universale e spazzare via tutto. Senza contare che in giro non aveva visto nessuno costruire una qualche cazzo di arca.

Stava contando i passi per sapere quanto mancava al contatto.

Le piante cominciarono a diradarsi. Alcune erano spezzate, altre non avevano più le pannocchie, altre ancora erano bruciate.

Davanti a lui si aprì uno spiazzo rotondo, di circa venti metri di diametro, dove il mais era schiacciato a terra.

Uscì dal folto delle piante e varcò la soglia.

Venne percosso dal vento di tramontana. Sembrava una di quelle notti in cui senti che una stagione sta per finire.

Percorse tutto il perimetro dello spiazzo, cercando qualche segno. Era solo, in mezzo ai campi, tra fattorie che sembravano sentinelle solitarie. Quasi proteggessero i quattro angoli del mondo dall’invasione degli extraterrestri. Sentiva il latrare dei cani provenire dalle cascine. Erano inquieti, come lui, anche se lui sapeva perché.

Era nella zona di nessuno.

Si inginocchiò al centro dello spiazzo. Tirò fuori di tasca un osso di vacca che aveva preso dai rifiuti di una macelleria. Lo conficcò nella terra e poi tracciò un cerchio intorno, dividendolo in dodici parti con una bussola, partendo da nord, come fosse una meridiana. Lo aveva imparato nei libri.

Ora doveva solo avere pazienza, non avrebbero tardato.

La luna, che era rimasta mascherata dietro un velo di nubi leggere, fece capolino. Subito l’ambiente intorno si illuminò e l’osso gettò la sua ombra sul cerchio, in direzione est.

Sorrise. Tutto coincideva.

Un colpo di vento formò un mulinello.

Gigio restò inginocchiato, col viso rivolto al terreno. Un ronzio sordo, impastato con i battiti del suo cuore, si faceva sempre più vicino, nell’atmosfera ovattata.

L’aria divenne d’un tratto elettrica, lampi di luce illuminavano il cielo. A poco a poco la luna si eclissò, tutto divenne più buio.

Portò le mani al volto, attonito. Da sopra lo investì aria calda, la sentiva sul collo, si infilava sotto i vestiti.

Quel ronzio diventò un clamore sopra di lui. I cani delle fattorie arrancavano atterriti, ululando.

Alzò la testa piano piano, turandosi le orecchie per il grande frastuono.

Com’era arrivato, il vento cessò.

Aprì gli occhi e rimase accecato per un istante dalle luci sopra di lui. Andavano a intermittenza, in cerchi concentrici e quando si fu abituato a quella luce, poté distinguere nel centro un alveolo rotondo. Azzurrognolo.

Si alzò, a bocca aperta. Non riusciva più a vedere il cielo, oscurato da quella massa vagamente illuminata di bianco.

Era enorme!

Gigio Zucca si batté il petto. Fissò la bocca rotonda a perpendicolo sopra di lui.

Non sapeva cosa dire, quella cosa sorpassava qualsiasi immaginazione, ogni regola.

Rise con le lacrime agli occhi.

Il bagliore azzurro si intensificò e una colonna di luce scese verso terra, investendolo in pieno.

I raggi sembravano oltrepassare il suo corpo, che diventava trasparente. Gigio si toccò le braccia e sentì di essere ancora materia, ma lentamente perdeva il contatto con la terra e con l’aria e i suoi occhi vagavano nella luce soffusa che lo aveva inglobato.

Poi non sentì più niente. Clic. Fine delle trasmissioni.

*

A casa Zucca, Gina era sveglia, ma solo allora guardò in parte a sé, nel letto, la metà di Gigio ancora in ordine.

Non era tornato a casa.

Si alzò, tanto non avrebbe più dormito.

Infilò le ciabatte e andò in soggiorno.

Sul tavolino di cristallo era rimasta una bottiglia di cognac, quasi finita e uno dei libri che Gigio stava leggendo. Lesse il retro. Raccontava di un’invasione di extraterrestri. Scorse le prime pagine, leggendo qua e là. Che razza di boiate. Solo Gigio, che non aveva tutti i suoi a casa, poteva credere a delle fesserie simili.

Bevve un paio di bicchierini alla salute di suo marito, che aveva sopportato per vent’anni.

Un lampo balenò nel cielo. Un altro temporale? Una folata d’aria fredda spalancò la finestra.

Fuori i cani ululavano.

Fece per alzarsi e andare a chiuderla, ma ricadde di peso sul divano. Si tastò il ventre. Non stava molto bene.

Era stato il sonnifero, il cognac, o l’aria fredda? O la preoccupazione per Gigio? O tutte queste cose insieme?

Serie: Lo strano caso della scomparsa di Gigio Zucca e del suo (altrettanto inspiegabile) ritorno
  • Episodio 1: Gigio Zucca
  • Episodio 2: Gina Zucca
  • Episodio 3: Arturo Cassani
  • Episodio 4: Giovanni Vinger
  • Episodio 5: Gli extraterrestri
  • Episodio 6: Betta “Crazy” Vinger
  • Episodio 7: Giorgio Vinger, primario
  • Episodio 8: Gigio e Betta
  • Recommended1 recommendationPublished in Sci-Fi, Umoristico / Grottesco

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    Responses

    1. Ciao Emanuele, ho iniziato la tua serie solo oggi e la seguirò con piacere. Il tuo incipit mi ha riportato alla mente i racconti anni ottanta sui rapimenti alieni e gli X file. Mi piace, questa atmosfera vintage! 😀

    2. Ciao Emanuele, un incipit ben orchestrato, hai saputo ben descrivere e trasmettere l’avvenimento del rapimento alieno e ciò che ha provato il protagonista in ogni passaggio. Storia interessante, a questo punto sono curioso di capire cosa accadrà al povero Gigio, bello anche il taglio ironico. Un saluto, alla prossima!

    3. Secondo me ci vorrebbe mezzo rigo di spiegazione o come minimo un’idea dell’autore (ovvero: non è detto, per me, che uno lo debba scrivere, ma comunque secondo me l’autore è meglio che lo sappia) su come ha fatto Gigio, che era anche brillo, a trovare il nord con una certa esattezza, di notte, in un campo di mais. Non è una cosa banalissima. Mi rendo conto che è una pignoleria…

      1. In effetti nella prima versione mancava questo particolare, perciò ho inserito una bussola, la utilizza dopo aver conficcato l’osso di vacca nel terreno.

      1. Scusa di nuovo per le osservazioni, le volevo cancellare ma non si può… 🙂
        Attendo il secondo episodio!