Giochi di luce

Erano le 7 ed il primo sole d’ottobre stava sorgendo, spargendo ombre sul muro della mia stanza. Lei se ne stava lì, coperta da un sottile lenzuolo, rinchiusa nel sogno che l’aveva portata a pronunciare quel nome. “Eduard”, ripeté. La guardavo, fumando uno dei miei sigari di buona annata, riempiendo la stanza di una nebbia che lei da sempre aveva detestato. Aveva aperto gli occhi e per un istante mi rivolse lo sguardo, come a cercare un’altra persona in quello che, tuttavia, era il mio volto. Si sedette a bordo letto. “Ciao amore.” Non le risposi. “Va tutto bene?” Mi alzai e mi diressi verso la cucina, dimenticandomi completamente dell’unica regola posta sul fumo in casa. Lei mi seguì, interrogandosi ed interrogandomi ad ogni mio passo, ma senza pronunciare neanche una delle tante domande che le balenavano per la testa. Si sedette di fronte a me, per poi accorgersi di trovarsi davanti ad un tavolo vuoto, privo della colazione che solitamente amavo prepararle. Non fiatò. Prese due tazze, ci versò del latte, me ne poggiò una davanti e tornò a sedersi, mantenendo lo sguardo fisso verso i miei occhi. Fu una colazione silenziosa, ed a pasto concluso spensi il sigaro nella tazza, il che provocò in lei una smorfia, ma non la convinse a demordere. In quel momento volevo solo andarmene. Vestirmi di fretta e correre fuori, ad ammirare un alba che da anni non sapevo più cogliere. Lei me lo lesse negli occhi. “Se vuoi andare fai pure, ne parliamo dopo.” Quelle parole mi avevano incollato al bordo del letto, dove ora mi trovavo, chinato, intento ad indossare le scarpe. Mollai i lacci e mi alzai, guardandola. “Lo hai fatto di nuovo.” le dissi. “Fatto cosa?” “Lo stavi cercando nel sonno, pronunciavi il suo nome e…” Una stretta al cuore non mi permise di continuare. Ero in lacrime, stretto nel suo abbraccio. Le sue mani a stento riuscivano a sfiorarsi dietro la mia schiena. “Stavi cercando nostro figlio, amore.” “Hai pronunciato il suo nome, stavi sorridendo.” “Perché non riesci a lasciarlo andare. Lui non c’è più. Non c’è più, cazzo! Non c’è più”. Ed il sole continuava a proiettare l’ombra delle mie lacrime sulla bianca parete, una tempo riempita delle sue foto.   

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