
Gli arcieri del mare
1571
Luchino stava ricordando i suoi antenati. Figlio di arciere, nipote di arcieri, pronipote di arcieri, la sua vita era l’arco e frecce, la sua vita girava in tondo alla corda che veniva tesa dall’arco. Se non sbagliava, aveva antenati che avevano combattuto in Francia due secoli prima, ma ora lui si trovava in mezzo al mare.
«Sveglia».
La voce del sergente lo riscosse. Ma certo, non devo addormentarmi sotto il sole.
Le galee puntavano minacciose sulla nave su cui si trovava, attorno a lui c’era un frastuono di voci con i corpi che si agitavano.
Forse, sarebbe stato meglio che lui passasse all’archibugio, era più moderno, visto anche il progresso tecnologico, ma era un fedele seguace dell’arco.
«Arrivano» gridò ancora il sergente.
Come se fosse una battaglia navale all’epoca dell’antica Roma – Azzio, le guerre puniche… – le galee turche si avvicinavano. Luchino avrebbe potuto colpire con grande facilità i guerrieri turchi, anche cavargli gli occhi se era per quello.
Quando le galee ottomane affiancarono quelle veneziane, il frastuono si incrementò di volume come se i soldati fossero capretti destinati al sacrificio.
Le esplosioni di cannoni e archibugi fecero capire a Luchino che la battaglia era iniziata. Forse si sarebbe ricordato a lungo di Lepanto, o forse no perché sarebbe morto, ma comunque incoccò la freccia e tirò.
Il drappello di arcieri a cui apparteneva fece la stessa cosa, presto le frecce crivellarono i turchi che esibivano strani copricapi, baffi lunghissimi e armi bizzarre.
Il nemico lanciò un urlo all’unisono, cominciò l’assalto.
Ma come, e le frecce che stiamo tirando? si interrogò Luchino. Continuo a scagliare dardi, però i turchi gli furono addosso lo stesso.
Luchino combatteva per vivere, non per morire. Reagì tirando l’ennesima freccia che ridusse a un San Sebastiano un guerriero avversario che aveva giusto davanti, il corpo crollò in mare, il rumore Luchino neppure lo sentì perché continuò a scoccare finché le frecce nella faretra non si esaurirono.
I turchi no, invece, non esaurirono né il numero né le energie con cui combattere.
Luchino avrebbe potuto usare il pugnale, ma non voleva, la sua professione era quella di mercenario-arciere, non macellaio. Estrasse un dardo da un cadavere, e lo reincoccò: non si sarebbe mai arreso. E poco importava se i cristiani avessero vinto, quel che gli bastava era sopravvivere.
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Leggere questo racconto è stato come aprire una piccola finestra su un altro mondo e sbirciare per un attimo attraverso.
Ben fatto, molto coinvolgente fino alla fine! 👍😊
Ti ringrazio per il tuo bellissimo commento
La tua ricerca meno stile e nella forma sono ben ripagate.
Ho trovato questo racconto, oltre che interessante, molto elegante e scorrevole. Complimenti.
Noto una nota ricorrente, che mette spesso la sopravvivenza individuale al primo posto nell’animo dei combattenti, il che sfata, probabilmente con piena fondatezza, il mito eroico del sacrificio per la causa. In fondo, forse, davanti ad un nemico soverchio, potendo evitare, qualcuno avrebbe volentieri evitato.
La tua ricerca _NELLO_ stile. Il correttore del mio smartphone continua a colpire! E non me ne ero accorto!
Ti ringrazio per il tuo commento e non ti preoccupare per il refuso del T9. Io preferisco sempre usare Internet dal PC, dal cellulare non mi piace, preferisco che Internet stia da una parte e in alcuni momenti della giornata, col PC spento, preferisco starne lontano. Poi vabbe’, c’è WhatsApp e sono costretto a usarlo…
Ciao ❣️ ❣️ come sempre rimango stupita dalla precisione dalla terminologia usata per descrivere le battaglie … ammetto la mia ignoranza e non mi vergogno di dire che non sapevo cosa fossero le galee. Leggere i tuoi racconti, oltre ad essere un momento di divertimento, da anche spunti per apprendere cose nuove ❣️
Ti ringrazio! Sono appassionato di storia militare
Non ti preoccupare se non sapevi cosa fossero le “galee”, c’è gente che non sa neppure chi ci governa