Guerra urbana

Serie: Il mio avo Marcovaldo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Sembra che tutto stia per finire

Roma, 7 maggio 1527

I mantelli neri, gli sguardi che vagavano nel buio, pugnali e spade-gatto sguainati, i mercenari sciamarono come ratti per le vie dell’Urbe.

Andavano a caccia.

A caccia di chi aveva rovinato Roma, fino a quel momento.

Marcovaldo pensava che era stata necessaria una sola giornata per causare quello sfacelo. Ebbene, lui e i suoi uomini avrebbero procurato gli stessi danni agli imperiali.

Alla destra Eriberto il suo portagonfalone ed eletto sul campo attendente, a sinistra Nicoletta Rubia la sua donna, Marcovaldo tenne sotto controllo la situazione.

Presto, fra i vicoli di Roma, gli si pararono di fronte alcuni lanzichenecchi.

Marcovaldo li occhieggiò chiedendosi se fossero stati loro quelli capaci di ridurre Roma a un inferno in terra.

Incapaci di difendersi, con le braghe abbassate e i fiaschi di vino rovesciati accanto, per gli uomini di Marcovaldo fu semplice sgozzarli e trafiggerli.

Adesso che i corpi si stavano rovesciando come pupazzi inanimati – in effetti non avevano più anima, ma sempre che l’avessero avuta – la muta di mercenari assetati di sangue si spinse in avanti.

Superati i cadaveri, passarono a macellare altri lanzi. Nell’orgia di violenza caddero alcuni mercenari spagnoli, pochi si difesero, ma sempre con debolezza: sollevavano le spade che poi tintinnavano sulla pavimentazione della città.

Anche Marcovaldo uccise, pure Nicoletta e persino Eriberto. Nicoletta lo fece senza tradire emozione, a Eriberto sembrava venisse da vomitare.

Continuarono con la loro ronda di morte.

Molti altri mercenari al soldo di Carlo V caddero sotto i loro colpi. Marcovaldo stesso tagliò la gola a un malato di peste, la peste che lo faceva sembrare ancora più mostruoso. L’ultima cosa che fece quel tale fu di sputare sangue dalla bocca dai denti sporchi.

La strage durò a lungo. Marcovaldo non ebbe modo di calcolare il tempo trascorso, non c’era più nessuna campana che suonava l’ora, calcolò in base al movimento della Luna che presto ci sarebbe stato il mattino. Forse ho calcolato giusto, ponderò. Al contrario, il numero di morti che aveva inflitto al nemico non riuscì a stimarlo: Impossibile. Il mantello zuppo di sangue, aveva le maniche che pareva le avesse immerse in una tinozza da macellaio. Non si fece disgusto da solo, più che altro guardò Nicoletta: «E tu?».

La bionda stava asciugando del sangue la sua spada-gatto sulla giubba di un lanzo che era caduto sotto la sua lama. «Cosa?». Lo guardò, gli occhi azzurri che parvero lanciare un lampo a forma di punto di domanda.

«Non ti fa schifo?» le domandò.

«No» si limitò a dire. Come se fosse a una danza di signore ricche e aristocratiche, si mosse sulla scia dei soldati di ventura che aveva condotto con sé da Varese.

Marcovaldo si massaggiò il mento. Curioso, si disse. Che la mia donna voglia seguire le orme di Matilde di Canossa? Erano trascorsi secoli dall’esistenza della nobile, era sempre possibile che Nicoletta la volesse imitare come se fosse sua discendente.

Dopo l’ennesima strage indiscriminata, tutta una questione di prepotenza in cui le vittime erano stati i prepotenti del giorno precedente, Marcovaldo osservò le tenebre schiarirsi. «L’alba» commentò.

Eriberto si girò a guardarlo. «Ci ritiriamo, signore?».

Ci pensò su, infine gli sorrise. «No». La sua intenzione era lasciare degli indizi perché Benvenuto Cellini lo trovasse.

Era evidente che i mercenari imperiali volevano autodistruggersi conducendo nel baratro Roma, ma forse avevano dalla loro un numero così alto che le perdite che avevano subìto in quella notte di imboscate e agguati non avrebbe influito sull’esito dell’occupazione.

La truppa di Marcovaldo sbucò in una piazzetta su cui si affacciava una chiesa. Invece di lanzi storditi dal vino, la stanchezza e la violenza, erano presenti dei germanici armati di alabarde che, come se volessero imitare le falangi svizzere di pochi anni prima, puntarono su di loro, il desiderio di sangue palese.

Nessuno degli uomini di Marcovaldo fece un passo indietro, semmai rimasero immobili in attesa di ordini:

«Schiviamoli e facciamogli vedere cosa significa farci arrabbiare» borbottò Marcovaldo.

Obbedirono.

Scivolarono come gatti e aggirarono i lanzi attaccandoli ai fianchi. Le lame di ogni dimensione infierirono sui tedeschi facendo versare molto sangue, Marcovaldo vide che Nicoletta si comportava come se fosse un oggetto inanimato: non faceva trasparire alcuna emozione e si ricordò che lei era di origine elvetica, forse il desiderio di vendetta si era impadronita del suo animo.

La piazzetta si trasformò in un lago di sangue.

Serie: Il mio avo Marcovaldo


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Discussioni

  1. Scrivi molto bene. Se posso darti un suggerimento, io approfondirei gli episodi iniziali in cui si parla delle battaglie, in modo da creare più pathos e far percepire maggiormente la delusione dei soldati per essere stati sconfitti dai lanzichenecchi. Allo stesso tempo rallentarei il ritmo degli ultimi tre episodi. Ma prendi il mio consiglio con le pinze, non sono un’esperta 😅.

    1. Ciao! Grazie della tua opinione. Ormai è scritto così, ma ne terrò tesoro.
      Si potrebbe dire che dovrei prendermi più tempo per far conoscere i personaggi, che ci vuole maggior approfondimento psicologico. Non è male come idea.