Hiroshima il sordo

C’era una volta un sordo, non udiva nulla, nè il suo cuore, nè i suoi pensieri, nè il suo respiro, nulla di nulla.

Il suo passatempo preferito era oziare, semplicemente.

Le mani ruvide e grandi sfogliavano libri senza mai fermarsi. Fogli gialli, bianchi, rosa, numerati e non, copertine con titolo o senza, la rilegatura, il profumo.

Della biblioteca conosceva a memoria gli scaffali, i corridoi di ubicazione, le varie sezioni e gli argomenti per i quali erano stati suddivisi. Non contento di questo archivio nella sua testa, ne creò un altro nel quale erano presenti tutte le facce di coloro che avevano accesso nella libreria.

No, non era il bibliotecario, non poteva esserlo e non gli si addiceva il ruolo. Era uno che oziava, semplicemente.

Solito posto, solita ora, il solito abbigliamento, sprofondava nella poltrona color porpora sul lato sinistro della sala e si guardava intorno, esausto delle sue giornate.

La sala di lettura era sfarzosa ed ampia, soleggiata e pulita. Il sole penetrava tra i vetri dipinti in stile Art and Crafts, ed illuminava in punti precisi, ove erano posizionati i titoli più accattivanti dei libri esposti. Sorrideva beffardo il sordo, avendo già seguito quella mappa naturale, accaparrandosi tutti i volumi più succulenti. Li lasciava lì, di fronte ad esso.

“Mi scusi Hiroshima, potrei prendere uno dei libri che sono di fronte la sua poltrona?” chiese un fanciullo.

Hiroshima, questo il nome del sordo, girovagava con lo sguardo verso il soffitto della sala senza prendere in considerazione quello che disse il ragazzino. S’accorse di una macchiolina in direzione sud-est del solaio.

Prese carta e penna, tracciò una piantina del soffitto tra misure, metraggi e formule matematiche, e  disegnò la macchiolina nella zona avvistata. A quel punto s’alzò. Procedeva verso la segreteria della biblioteca correndo; non s’accorse del furto da parte del ragazzino di “Martin Eden” di Jack London.

“Prima di trovare la soluzione definitiva a quest’inconveniente, bisogna indagarne le cause”. Hiroshima non capiva; giustamente era sordo. Cercava di far capire la sua disabilità gesticolando con smania, ma niente, la segretaria ripeteva un loop di sillabe inconcluse. Il pover’uomo batteva l’indice della mano destra indicando la macchia sulla cartina disegnata da egli stesso, rivendicando la necessità di agire.

L’insistenza del sordo faceva innervosire la donna dietro il bancone, ignara delle reali intenzioni dell’uomo. Hiroshima prendeva una matita e scrisse:

“In questa biblioteca nessuno s’accorge delle condizioni in cui versa la sala di lettura. Pensate solo alla vostra birra!”.

La donna leggeva il biglietto vibrando impercettibilmente le labbra. Era in difficoltà. “Di quale birra parla signore?! Senta mi sta facendo perdere tempo, o ritorna nella sala o la faccio sbattere fuori!”.

Hiroshima aveva capito solo il gesto d’uscita, sconsolato ritornava alla sua poltrona. Seduto di nuovo, fissava quella macchiolina grigia, con lo sguardo perso nel vuoto. S’espandeva piano, provocata da umidità, muffa o chissà cosa; era intento nel scoprirlo. Prese il cappotto nero di seta dall’appendiabiti, firmò l’uscita sul registro e uscì dalla porta principiale; non s’accorse che il ragazzo di pochi attimi prima, rubò altri libri dalla pila accatastata in mattinata.

Quella mattina l’ebbrezza del luppolo aveva colpito gli abitanti di Garasamih, i quali non riuscivano a reggersi sulle loro esili gambe con aria stanca ma sorridente. Nella biblioteca tutti conversavano animatamente violando le regole della struttura. Hiroshima in quel luogo di parole verbali, non scritte, si sentiva in difficoltà. Chi lo avrebbe capito? Chi per sbaglio gli avrebbe rivolto la parola?

Tutti in preda a risate fragranti, avevano occhiaie e pinte di birra sotto i propri occhi. Imperterrito Hiroshima si domandava da dove provenisse. Incuriosito andò dalla segretaria per delle spiegazioni. Faceva i classici gesti dell’alfabeto muto richiamando l’attenzione della donna, che alla vista dell’antagonista, si girò di spalle ridendo, anch’ella. Il sordo notava la camicetta sbottonata e dei capelli arruffati, di feromoni nell’aria e di un clima disteso e gioviale per tutti, tranne lui.

Come un pesce fuor d’acqua, annaspava in quella circostanza, le branchie inspiravano aria malsana non permettendogli la sopravvivenza. Tra il trambusto e la confusione generale, si ricordò del motivo per cui era lì.

Alzò lo sguardo e dopo attimi in cui non trovava la macchiolina, si concentrò su di essa. Lentamente si espandeva, solo lui aveva la capacità di notarlo. Qualche ubriaco si gettò contro Hiroshima, spingendolo verso la parte opposta della sala ridendo di gusto, indicandolo come lo scemo del villaggio. Hiroshima non si scompose da buon giapponese qual era e ritornò all’avversaria. La prima cosa che gli balenò per la testa era quella di raggiungere il solaio: scale non c’erano, ventose nemmeno, condutture dell’aria si.

Si ritrovò all’interno di una delle condutture sudato ed impaurito, gli spazi chiusi non gli sono mai piaciuti. Secondo i suoi calcoli, la macchia si trovava a distanza di 500 metri dalla parte sud della stanza, quindi percorrendo quel tragitto doveva essere distante altri 30 metri circa. Percorrere gli altri 30 metri era l’impresa ardua. Scostò i capelli dalla fronte e canticchiò nella mente “Stuck in the middle with you”.

La claustrofobia acuiva ed il sudore riempiva il colletto della camicia di acqua salata. Il percorso si stringeva sempre più.

Hiroshima non si perse d’animo e pur di scoprire cosa provocasse la macchia sul solaio decise di continuare. Il sudore, pensò, l’avrebbe aiutato a scivolare all’interno del tunnel.

Ad un certo punto, sentì i fianchi comprimersi e l’aria farsi più rarefatta. Si rese conto che girava intondo senza mai arrivare ad un’uscita. Una nube si avvicinò al suo viso. Cosa cazzo era? Si domandò tra il terrore di fuggire e la disperazione di dove andare; Hiroshima pianse. Piangeva senza sosta e l’impatto con la nube verde smeraldo lo fece stramazzare sul fondo del condotto mortale. Si contorse dal dolore, affogava in un oceano di solitudine ed amarezza, tra la sordità delle sue parole e nel mutismo del suo mondo. Hiroshima morì in quel preciso istante, stringendosi le mani al collo.

“Ecco fatto, quei topi non ci daranno più fastidio”. Le parole della segretaria echeggiarono nella biblioteca sorda ed ubriaca.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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Discussioni

  1. Un forte simbolismo attraversa il racconto che pone attraverso argute metafore la questione umana dell’incomunicabilita’ e dell’alienazione. Stile molto originale.