Ho dimenticato perché lo amo

La gente pensa che sposarsi sia tutto, ed io lo penso mentre osservo quattro coppie diverse all’angolo di un bar a cielo aperto, osservo anche lui, di un azzurro limpido e disarmante, uno di quegli orizzonti in cui ti perdi e vorresti afferrare una persona qualsiasi, farla tua nel cuore e credere nell’amore.

Una delle coppie ha il passeggino accanto a sé, il bambino deve avere pochi mesi perché loro due non si guardano nemmeno, sono solo mani e baci per le guance rosse e piene a pochi metri da loro.

La parola amore vola isolata negli occhi del bambino, loro due divisi fra acqua e caffè, sembrano una bolla unica e contenitiva per il proprio figlio, le fedi luccicano al sole, e loro, incuranti di caldo e realtà, sono la proiezione pubblica e mondiale della gioia di essere genitori.

-Starà mangiando abbastanza?

-Mi sembra di sì, guarda che gambotte!

E intanto i piccioni fanno a gara per le briciole delle brioches e i palloni gonfi rimbalzano sui muri delle chiese e inciampano tra le fessure troppo larghe dei tombini.

Le campane della Messa rimbombano in quell’azzurro, è un eco di fede e silenzio, mentre nelle cucine dei ristoranti le cipolle iniziano a farsi tagliare e l’acqua a bollire, profumo di bucato fresco e delicato mischiato a quello forte e prorompente del brodo denso, i tabacchini vendono caramelle e pacchetti di sigarette ai liceali che saltano la scuola, chiudono un occhio e fanno finta di vederli più grandi.

Io di sigarette non ne ho mai toccata una, ma lui, le mani sull’accendino, è un ricordo troppo vivo nella scatola adagiata nella mia borsa, sto per prenderla, ma il cameriere mi blocca.

-Desidera altro?

Sì, lui accanto, ma l’ho rifiutato come rifiuto ora un altro caffè.

-No, grazie.

Svanisce nel sole con il suo papillon nero mentre i bomboloni alla crema si preparano a nuovi morsi e nuovi clienti.

E poi, incastonati fra spigoli di tetti e colli di camicia ci sono loro, giovani e passionali, con la voce o bassa e timida, a celare l’emozione, o quella alta e pronunciata, a rivelare la rabbia.

-Non mentirmi! So che l’hai rivista!

-Ma amore, facciamo ancora lo stesso lavoro.

-Allora cambialo!

-Ma che dici! Lei non conta nulla ma il lavoro mica mosso mollarlo così.

Lei, che sarà sicuramente una sua ex, chissà com’è, la lei che sta con lui adesso ha i capelli lunghissimi e castani, così folti che sembrano essere parte della sua voce, vibrano ad ogni mossa di fiato.

Si amano e si vede, ma come ad ogni gioventù si addice, se l’esperienza ti dà certezza, la giovinezza ti dà dubbi e tumulti.

-Amo solo te, lo sai.

-E allora non vederla più.

Si incrociano i polsi, perché quando si ama davvero sono quelli ad attorcigliarsi, mica le mani, quelle possono persino sfiorarsi per caso, ma aggrapparsi ai polsi dell’altro è una scelta di appartenenza netta e specifica, romantica senza misura.

Lui le toglie gli occhiali, gli occhi umidi di lei si fondono nel cappuccino di lui.

-Non piangere.

-Ti amo troppo, non posso perderti.

I drammi della gioventù vivono di inesistenza e quando si cresce si piange due volte, per quelli veri e ormai arrivati e per quelli falsi e già sprecati.

Si baciano a lungo, con lingua e forza, come si fa a vent’anni e i denti vibrano, assoluti e dolorosi, mentre la carne delle labbra si fa sangue e calore.

Si alzano appiccicati, certi di loro, traballanti di felicità e un cappuccino lasciato a metà, il bambino dell’altra coppia li osserva allontanarsi, sorride, come colto da una passione irruente, lontana e distante da quella placida dei suoi genitori.

Adesso voglio davvero prendere la scatolina nella mia borsa ma il cellulare che suona mi fa afferrare la sua custodia al volo, incerta su tono di voce che voglio tenere.

-Che cosa vuoi?

-Sei ancora al bar?

-Sì.

-Ci hai pensato?

-Costantemente.

-Hai deciso?

-Non lo so.

-Vengo lì.

-No.

-Sicura?

-Ti aspetto.

Una donna dai capelli di un grigio perla bellissimo mi scruta all’improvviso, le sue poche rughe sono più belle delle mie profonde occhiaie violacee, due notti insonni contro la felicità dei suoi lunghi anni, sembrano combattenti perdenti nel ring della vita.

Il suo maglioncino giallo ocra aderisce alla vita sottile e le mani, lunghe e snelle, si vestono dell’oro dei suoi anelli, spezza pezzi salati di pasta sfoglia come se stesse lavorando ai ferri, delicata e lenta, ammagliante nei suoi movimenti eleganti.

Suo marito la guarda pensieroso e le sfiora la guancia, come solo un innamorato sa fare, dall’alto verso il basso e con una leggera permanenza sul collo, quel tanto che basta per dare brividi senza solletico.

Sopra le loro teste candide come fili leggeri di zucchero filato, la folta chioma di un gelsomino panna si adagia su muretti e cancelli verdi e antichi, profumo dolce tra il volo dei piccioni.

-Io e te questo week end, tre giorni lontani solo per noi.

-Anna vuole che le teniamo i bambini, te ne sei dimenticato?

-Penso sia questo il bello di essere nonni, puoi dire di no.

-E dove andiamo?

-Parigi, Londra, scegli tu.

-Tu sei matto.

-Con te lo sono sempre stato.

Adesso lui le fa scivolare due dita sul collo, pianissimo.

Sembrano dita di velluto sulle corde flessibili di un’arpa ed io da qui, non so come, riesco a vederle i brividi sulla pelle e quelle fossette, piene a metà e senza età, che tutti abbiamo nel mezzo sorriso di un brivido.

Lei lo bacia improvvisa, con una passione che su quelle rughe dovrebbe essere svanita e invece avvinghia il marito al suo volto, cancellando ogni stereotipo di tempo, sfiorando l’eterno in pochi gesti.

-I bambini, ci rimarranno male.

-Loro no, Anna sì. Ma è tutta la vita che pensiamo a lei. No ora possiamo tornare indietro sai, come gli inizi, ciò che conta siamo sempre io e te.

-Scozia, è lì che voglio andare.

Gli occhi di lui si proiettano nell’agenzia di viaggi a qualche metro di distanza, chissà che, quella mattina, non avesse già pensato via di farla sedere a quel tavolino, così vicino ai biglietti che avrebbero garantito loro quell’essere lontano da tutto e tutti.

Torna a guardarla, come non credo di essere mai stata guardata io, senza bisogno di un romanticismo forzato o di parole comuni e brevi, semplicemente due occhi i suoi, per lei, come un cinematografo della loro vita.

Si alzano, mano nella mano, fantasticando su una Scozia che sarà sicuramente diversa da quella di ora nella loro testa, come succede con ogni meta mai vista, e la consapevolezza, felice, di aver già chiuso fuori il mondo prima di partire.

Due adolescenti prendono il loro a posto a sedere, velocissimi, lì dove prima c’erano rughe ed esperienza, adesso si incastrano pelli lisce e pensieri immaturi.

Buttano a terra i loro zaini pesanti di libri e frase stupide scritte sui diari destinati alle vecchi soffitte, i lacci colmi di pupazzetti sfiorano pezzi di strada e il loro pelo si macchi di terra e scarpe altrui, gli occhi, pezzi di plastica disegnati in modo per espressivo e tenero, adesso fissano in direzione delle mie scarpe, mi ricordo di quelli che avevo da bambina, di soffitte che ormai, nei miei trent’anni, non sono più abbastanza capienti per fermare un’adolescenza ormai sfuggita fuori dalla mia faccia.

-Sono qui.

Mi giro, adesso opposta ai quei ragazzi e ai loro pupazzi.

I suoi capelli biondi contro il sole sono un fascio dorato lungo il mio vestito rosso, sfumature di rame e il nostro amore sulla frontiera di un possibile addio.

-Bevi qualcosa?

-Tu cosa stavi bevendo?

-Caffè e a parte del latte freddo.

-Prenderò un cappuccio caldo.

Il cameriere, sorpreso di non vedermi più da sola, scrive veloce su un taccuino la parola cappuccino e poi, con fare svogliato, passa il foglio a qualcuno lungo il bancone, da dentro il barista ci scruta un attimo e il rumore dei caffè in preparazione lo porta a girarci nuovamente le spalle.

Prendo un respiro veloce e inglobo il profumo del gelsomino insieme a quello salato della sua pelle.

-So che vuoi una risposta, ma non ho ancora deciso.

-Non è che io la voglio, io ne ho bisogno, è diverso.

-Quindi o così o è finita?

-Sì.

-Non ti sembra un ricatto?

-No, voglio solo sapere se questo amore ha futuro.

Torno a guardare quei ragazzini, lui le sta spostando una ciocca lunghissima da davanti gli occhi e lei, come a ricambiare una promessa appena detta e silenziosa, dallo zaino recupera una penna sottile e sull’avambraccio di lui, ci scrive in uno stampatello ancora infantile, un per sempre che vorrebbe essere adulto.

Io invece dalla mia borsa recupero quella scatolina che ancora non sono riuscita a tenere in mano e la poggio sul tavolo, lui la scruta, con occhi che non saprei dire nemmeno più di che colore sono da quanto si trattengono a celare le proprie emozioni.

-Qui dentro ci ho messo tutti i miei risparmi e tutto il mio sentimento.

-Lo so, ma non posso accettare.

Il cappuccino sul tavolo allontana la scatola da noi due.

Un figlio, un viaggio, la gelosia, un bacio o un per sempre sull’avambraccio, se lo sposassi avrei tutto questo, eppure adesso, con le tracce di latte sulle sue labbra, ho dimenticato perché lo amo. 

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Commenti

    1. Marta Borroni Post author

      @sarabrunella grazie mille! Anni fa con i dialoghi ero un disastro, sono una delle parti più difficili, devo essere i più veritieri possibili e anche più semplici, quindi grazie davvero.

  1. Tiziano Pitisci

    Cara Marta, ancora una volta ci lasci entrare in un labirinto mentale (tutto femminile) fatto di dilemmi, esitazioni, decisioni da procrastinare e rapporti che si proiettano verso una felicità solo potenziale, mentre di concreto ci sono solo dei passi indietro e di lato, come in un ballo incerto; e verrebbe da chiedersi se lo sguardo curioso verso gli altri non sia solo un modo per evitare di guardarsi dentro. Bravissima come sempre a farci osservare quello che accade da una visione in soggettiva. A prestissimo con un altro dei tuoi librick carichi di sentimento.

    1. Marta Borroni Post author

      @tiziano_pitisci gli altri alla fine non sono che altro che un rimando alla vita e un possibile specchio di noi, la nostra visione oscilla sempre tra il dentro e il fuori, grazie per aver colto questo aspetto!

  2. Lorenzo Diana

    Wow Marta sei davvero una bomba poetica nelle descrizioni e nel narrare…sicuramente è anche frutto di un’indole di donna romantica, ma qui è talento naturale. Poi il tema in sé, 100% rosa e come dire un po’ vintage mi affascina molto perché non se ne trovano più tanti da leggere così genuini. Mi è piaciuto moltissimo.

    1. Marta Borroni Post author

      @lorenzodiana mi sento terribilmente in colpa di rispondere solo adesso ad un così bello e passionale commento, sono davvero lusingata di essere stata descritta come una bomba poetica, soprattutto accostata all’essere genuina… grazie davvero!!!