
I Signori di Porcellana

Se ne stavano nascosti, perché il loro corpo, spaventevole nelle apparenze, era fragile quasi fosse fatto di porcellana. Le membra potevano sbriciolarsi con un colpo secco, e, quando si frantumavano il busto, potevamo vedere dentro i loro corpi, in quei gusci vuoti, pallidi e lucenti, come lacche preziose, scorgevamo l’abisso di nullità allignante. Non v’era nulla, nessuno spirito, nessun vuoto trascendente, occupava quell’ombra, era soltanto l’incavo d’un guscio. Eppure queste creature erano crudeli e d’una fame spietata. Se riuscivano a prenderci alle spalle, o in un momento di nostra debolezza, i loro denti acuminati come diamanti, potevano tagliare le carni così in profondità da mutilarci. Erano morsi velenosi i loro, perciò quando ti ferivano, occorreva asportare la carne infetta, prima che quel germe letale prendesse possesso di ogni cellula del corpo. La pelle, subito dopo il morso, iniziava a indurirsi, poco a poco i movimenti divenivano quasi impossibili, avvolti da una cappa di cuoio, ci si ritrovava prigionieri del proprio corpo. Poi era la volta delle ossa, che iniziavano a crescere, saldandosi fra loro nelle giunture, che, divenuti ammassi nodosi di osso, cercavano una via di uscita da quella prigione di carne, scavando il cuoio, sino a spuntare all’esterno, alla stregua di corni bizzarri. Un essere grottesco, un ibrido fra un sarcofago e un ammasso informe di cotenna, a malapena in grado di trascinare quei tronchi deformi che erano divenute le sue gambe, le quali ormai a stento, sorreggevano il peso d’una materia accresciuta senza misura. Gli occhi, spinti all’interno del cranio dall’ingrassamento delle palpebre, divenivano inutili brani infetti e perciò il cervello li risucchiava, fondendoli in nuovi ammassi di carne. Si moriva per l’insopportabile peso di quella natura caotica che si era divenuti. In genere occorrevano tre giorni prima che il corpo si chiudesse su se stesso, spezzando la spina dorsale. Non c’erano cure, una volta morsi. Bisognava asportare l’arto ferito o la porzione di corpo danneggiata. Mentre liberarsi di quegli esseri era piuttosto semplice, bastava un urto solo e andavano in mille pezzi. La forza della natura predatoria di codeste creature stava nella paura suscitata dal loro muoversi sinuoso e cauto e una capacità innaturale di scivolare fra le tenebre notturne invisibili li assimilava agli incubi. Il terrore di saperli accanto ma il non poterli scorgerli, era la loro livrea mimetica. Avevo imparato a non farmi cogliere di sorpresa dalle loro zanne finanche a distruggerli, una volta captata la loro mortifera presenza. Era proprio il sapore di morte quella sensazione a cui fui istruita. Una scia lucente di sonno letale baluginava, all’improvviso fra la nigrizia dei sogni, un barlume tombale che pulsava nel profondo del sonno notturno. Non ricordo quando imparai a mandare in frantumi quei predatori, né ho memoria alcuna del mio maestro; è stato durante un sogno, un momento in cui il tempo nel flusso dell’Inconscio s’è avvoltato, formando una piega nello scorrere delle immagini. Gli astrofisici dicono che, secondo la nostra percezione della luce, quando si fotografano le galassie nello spazio, è nella frequenza del rosso che appaiano quelle indicibilmente antiche. La frequenza dell’azzurro è riservata alle cose nuove del cosmo. Ricordo solo di quell’istante in cui il tempo si avvolse, un lampo rosso che irruppe al momento in cui gli esseri di porcellana mi erano alle spalle, pronti a conficcare i loro denti nella mia carne. Poi una luce azzurro chiara divampò dai fragili corpi dei predatori e questi s’infransero in infinitesimi frammenti sparpagliandosi in un battito di ciglio, nell’aria. Da quella notte, li sentii e li vidi e fui capace di rendere inoffensive le ombre nei miei sogni. Sul momento non pensai di essere divenuta immune al loro veleno, non volli sperimentare una tal stramba possibilità; troppo triste sarebbe stata l’alternativa a un riscontro positivo. Captai un forte istinto al non farmi azzannare, perciò seguii la via della mia natura, senza concedermi al desiderio di sapere. Spesso la verità giunge inattesa, e, qualora il morso dei predatori di porcellana mi fosse stato innocuo, spiegai a me stessa, l’avrei scoperto senza preavviso.
Da dove venivano le bestie di porcellana? Nessuno, ieri come ora, ha risposto con certezza. V’è un’aura di vaghezza negli zigomi diafani di quegli incubi, che rifletteva e riflette tutt’oggi l’incerta causa nella loro origine. Quasi la loro storia si fosse- come fanno i sogni al mattino- sfumata in una trama sempre più rada nelle ere, sino a scomparire fra gli intrecci dei ricordi; ombre residue d’una civiltà, la cui presenza, per un atavico anatema, si è stemperata in una lenta consunzione, scivolando in un’inedia inspiegabile e mortale. I sapienti che hanno cercato la nascita di quelle creature si sono persi nei riflessi dei loro volti lisci e luccicanti. Furono scritte molte cose sin dal primo di questi esseri avvistato, ma nessuna di essa è costruita sulle fondamenta della realtà. Si dice che siano esseri mutanti, maghi istupiditi dalla loro stessa conoscenza, i quali, sfrenati in orge millenarie di visioni, siano scivolati nelle dimensioni del sogno, senza riuscire a tornare indietro. Anche in questo secolo, come nei secoli scorsi, vi sono narratori che riferiscono di aver raggiunto una qualche pretesa culla dei predatori di porcellana. Ve ne sono alcuni che parlano, per esempio, con decisione e in modo meticoloso di aver schiuso siti nei deserti più crudeli o di aver raggiunto ipogei alieni nei ghiacciai inaccessibili, ove si siano aperte voragini eruttanti strani e sconosciuti gas, la cui inalazione avrebbe modificato l’assetto genetico e mentale degli abitanti, trasformandoli in quelle creature spettrali. Ma per lo più si tratta di racconti fantasiosi, dacché nessuno fra quegli affabulatori è tornato indietro con una qualche traccia dimostrabile dei propri sogni. Il gas misterioso di cui vaneggiano alcuni fra loro rimane nei loro taccuini, ché non v’è alcun modo, a detta loro, di trasportarne una qualche dose nel nostro mondo. Affermando come quel composto non resista alle pressioni della nostra dimensione, nessuno di quegli imbonitori , ha mai recato con sé una qualche traccia di simili miasmi. La mia caccia continua dal primo momento in cui vi fui iniziata, perdurando nei giorni in cui sto scrivendo di questa storia. Non conosco la fonte dei signori di porcellana, ma so come questi si muovano fra il nostro mondo e l’altro. Scivolano negli incubi, occhieggiando le loro prede; serpeggianti invisibili fra le visioni notturne, ordiscono il momento a loro propizio per uscire dal sogno e azzannarle. Ancora oggi attraverso i sogni delle persone con mestizia; sono un fantasma afflitto, nulla più per chi mi sogna, una comparsa insapore nel loro sogno; appaio un pasto gustoso agli occhi di quei predatori lucenti. Escono dai loro covi, luci tremanti scuotono i canneti nella foresta onirica. Capto i barlumi diafani fra la boscaglia della luce riflessa sulle loro zanne; il Bō* fra le mie mani. Hanno intercettato il fantasma. Mi troveranno nella radura, mi assaliranno. Li aspetto, gli ultimi respiri, prima che il bambù fischi nell’aria, spezzando i furori di ceramica.
*Nelle arti marziali si chiama così il bastone di Bambù da combattimento.
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Caspita, sembra un brano scritto dal figlio di David Lynch e Allan Poe. Tanta roba, circondata da una nube a forma di sciarpa che è la scelta stilistica, simile a Kafka, di non andare mai a capo creando un’inquietudine silenziosa: rispetta. Nel nugolo di frasi se ne trovano poi alcune schizzate, ma non mi chiedere quali perché ho abbandonato questa nuvola di Creed
Ciao David, l’esperienza di questo racconto viene da un sogno (o incubo) che ebbi poche ore prima di scriverlo, perciò è molto visivo, poco logico e piuttosto denso di parole. Inconsciamente ripropongo quell’emotività nauseante con cui, talora, il disagio riempie la notte, svegliandomi con un peso sullo stomaco. La mia narrativa si aggancia infatti alle esperienze dei miei sogni e, sì, sento molto la pista segnata da Lynch e Kafka, specie per i concetti di assurdo e perturbante. Grazie per essere passato di qui. Un saluto.
Fantastico! Spero di non fare incubi su questi esseri misteriosi, ma lotterò se dovessero presentarsi. Basta una spinta per distruggerli. Come tutte le paure.
Ciao Domenico. La paura alimentata dalla rabbia, dal rancore, ha un nucleo di fuoco dentro un guscio di cristallo. Una volta infranta la sua corazza quel calore divampa, ma in un attimo si dirada e svanisce, tornando parte dell’infinito ordito di sensazioni che permettono la vita emotiva dentro di noi. Occorre un viaggio dentro noi stessi per prendere consapevolezza di questi fuochi compressi in bare di cristallo, un viaggio inquietante, spesso rivelatore dei nostri più orrendi difetti, ma necessario e bellissimo. Un caro saluto.
Mi hai fatto venire in mente Alien ma anche i racconti di Lovecraft
Ciao Kenji, in effetti Alien non sarebbe nato senza il maestro dell’Orrore Cosmico, HPL. Siamo un po’ tutti discendenti del Solitario di Providence, egli fu colui che tracciò un’indelebile sentiero negli atri boscosi del Terrore. Un saluto.