
Il balestriere e il deserto
1291
La fortezza sembrava un dente rovinato dal tempo.
Quando Amintore l’aveva vista per la prima volta, aveva pensato fosse un qualcosa di maligno, come un cuore marcio. Ricordando che era presidiata dai saraceni, si era sentito riempire di rabbia.
Adesso, lui e gli altri commilitoni avevano circondato la fortezza persa nel deserto e la cui conquista avrebbe portato al dilagare delle forze crociate in una particolare area del teatro operativo, tanto da mettere in crisi il nemico. Per questo, qualunque arma d’assedio disponibile nell’armata veniva usata per scardinare le difese dei nemici. Amintore ne era fiero, ma era anche umile: lui aveva una balestra.
Si unì agli altri cavalieri che, a piedi e con le casacche lunghe e rosse dalle croci lattee, avevano preso posizione su una duna e da lì scagliavano i quadrelli.
Amintore lo trovava divertente. Lanciava, ricaricava, tornava a tirare, intanto inneggiavano in latino all’ordine degli ospitalieri. Amintore era sicuro che non sarebbero mai stati sconfitti. «I regni latini non cadranno mai sotto la spinta dei saraceni» si agitò. «Trionferemo noi cristiani, nessun altro, qua in Terrasanta».
Alle sue parole, i confratelli esultavano.
Amintore però non era lì solo per gridare e sollevare il morale della truppa, ma anche per combattere.
E uccidere.
Da sotto l’elmo prendeva la mira e scagliava i quadrelli. Forse era meglio che si levasse l’elmo che gli copriva tutta la faccia, la visiera era come una maschera ad artiglio intorno al metallo a forma di cilindro, ma seppur fosse scomodo e sudava, non era disposto a cedere.
E poi, si ricordò, io sono abituato alle sofferenze: sono un soldato, e un monaco, tutte e due le cose insieme.
Mostrò la sua bravura con la balestra continuando a tirare. E ne stava uccidendo a frotte, di arabi. Li vedeva che urlavano, con i loro curiosi equipaggiamenti che nulla avevano a che fare con gli ordini monastico-militari europei, e poi cadevano morti: alcuni sparivano dietro gli spalti, i più fortunati, altri precipitavano giù dalle mura e facevano una brutta fine più in basso, ma sempre che non fossero stati già uccisi dai quadrelli.
Continuarono così, anche duellando con gli arabi che usavano arco e frecce.
Amintore si accorse di aver terminato i quadrelli, aveva scordato di prenderne una riserva, cacciò un’imprecazione e corse a prenderne di nuovi, non voleva perdersi la festa.
Raggiunse la riserva delle armi. «Fa’ in fretta, dammi altri quadrelli».
L’inserviente obbedì, tremava, doveva aver capito che lui non era un tipo che andava contraddetto.
Non appena li ebbe ricevuti, corse al suo posto ma quando arrivò vide che erano tutti morti, crivellati di frecce.
«Ma… possibile?».
I soccorritori si accalcavano.
«Che è successo?». Amintore non si capacitava di quel che era successo.
«I saraceni hanno concentrato il tiro delle loro frecce qua e hanno commesso una strage» disse uno.
«Maledetti» aggiunse un altro.
Amintore si sentì un miracolato.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Ciao ❣️
Incisivo.
Vai dritto al punto nel raccontare questa battaglia, mi piace la precisione che utilizzi nel descrivere le azioni che fanno si che ci riusciamo a fare un’immagine mentale di ciò che stai raccontando ❣️
Ti ringrazio! Un bel complimento, quel che mi hai scritto
“sono un soldato, e un monaco, tutte e due le cose insieme”
D’effetto. Una frase ricomprende tutto un mondo…
Grazie per il tuo commento! adesso provo a scriv… zzz