Il biglietto nitido del nostro cuore 

L’oblò trasparente e grigio era uno schermo immobile pieno di visioni a rallentatore, dall’altra parte di esso il mondo ormai stava galleggiando in un’acqua fatta di aria, liscia e limpida, così incredibilmente omogenea dentro i miei occhi.

Le gambe compresse in uno spazio minimo e il collo delicato contro lo schienale ruvido e bluastro del sedile, c’era odore estivo, come se anche il sole fosse sudato, e gomma da masticare alla menta fresca fra i sospiri dei passeggerei, quotidiani sfogliati di un tragitto appena partito, voci fastidiose in lingue straniere che non mi sognavo nemmeno di stare a tradurre in quel momento.

Sentivo le musiche leggere degli auricolari di qualche persona arrivarmi accanto e le istruzioni di sicurezza lette così tante volte da saperle a memoria.

Seduta su quel sedile scomodo e con le mani umide mi sembrava che stessi inghiottendo in modo vorace frammenti esterni fuori da me, l’asfalto lento, poi le colline sfuocate e infine le nuvole nitide, me l’ero sempre chiesto come fosse esserci in mezzo, quanto mi sarebbero sembrate differenti viste dalla loro altezza, ma ora con gli occhi dritti al centro di quell’oblò, mi sembrò insieme triste e confortante trovarle uguali, così indefinite da non poterle descrivere, e così ipnotiche da poterle guardare incessantemente, con il naso sporgente come in un barattolo di panna montata.

L’hostess passò nel corridoio stretto con il carrello dei profumi, vaniglia e rose mischiate insieme e la testa stordita di alcool, mi portai al naso il polso per sentire il mio profumo, mi fiacchi dentro quello scia e trattenni il respirò finché la ragazza non finì il suo giro lineare intorno a noi.

Parigi adesso, nell’ora a venire, ci aspettava a braccia aperte mentre noi sui nostri petti le tenevamo strette, sguardi opposti, pensieri nascosti dietro gli occhiali da sole, due mesi passati a conoscerci come persone, ed essere già lì, ad imitare sposini in luna di miele con le prime litigate.

Ero ferita e arrabbiata, lo stomaco ritorto in un groviglio fitto di sensazioni opposte.

Volevo tenergli la mano, baciarlo, e ora che eravamo su quell’aereo volevo la nostra vacanza, e la sua barriera di puro orgoglio, la faccia sostenuta, stridevano dentro quella casa volante.

“Continuerai a tenermi il muso?”

“Guarda fuori, c’è un lago sotto di noi.”

Proiettai la testa sul finestrino, come se con il volto potessi aprirlo di colpo, i capelli contro il vetro e la mano a indicare puntini piccoli di terra e acqua.

“Spettacolare.”

“E tu volevi perderti tutto questo.”

Non lo ascoltai nemmeno, continuai a seguire il lago fino a che fu nuovamente tutto bianco di nuvole. La sera prima gli avevo detto che non partivo più.

Lui mi prese la mano in modo improvviso e leggero, la portò sulla sua gamba rivestita di jeans chiaro e quando mi girai verso di lui per guardarlo aveva lo sguardo puntato su una rivista comprata quella mattina, gli occhi bassi oltre gli occhiali, lo sguardo crucciato, e sotto la maglietta blu il petto scosso da un respiro a ritmo veloce.

Era la prima volta che volavo, la prima volta lontana da casa, la prima volta con un uomo, la prima volta in tante cose, avrei dovuto avere paura di quelle nuvole, degli scossoni del vento, dello stomaco sospeso, degli imprevisti, invece su quell’aereo ero calmissima, rilassata in quella sensazione sospesa, avevo invece paura di quando saremmo scesi, della mia testa sulla sua spalla, dei silenzi e delle arrabbiature, di tutto quell’amore in volo, incompreso e forse passeggero, prenotato sul biglietto nitido del nostro cuore.

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