Il Canto dell’Amarok

«Professor Leblanc, per favore desista da questa follia! »

Xavier ignorò il richiamo, dirigendosi a passo sicuro in direzione della rimessa: aveva comprato la motoslitta dopo aver chiesto alla guida di prendersi carico di una commissione di nessuna importanza. Una distrazione che gli aveva concesso di guadagnare un’ora di libertà. L’aveva sfruttata per prendere accordi con l’agenzia di noleggio e aver sborsato il doppio di quanto lecito per l’acquisto del veicolo. Il venditore non si era opposto, sembrava essere l’unico cui non interessasse la sua sorte.

Aveva conosciuto Nuvuk in Canada, a un master cui Xavier aveva partecipato come docente. Il ragazzo lo aveva approcciato dopo la prima lezione. Si erano allontanati per bere un caffè e il canadese aveva approfittato di quell’occasione per chiedere al più giovane quante più informazioni possibili sulla sua cultura di appartenenza. Si erano scambiati il numero di telefono e chattato in un paio di occasioni scambiando opinioni su alcune leggende di origine inuit.

Xavier aveva rivalutato quella conoscenza un mese prima, dopo aver letto un rotocalco.

La laurea in antropologia archeologica e il dottorato in paleozoologia lo facevano apparire ai più come un moderno Indiana Jones, decisamente più bruttino: l’immagine dello studioso gli serviva da specchietto per le allodole per celare la sua ricerca interiore, nata quando era ancora bambino. Desiderava con tutto se stesso riscatto.

Leggere della scoperta dello scheletro del lupo gigante aveva accelerato il suo battito cardiaco. Aveva scavato a fondo sulla vicenda, tralasciato le notizie sensazionalistiche per concentrarsi sulle analisi condotte in loco dai ricercatori. Aveva preso il primo aereo disponibile per recarsi in Danimarca e confrontarsi con la spedizione scientifica esibendo le sue qualifiche. Aveva pregato, prostrato al suolo per ottenere la possibilità di mettere mano sulla preziosa documentazione. L’avevano preso per matto, ma non gli era importato. Quello spettro lo seguiva da tutta la vita.

Il direttore assegnato alla ricerca gli aveva concesso di esaminare le ossa e Xavier era quasi scoppiato a piangere per la gioia. Aveva osservato con la dovuta attenzione lo scheletro, prendendo appunti nel taccuino: non si fidava del tablet, quell’affare poteva rompersi nel momento meno opportuno. Una volta in hotel aveva aperto il computer e confrontato le sue analisi con le altre raccolte, frutto del lavoro di dieci anni.

Una settimana dopo era partito alla volta di Nuuk, la capitale della Groenlandia. Armato di coordinate e zaino aveva preso contatto con Nuvuk, chiedendogli di partecipare alla spedizione. Aveva mentito al ragazzo, convincendolo di essere approdato lì in veste ufficiale dopo aver ottenuto l’incarico di condurre una ricerca per conto del dipartimento di Paleontologia dell’Università di Toronto. Nuvuk aveva accettato, dicendosi onorato di tanta fiducia.

Il geniale piano di Xavier era andato a rotoli non appena arrivati all’insediamento costiero di Kangerlussuaq. Nuvuk lo aveva convinto a condividere una bottiglia di vodka per “scacciare il freddo” e non avvezzo a bere il canadese si era ubriacato nel giro di un paio di bicchieri. Il ragazzo aveva iniziato a pungolarlo, nel desiderio di conoscere in dettaglio lo scopo del loro viaggio. Lo scheletro del lupo gigante era stato rimosso e ogni dato degno di nota registrato dalla spedizione danese. Non vedeva motivo per fare ritorno nel luogo del ritrovamento.

«L’amarok»

«L’amarok?» Nuvuk iniziò a comprendere.

Nell’ultimo mese aveva inviato a Leblanc diverse versioni della leggenda inuit che narrava della mitologica creatura. Secondo le credenze popolari il gigantesco amarok, un lupo in grado di rivaleggiare in forza contro qualsiasi avversario, soleva aggirarsi di notte alla ricerca degli sprovveduti che decidevano di cacciare nell’oscurità. Impossibile fuggire alla sua furia, i malcapitati morivano fra le sue fauci sbranati dal mostro. Nell’iconografia era raffigurato come un monolitico lupo artico i cui occhi erano spaventosi: a volte rossi, a volte color argento.

«Crede che lo scheletro del lupo rinvenuto sia quello di un amarok?»

Nuvuk trovò quell’interpretazione affascinante: le leggende spesso nascondevano verità. Forse, l’enorme lupo si era estinto migliaia di anni prima. Gli umani di quel tempo avrebbero avuto ben ragione di temerlo e considerarlo un demone.

Xavier annuì, concitato. «Un lupo mannaro.»

Il ragazzo posò il bicchiere, osservandolo con attenzione. Si rassicurò pensando che quelle del canadese fossero fole di un ubriaco.

«Lascia che ti racconti qualcosa di me.» Xavier gli rivolse un sorriso sghembo. «Quando ero bambino sono sopravvissuto a un incidente aereo. Ero a bordo del volo Air Ontario 1363, precipitato a Dryden nel 1989: ventiquattro vittime fra le quali mio padre. Avevo tre anni. L’aereo ha impattato subito dopo il decollo, per un accumulo di ghiaccio sulle ali: si è schiantato nel bosco. Mi sono ritrovato sbalzato all’esterno ed ho iniziato a vagare confuso, piangendo. È stato allora che ho incontrato Sephiroth.»

«Sephiroth?» Nuvuk iniziò a considerare la possibilità che Xavier soffrisse di un disturbo mentale.

Il canadese scosse una mano seccamente, sbuffando. «Sì, so cosa stai pensando. Final Fantasy VII è uscito nel 1997, le date non coincidono. Quando ci ho giocato avevo dodici anni ed ho ricordato d’improvviso l’uomo che mi ha rialzato dalla neve e guardato negli occhi.»

Non era esattamente quanto aveva pensato, ma il ragazzo si limitò ad annuire.

«Aveva i capelli lunghi, bianchi, e suoi occhi erano color argento. Indossava una specie di ampio cappotto, bianco, che gli arrivava ai piedi: sembrava un mantello. Mi ha spinto lontano, impedendomi di farmi travolgere dall’incendio. Mi ha preso per mano e accompagnato al limitare del bosco attendendo che arrivassero gli automezzi dei pompieri. Mi ha accarezzato la testa e se n’è andato non appena si sono avvicinati, correndo via come il vento. Dopo qualche istante, ho sentito il suo ululato. Nessun canto di lupo può eguagliare quel suono profondo: una melodia triste, intensa, che mi ha fatto venire le lacrime. Ancora lo sogno.»

«Dunque, sta cercando Sephiroth.»

«Sto cercando la prova che dimostri che i licantropi esistono. Ho trascorso dieci anni della mia vita in terapia, tutti mi consideravano pazzo. Non lo sono Nuvuk, so di averlo incontrato.»

Nuvuk si alzò dallo sgabello, avvicinandosi per aiutarlo: decise di dargli corda, sperando che il mattino successivo la sbronza gli fosse passata. «Venga professore, la porto io.»

«Grazie.» Xavier sorrise ancora, appoggiandosi all’assistente.«Sei un bravo ragazzo, Nuvuk» si lasciò trascinare in una delle camere al piano superiore, crollando esausto: si addormentò non appena toccato il letto.

Il mattino dopo Xavier si alzò di buona lena: dopo aver raccolto il necessario nello zaino e si precipitò all’esterno della locanda per raggiungere Nuvuk. Il ragazzo non fece mistero della sua preoccupazione.

Nuvuk aveva meditato a lungo durante la notte ed era giunto alla conclusione che quelle del canadese non erano le chiacchiere di un ubriaco: si era attaccato ad internet per trovare informazioni sul Volo Air Ontario 1363 e confrontare date.

«Professore, non è una buona idea. Le condizioni metereologiche sono peggiorate, uscire è una follia.»

Xavier non discusse, dopo tutti quegli anni sapeva riconoscere lo sguardo di qualcuno che provava pena per lui. Anche Nuvuk lo considerava pazzo.

«Hai ragione» Xavier vide sussultare il ragazzo: gli parve rasserenato. «Aspetteremo il passaggio della perturbazione. Nel frattempo, potresti prelevare il contenuto della cassetta postale? Sto attendendo delle mappe topografiche, stampandole da file perderebbero la loro accuratezza.»

Il ragazzo aveva accettato e Xavier messo in atto il piano “b”.

Quando Nuvuk aveva fatto ritorno aveva trovato il Professore con lo zaino in spalla deciso a partire da solo.

«Professor Leblanc, per favore desista da questa follia! »

Xavier gli aveva sorriso e si era allontanato verso la rimessa. «Grazie per tutto quello che hai fatto, Nuvuk.»

Montò in sella senza badare alle proteste del ragazzo e mise in moto immettendosi nel sentiero innevato. Si allontanò dalla cittadina in direzione est e dopo poche miglia il ghiaccio lo avvolse nelle sue spire. Bellissimo, non aveva mai avuto occasione di visitare le lande innevate.

Incontrò la bufera dopo diverse ore di marcia e procedette a fatica fino a quando la motoslitta si capovolse in un piccolo avvallamento. La abbandonò e, come un uomo che inseguiva un miraggio, si mise in cammino tenendo d’occhio la bussola. Cadde più volte e si rialzò grazie alla forza di volontà. I suoi piedi erano ormai indolenziti, la barba e il viso splendevano di fiocchi cristallizzati. Due, tre volte. Poi, si arrese. Giacque al suolo, inerme.

Si rese conto della mano che gli accarezzava il viso, unghie sottili e appuntite, solo dopo alcuni istanti. Cercò dentro di sé le ultime energie per sollevare lo sguardo. Sephiroth lo osservava con un sorriso mesto fra le labbra.

«Così sei giunto fino a qui, nella terra dei miei avi.»

«Il tuo canto è una maledizione. Un’ossessione che mi ha accompagnato per tutta la vita.»

Sephiroth gli accarezzò la testa come aveva fatto quando era bambino.

«Sono spiacente, piccolo. Il momento è inopportuno, il mio appetito chiede di essere appagato.»

Xavier sorrise, come se avesse sempre conosciuto il destino che lo attendeva. «Non importa. Ho vinto io. Sai, non era il giudizio degli altri quello a farmi male. Era il pensiero, in fondo al cuore, di essere veramente pazzo. Morirò in pace.»

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Commenti

  1. Giovanni Attanasio

    Ho conosciuto Sephiroth grazie a mio cugino, da bambino. Non ho mai giocato la saga, ma ho sorriso lo stesso al pensiero di quell’individuo nella tua storia! 😀
    Mi piace anche il nome Xavier, che appare in una canzone che ho sempre adorato. Lettura piacevole. 🙂

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Giovanni, in questo lab ho voluto giocare un po’(ma non troppo…). Volevo inserire un elemento di rottura nella storia e Sephiroth faceva al caso mio. Ce lo vedo proprio, in mezzo ai ghiacci, nell’atto di sbranare il malcapitato 😉

  2. Giuseppe Gallato

    Final Fantasy 7! Sephiroth! Sei fantastica, Micol! C’è da dire che questo è un racconto molto sul mio genere (lo so, non ti aspettavi una rivelazioni del genere): è stato congegnato con molta attenzione ed è forte di un finale che mi ha trasmesso parecchio. Se hai superato il lab? E direi proprio di sì! 🙂

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Giuseppe, ora attendiamo tutti te! Grazie per i complimenti, sono contenta che tu abbia apprezzato la storia. Volevo infilarci un po’ di pazzia e Sephiroth si sposava bene con il concetto di licantropo albino.

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Isabella, grazie per aver apprezzato anche questa storia. Vediamo cosa ci riserva il lab di agosto, sto già meditando la mia sfida nella sfida 😉

  3. Antonino Trovato

    Ciao Micol, mi stupisci sempre! E chi se lo aspettava, Sephiroth… prima gli zombi, ora i licantropi, la prossima volta a chi toccherà? Mi hai saputo tenere incollato sino alla fine, e seppur possa sembrare malinconico il finale, tutto sommato è coerente, perché Xavier (a proposito, riferimento agli x men? Mah) in fondo voleva realizzare il suo sogno e rendere reale ciò che era diventata un’ossessione. Lab superato ALLA GRANDE!

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Tonino, visto cosa ti combino? La prossima volta non so, voglio cimentarmi in qualcosa di veramente pazzo (per me, intendo) tipo un romance. E’ la volta buona che Open propone un sondaggio fra un orso e un airone solo per scombinarmi le idee 😉 Quanto all’Amarok ho sperato di dare due visioni: Sephiroth come la morte che insegue Xavier da quando era bambino (Xavier è uscito così dalla mia testa, non avevo pensato consciamente all’altro ben più famoso Professore) oppure vero e proprio licantropo. Non saprei quale scegliere, mi piacciono entrambe.

  4. Lorenza Cesaratto

    Bel racconto, molto appassionante i paesaggi innevati, si mescolano perfettamente al sapore un po’ Fantasy e un po’ avventura, alla Indiana Jones.
    L’ho letto tutto di un fiato e mi è veramente piaciuto molto. 😊

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Lorenza, grazie per avermi letto. Sì, ho voluto giocare un po’ a Indiana Jones e mi è andata bene 🙂

    1. Micol Fusca Post author

      Ciao Nicoletta, grazie mille! Per questo lab mi sono tenuta nella mia zona confort, chissà… forse per il prossimo mi lancio nel vuoto e mi butto in un genere “scomodo” (in cui non riesco a dare molto di me): romance, poliziesco, avventura alla Dan Brown

    1. Micol Fusca Post author

      Grazie Cristina, sono felice che le mie storie continuino a piacerti. Avevo quasi gettato la spugna con questo lab, poi ho visto un “lupo”. Mi sono buttata a capofitto sugli inuit e le loro leggende per necessità d’ambientazione. Nonostante il cambio climatico in Groenlandia fa ancora parecchio freddo 😉