Il corvo
I corvi sorvolano Torino. Il battito delle ali rompe il silenzio, mentre il loro verso rauco si diffonde tra i palazzi. Le sagome nere si stagliano contro il cielo grigio, come incisioni provenienti dall’inferno.
All’improvviso, gli uccelli si raccolgono in un vortice intorno a una preda insolita, avvolgendola in un manto di tenebra. È bianca, candida, quasi luminosa, come se appartenesse a un’altra dimensione.
Alder è lì, immobile e stanco. Sa ciò che non deve più fare, ma ignora ancora cosa fare al suo posto.
I corvi avvolgono quella che riconosce come la propria anima. Una nebbia gli penetra dentro, dissolvendo ogni certezza.
Non siamo soltanto corpi. I santi indicano ai corpi una direzione.
Il pensiero svanisce. I corvi scompaiono all’improvviso, portando via con sé l’anima di Alder.
I santi non servono. Sono soltanto gli schiavi del Re.
«Io non ho mai voluto essere un santo», dice Alder.
Alder torna a scuola. Non trova più bambini in attesa di una lezione, ma persone che aspettano da lui una risposta, come se custodisse ogni segreto dell’esistenza. È proprio questo ad angosciarlo.
Un bambino gli si avvicina.
«Maestro, tu sai cosa succederà?»
Alder lo guarda. Per la prima volta, la telepatia non gli restituisce soltanto il pensiero del bambino, ma quelli dell’intera classe.
Paura. Ammirazione. Bisogno. Desiderio di essere salvati.
Ma da chi? E da che cosa? Perché gli esseri umani sembrano nascere già spaventati dalla vita e cercano incessantemente una salvezza?
«Non c’è nient’altro», risponde Alder ai suoi discepoli. «Non esiste alcuna salvezza da inseguire. Voi siete già salvi».
Il tempo scorre. I bambini diventano adulti e le generazioni si susseguono. Alder, invece, rimane immutabile, a impartire le sue lezioni. È diventato una presenza fuori dal tempo, un maestro al quale nessuno osa più rivolgere domande senza attendere il suo consenso.
Polina gli si avvicina.
«Ti si inginocchiano ai piedi perché sono schiavi. Hanno bisogno di qualcuno più grande di loro che gli dica cosa fare, perché non sanno decidere da soli».
«Io sono più grande di loro», risponde Alder.
Polina sorride.
«È esattamente ciò che dicono tutti i santi prima di diventare statue».
Alder comprende di trovarsi davanti a una scelta: rimanere una statua di pietra, venerata da chi cerca certezze, oppure tornare a camminare tra i mortali, accettando di essere uno di loro.
Catherine, invece, non si inginocchia mai. Mentre tutti vedono il Santo, lei continua a vedere l’uomo.
«Io non voglio la tua frequenza, Alder».
«Che cosa vuoi?»
«Che tu torni a casa».
Le sue parole lo raggiungono più profondamente di qualsiasi rivelazione. Alder ricorda una vita che sembra appartenere a qualcun altro: una casa, una moglie, una famiglia. Un’esistenza diversa da quella che ha sempre conosciuto, eppure stranamente familiare.
Ma il sogno gli sfugge ancora una volta. Ogni tentativo di afferrarlo lo dissolve, lasciandogli soltanto la sensazione di aver dimenticato qualcosa di essenziale.
«Stanno accadendo entrambe le cose, Alder!»
La voce di Natan giunge da dietro una porta.
«La realtà non è come vi appare. I sogni potrebbero rivelarvi la verità. Seguite i sogni».
Mi sveglio con il sudore sulla fronte. Per qualche istante non riesco a distinguere il sogno dalla realtà. Quel sudore appartiene a chi scrive queste parole, a qualcuno che forse vive attraverso Alder, oppure ad Alder stesso, prigioniero di un sogno che non riesce più a ricordare.
Forse un sogno contiene infiniti altri sogni. Forse ogni coscienza è una porta che conduce a un’altra dimensione.
«Tu, in quale sogno vivi adesso?»
La domanda emerge dal silenzio.
«Se puoi sentire i pensieri di tutti, Alder, chi ascolterà i tuoi?»
È la voce di Omen. Non appare il suo volto, né si manifesta la sua presenza fisica. La sua voce si insinua direttamente nella coscienza di Alder, come un pensiero che non gli appartiene.
Alder comprende che la telepatia non è il traguardo della sua evoluzione, ma una nuova forma di solitudine.
Sentire i pensieri degli altri significa perdere, lentamente, la capacità di distinguere la propria voce da quella altrui. Ha raggiunto la frequenza del Santo, ma non sa più se è padrone della propria esistenza. La sua coscienza si è estesa fino a confondersi con quelle degli altri. Eppure, più si avvicina a tutte le coscienze, meno riesce a riconoscere la propria.
Forse l’illuminazione si è trasformata in un’altra forma di prigionia. Conoscere ogni cosa non significa necessariamente comprenderla, così come raggiungere una coscienza universale non equivale a essere liberi.
Forse Alder deve soltanto tornare a essere un uomo, accettare i propri limiti e riconoscere il bisogno degli altri, senza pretendere di soddisfarlo.
Rimane in silenzio. Non cerca risposte e non tenta di raggiungere altre coscienze. Per una volta, non vuole essere un maestro né un Santo. Vuole soltanto tornare se stesso.
Forse è questo lo scopo della coscienza: generare esperienza, attraversare la realtà e trasformare ogni istante in una possibilità di esistere. Vivere attraverso il flusso, senza pretendere di dominarlo.
Alder non sa se questa sia la verità. Per la prima volta, però, non sente il bisogno di dimostrarla.
Si alza, attraversa l’aula e raggiunge la porta. Nessuno osa fermarlo.
Fuori, Torino è ancora avvolta dalla nebbia. I corvi sono scomparsi e il cielo conserva il suo colore grigio.
Alder cammina senza una meta, senza cercare una nuova frequenza. Non sa dove lo condurranno i suoi passi, ma non ha più bisogno di fare miracoli per sentirsi vivo.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Noir
La figura del corvo ha sempre un fascino particolare, in questo tuo brano è veramente ben descritta. 🙂
Grazie!