Il disagio numero uno 

Serie: Helena Everblue


I giorni si trascinano lenti, faticosi e monotoni. Da qualche tempo Helena ha cominciato a dare una mano con le faccende del mercato; si limita a pulire e a sistemare. Hugo aveva pensato di metterla dietro al bancone, ma il dubbio che i suoi occhi particolari avessero potuto spaventare la clientela, lo aveva fatto desistere. Nessun problema per lei, il lavoro dietro alle quinte le si addice molto di più; le persone che non siano Hugo la infastidiscono e lei, in un certo qual modo, infastidisce loro.

Naturalmente lavorare al banco del boss comporta anche alcuni disagi e, se per esempio il disagio puzza può essere facilmente superato, superare il disagio Markus può rivelarsi un’impresa ben più ardua.

I clienti che si fermano per acquistare o, come troppo spesso accade, solo per curiosare, sono delle specie più disparate, dalle donnacce dedite al mestiere più antico del mondo ai ragazzotti sfaticati senza il becco di un quattrino. Helena si tiene in disparte per quanto le è possibile, ma non sono rare le volte in cui viene additata. Fatica a decifrare l’espressione che disegnano i lineamenti di quelli che la osservano, probabilmente stupore, forse pietà.

Tra i vari occhi che la guardano di sottecchi ce ne sono due particolarmente insistenti. Piccoli e adombrati dall’età avanzata, eppure scaltri e terribilmente curiosi. Markus, il disagio numero uno.

L’anziano pescivendolo ne ha ben donde di osservare la ragazzetta e, almeno dal suo punto di vista, la ragione è molto semplice. Nonostante si scervelli fino a farsi lacrimare gli occhi non riesce a venire a capo di un mistero: che sia notte, che sia giorno, non passa minuto senza che si domandi come sia possibile che la mocciosa respiri ancora. Non solo la Malattia sembra non aver alcun effetto su di lei ma, complice il cibo che caccia nel gargarozzo, le sue ossa si stanno coprendo di carne e le sue guance sembrano più rosee. Dovrebbe essere morta e invece se ne sta tranquilla e beata con la pancia piena di pesce. Quella ragazzina non gli piace, quindi gli sembra cosa buona e giusta comandarla a bacchetta: pulisci di qua, sistema di là. A volte, quando il boss non si trova nei paraggi, aggiunge ai suoi comandi pure un calcio ben assestato o uno schiaffo sonoro di quelli tirati con le nocche che son più efficaci. Avrebbe dovuto prendere provvedimenti al più presto o quella mocciosa avrebbe finito per tirarlo matto, boss o non boss.

***

Le ombre che si allungano sono indicative dell’ora che si è fatta tarda. La giovane finisce di riporre le casse di pesce nel piccolo magazzino. Si massaggia distrattamente il collo, appena sotto l’orecchio sinistro. La mattina seguente, Markus cospargerà la merce avanzata con uno speciale olio inventato dal boss che la farà apparire come nuova, fresca e gustosa. Solo apparenza ovviamente, ma il prossimo carico dal mare esterno non arriverà prima di due giorni. In caso di estrema necessità avrebbero fatto ricorso loro stessi a quel pesce marcio, ma il prospetto di una dissenteria con i fiocchi non li alletta di certo. Con il prezzo “amico” di soli tre gialli, il signor Cho avrebbe venduto loro un sacchetto di riso, ma racimolare quella cifra può rivelarsi un’impresa ai limiti dell’impossibile. Sono tempi di vacche magre o, per restare in tema, di pesci marci.

Persa in quei pensieri, Helena richiude il portone del magazzino servendosi di una vecchia chiave arrugginita.

«Marmocchia». Una voce alle sue spalle. «Ehi, dico a te!».

Si volta.

«Markus?».

«Signor Markus» ribatte l’uomo.

«Mi perdoni, signor Markus, non intendevo mancarle di rispetto».

Il vecchio pescivendolo la fissa immobile sulle sue tozze gambe; la schiena è curva sotto il peso di un sacco che tiene a tracolla. Helena immagina contenga altro pesce di dubbia qualità.

«Dammi quelle chiavi, marmocchia!».

«Ma il signor Hugo ha detto che devo riportarle a lui».

«Cerchiamo di capirci. Sono io il socio del boss. Markus è amico di Hugo, tu sei solo una piccola marmocchia ladra».

Helena sospira; porge le chiavi a Markus e, dentro di sé, si augura che il fastidio numeno uno abbia interessi che lo portino lontano da lei.

«Hai capito?».

Lei annuisce.

Il vecchio afferra le chiavi e, come in uno scambio senza logica, le getta il sacco.

«Andiamo» comanda. «Ho del lavoro extra per una marmocchia scansafatiche». La sua risata è un gorgoglio di catarro.

Helena si guarda attorno, ma della sagoma di Hugo neppure l’ombra. Nulla da fare; volente o nolente, avrebbe dovuto sottostare ai comandi di Markus.

La giovane precede il vecchio nella tarda sera di Newcity. Nonostante il peso del sacco colpisca le sue reni, non gli avrebbe dato la soddisfazione d’intravvedere sofferenza nelle pieghe delle labbra. Soffoca una smorfia.

«Muoviti marmocchia!» la sollecita il pescivendolo. «Il lavoro ti attende».

Giungono a una radura di terra brulla dove sporadici ciuffi di erba giallastra sembrano peli di un decrepito gigante. Markus la invita ad appoggiare il sacco, indicandole un badile che, con ogni probabilità, lui stesso aveva portato lì precedentemente.

«Che hai da guardarmi con quegli occhi da pesce lesso?» la schernisce. «Muoviti intanto che la luna non se ne va fuori dalle palle, porco d’un cagnaccio rognoso maladdestrato!».

«Signor Markus, ma cosa stiamo facendo?».

«Stai zitta e apri il sacco!».

La luna è malvagia sovrana della notte: nel momento in cui avrebbe dovuto lasciare spazio all’ oscurità che rende ciechi, preferisce burlare il cuore di Helena mostrandole il contenuto del sacco. La testa di Erphinia della Seconda Casata ha occhi vitrei, opachi nel latteo chiarore.

«Oddio.» Helena deglutisce. «Chi è stato a ff farle questo?».

«Se intendi chi le ha segato la testa, sono stato io! E non solo! Sette grossi pezzotti ciò ricavato dal suo corpo. Ma che m’importa, che lo sterco sotto gli stivali ha più valore. Adesso piglia il badile e comincia a scavare!».

«Signor Markus, la prego».

«Scava, porco di un cagnaccio maladdestrato! Scava fino a spaccarti le nocche, agli altri pezzi ho pensato io, ma questa crapa grossa è affare tuo».

«Signor Markus» prova a ribattere Helena. «Io non…».

«Invece sì, marmocchia».

Helena si china, stringe il legno tra le mani. Il lavoro al mercato ha indurito i palmi e le schegge non le danno fastidio.

«Scava, perdinci!».

Solleva il badile.

«Scava!».

Frena il desiderio di scagliare l’arnese addosso al vecchio. Su quell’isola lei è un ospite e, in fondo, Markus non s’inganna affermando che Erphinia è soprattutto affare suo.

Comincia a scavare, sotto i raggi di una luna svogliata, sotto lo sguardo di un vecchio che detesta. Scava senza porsi troppe domande, senza sperare ulteriormente nell’arrivo di Hugo. L’eroe che salva la donzella. Ma salvarla da cosa esattamente?

Quando Markus le ordina di fermarsi, il sudore le lava il viso. Mesta e silenziosa dà sepoltura ai miseri resti coprendoli di terra quando l’oscurità è quasi totale.

«Posso andare adesso?».

Il vecchio non risponde. Forse è meglio così: cosa avrebbero potuto dirsi in quel momento? Sporche parole pregne di rabbia e falsa sottomissione.

***

Se la testa mozzata avesse potuto parlare, probabilmente avrebbe narrato il ricordo di un’ esile bambina; una ranocchietta dai riccioli biondi che adorava dondolarsi sulle ginocchia del nonno. Avrebbe descritto con entusiasmo quei momenti di tepore, le labbra sottili del vecchio che si muovevano. Il fuoco del camino che dipingeva ombre nella grande sala da pranzo della casa più appariscente dell’intera zona alta di Newcity.

«Ascoltami bene, Erphinia. Questa non è sempre stata la nostra casa. Non fummo sempre i Cowlow della Seconda Casata, ma della Prima. Vivevamo in un’altra isola. Tanto, tanto tempo fa. Un luogo lontano che non potresti neanche immaginare».

Lei annuiva, catturata da quelle che la sua mente acerba credeva favole. Ma, in profondità, le parole del nonno attecchivano sempre di più.

«Un regno governato da un grande re del quale io ero consigliere».

«Che bello, nonno! Ci sono le fate in quel regno?».

«No, piccolina mia, ma ci sono molte altre cose meravigliose. Carrozze che si muovono senza bisogno di cavalli, ad esempio. Sai una cosa? Ho nascosto la mappa per arrivarci».

«Davvero, nonnino? E dove l’hai nascosta?».

«In un barattolo in cantina; uno di quelli in cui la mamma a volte mette le conserve. Ti piacciono le conserve della mamma, vero?».

Erphinia non sembrava convinta. «Le conserve mi piacciono molto, ma la cantina mi fa paura».

Il vecchio sorrise accarezzando i riccioli della nipote; rivolgendosi forse più a se stesso che a lei, raccontò di come in gioventù aveva organizzato una truffa a una delle banche principali della sua isola d’origne e di come, una volta scoperto, era stato condannato all’esilio. Del suo viaggio verso sud a bordo prima di una nave mercantile, poi di una barchetta di poche pretese. Aveva catalogato ogni singolo scoglio visto, ogni movimento di bussola prima di giungere a un affioramento di terra che gli indigeni chiamavano Newcity. Servendosi dell’oro che era riuscito a portare con sé, si era ingraziato la popolazione locale e aveva perfino trovato moglie. La sua nuova vita non si rivelò pessima; Erphinio Cowlow restava pur sempre un nobile, magari di una categoria inferiore. La Seconda Casata.

«La cantina è buia, tesoro mio, ma arriverà il momento in cui dovrai andarci».

«E quand’è che dovrò andarci, nonnino?».

«Nell’isola dalla quale veniamo, le luci non si spengono mai. É il buio che dobbiamo temere».

«Io ho paura del buio!».

«Sì, piccola mia. É per questo che ti sto parlando. Appena ti accorgi che il buio è troppo, scendi in cantina, trova la mappa, e dirigiti all’isola d’origine della nostra casata».

«E una volta lì, nonnino?».

«Dovrai avvertirli».

«E di che cosa?».

«Dell’oscurità che avanza».

Passarono gli anni, il nonno morì e, poco tempo dopo, anche i genitori della piccola lo seguirono. Tuttavia lei non dimenticò mai quei racconti; crebbe nella certezza di trovarsi nel posto sbagliato, e l’inadeguatezza cominciò a pesarle sull’anima, sempre di più. I chili aumentarono di pari passo con la rabbia. Non scese mai in cantina, finché un giorno i bambini della zona bassa di Newcity cominciarono a morire misteriosamente.

***

Per Helena ritrovare la via che l’avrebbe riportata all’unico posto che può considerare casa richiede più tempo del previsto. Dopo aver sbagliato strada per ben due volte, ritrova la minuscola abitazione del boss. Si lascia cadere sulla branda che lui stesso le ha preparato senza nemmeno degnare di un’occhiata la bacinella colma d’acqua per lavarsi. Le sembra che dei folletti dispettosi si divertano a tirarle gli arti: la fiaccano. Non può far altro che sprofondare tra le coperte, abbandonandosi alla stanchezza. Hugo non è ancora rincasato, ma non spetta a lei preoccuparsene: non è la prima volta che succede e comunque non sono affari suoi.

Le palpebre pian piano si abbassano, rendono il buio ancora più buio e trascinano la ragazza negli strati nascosti del sonno.

«Ehi!».

Qualcuno la sta chiamando. Una rubiconda testa mozzata.

«Svegliati!».

La luce opaca della lampada rischiara la stanza: i due letti, il tavolo massiccio provvisto di sgabelli e la vecchia cassettiera. Vecchia ma non come l’uomo che, ritto davanti all’ingresso, si confonde nella penombra.

«Signor Markus, cosa vuole ancora? Ho fatto tutto quello che mi ha detto! Adesso vorrei solo dormire».

«Lo vorrei anch’io, marmocchia, ma non ci riesco. E sai perché non ci riesco?».

Helena scuote il capo.

«Perchè mi fai incazzare, ecco perché!».

La ragazzina non sa più che pesci pigliare; vorrebbe rimpicciolirsi, scomparire tra le pieghe delle coperte, ma quando l’uomo le si avvicina con passo claudicante si prepara ad affrontarlo. È solo un vecchio, non deve temere nulla da lui.

«Signor Markus, io voglio che tra noi le cose vadano meglio».

Questi appoggia l’ossuto deretano sul letto della giovane, come farebbe un padre che si appresta a salutare la figlia con un candido bacio della buona notte.

«Porco cagnaccio maladdestrato, ti pare che le cose possano andare meglio?!» Si gratta distrattamente la nuca con le unghie squadrate. «La nave con il carico dal mare esterno è parecchio in ritardo e se non arriverà entro la settimana ci toccherà mangiare i sorci. Nel magazzino ne girano parecchie di quelle bestiacce».

«Prenderemo qualcosa dal signor Cho, giù al quartiere portuale».

«Signor Cho?!» ribatte Markus rimirando il candore della forfora che gli è rimasta appiccicata alle dita. «Non mi fido di chi tiene gli occhi mezzi aperti e, se è per questo, mi fido ancora meno di quelli che li tengono del colore del mare in burrasca…di quelli e di quelle!».

«Io non…».

«Oh, ma non ti preoccupare ragazzina, finora ti sei pappata il nostro cibo, ma le cose stanno mutando in rogna».

«Io lavoro!» il tono di voce della giovane si fa più risoluto. «Ho diritto al cibo quanto voi».

«Tu sei un fastidio!» sbotta Markus. «Il fatto che non ti sbrighi a crepare è un fastidio».

«Non capisco».

«Vedi qualche altro marmocchio oltre te?» Le braccia rugose del vecchio sembrano quelle di un folle direttore d’orchestra: disegnano immagini indistinte nell’aria, accompagnate dal suono degli scricchiolii dovuti all’età. «Immagino che in quel cazzo di posto da cui vieni tu ce ne stanno un sacco, ma qui la Malattia li accoppa tutti. Tutti, ma non tu! Tu stai qui a rompere le palle. Il boss è uscito fuori di melone; è da compatire, probabilmente quando ti guarda si ricorda di quell’altra! Ha sofferto che manco un cane bastonato e io mica ci tengo a rivederlo in quello stato. Dovresti essere morta e invece, per mille cagnacci rognosi maladdestrati, stai più in salute di un grillo. Ma non ti preoccupare, ci metto un attimo ad aggiustare le cose e lo faccio per il tuo bene. Un atto di pietà.» La lama seghettata di un coltellaccio fa capolino dalle brache del vecchio, come un letale serpente velenoso. «Un colpo secco e ti ritroverai dal Creatore senza che manco te ne accorgi».

Il coltello si leva, pronto a discendere: la furia che toglie la vita. La fanciulla appoggia la schiena alla fredda parete e, con un movimento delle gambe, colpisce il vecchio al bassoventre un attimo prima che la lama incontri le sue carni.

«Hugo! Signor Hugo, mi aiuti!».

Si alza dal letto con l’agilità di un felino, scatta in direzione dell’uscita.

«Oh, è inutile che chiami il boss! Si è ficcato nella testa di fare le ronde; da quando è schiattata quella cicciona non ci sta più con la zucca».

Ansima, pronta a gettarsi nelle fauci della notte, dell’oscurità. Mani come artigli la afferrano.

«Adesso sistemiamo le cose, mocciooosa» biascica Markus. «Mica è giusto che respiri ancora; la Malattia si è dimenticata di te, ma io no di certo!».

La giovane si volta, chiude i suoi strani occhi. Meravigliosamente strani. Attende l’inevitabile epilogo: la morte, ma non per lei.

Tutto avviene in un attimo. Quando riapre gli occhi, vede la testa di Markus che, divelta dal corpo, rotola sul pavimento. Il lucente sorriso di una lunga lama ricurva, molto diversa da quella rozza del coltellaccio. E tra le ombre, un’ombra che pare figlia della pece; la figura snella di una donna. Nera. Buia. Si inchina al suo cospetto.

«Mi perdoni se sono arrivata tardi, principessa» le dice.

Serie: Helena Everblue


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Che forse una bambina speciale l’avevo intuito, che fosse importante anche (l’aristocratica che la conosceva), ed ora scopriamo che è addirittura una principessa!
    Intrigante questa storia della Malattia che uccide i bambini. C’è tanto da scoprire, qua!

    1. Ciao Tiziano, spero che anche i prossimi colpi di scena riescano a stupirti. Povera Helena, sapesse quel che la aspetta! No vabbè, lei lo sa…siete voi lettori che dovete ancora scoprirlo! Ahahahah

  2. Ciao Dario. Ti rinnovo i miei complimenti! Scrivi bene e hai sempre finali a sorpresa. I tuoi sono racconti ricchi di colpi di scena. Però, col “disagio puzza” sto ancora ridendo ??? Alla prossima.

  3. Ciao Dario, i colpi di scena non mancano. La tua serie si prospetta una favola molto moolto dark. Attendo le prossime rivelazioni su Helena e la Mietitrice al suo servizio 😉

  4. Ciao Dario, ho letto i precedenti episodi tutti d’un fiato, ma ho deciso di commentare solo adesso, per non rischiare di essere ripetitivo. Eh sì, perché meriti davvero tanti complimenti, per il tuo modo di immergere il lettore nel mondo oscuro di Helena e soci con descrizioni memorabili, e per i misteri che continuano a celarsi dietro gli occhi di questo meraviglioso personaggio… sono solo una new entry, ma è stato un piacere aver scoperto questo diamante di nome Everblue… Al prossimo episodio…

  5. Dario, ho letto tutto d’un fiato questo nuovo episodio che mi ha tenuto incollato alle righe fino all’ultima parola.
    Complimenti per la narrazione e i dialoghi, la storia si sviluppa con dei bei colpi di scena e sinceramente logora chi la legge per l’attesa di nuovi episodi.
    Bravo.
    Alla prossima lettura,

    1. Ciao Raffaele, e come sempre grazie per aver letto. Rendere la storia scorrevole e mai noiosa è il mio obbiettivo numero uno e se ci sono riuscito ne sono felice. Alla prossima.
      ?

  6. Uao, che finale! Mi è piaciuto moltissimo. Helena… addirittura una principessa? E chi sarebbe questo nuovo personaggio? Voglio subito il seguito! 🙂 Come avevo pensato, gli episodi fino a questo momento sono stati “introduttivi”: forse inizierà un bel viaggio epico in cui Helena – e non solo – dovrà affrontare di tutto e di più. Anche se stessa? Il suo passato? I suoi ricordi? Chissà! 🙂 Complimenti, attendo il prossimo episodio!

  7. Un altro episodio interessante. Bella la caratterizzazione di Hugo. È bello il gancio con la donna nera come la pece e con la rivelazione riguardo lo status di Helena. Attendo con interesse il prossimo episodio.

    1. Sempre troppo gentile, Massimo. La dama nera ci riserverà non poche sorprese e la stessa Helena…vabbè non posso dire niente, questa serie è ancora nelle sue fasi iniziali ed è presto per le rivelazioni più succose. Ahahahah.
      PS Per il prossimo episodio non servirà aspettare tanto.