IL DRAGONE

In quella calda e umida domenica a Meixian, un distretto della città di Meizhou situata nel Nord-Est della provincia cinese del Guandong, io e il mio collega Brusa Marcello non sapevamo più che fare per trovare un po’ di refrigerio e tranquillità in quell’inferno di clacson.

Eh sì, in Cina non è come qua in Italia dove pare che le macchine abbiano il permesso di passarti sopra mentre cammini, ma vige una sorta di regola che impone agli automobilisti di segnalare tramite dispositivo acustico la loro presenza a passanti e biciclette; potete immaginarvi il casino.

Non c’era pace né di giorno né di notte, sembrava un incessante matrimonio dove tutti suonavano all’impazzata per osannare gli inesistenti sposi.

A farcire quel caos più completo c’erano anche: il drindrìn dei campanelli delle numerosissime biciclette, incomprensibili voci, il rumore assordante di camion e trattori testa calda quasi sempre smarmittati, infatti quella inutile protuberanza era la prima a staccarsi, causa le tremende buche stradali che avrebbero fatto impallidire persino quelle della Valseriana e di Roma capitale.

Fu così che decidemmo di recarci in un parco pubblico, l’unico luogo dove poter trovare l’agognata pace.

Prendemmo un risciò e un cinesino munito di huanga e infradito, dopo i primi convenevoli usciti da una boccuccia piena di denti nerastri, si inerpicò sui pedali per vincere il considerevole spunto di quella pesante ferraglia e dei due laowai appena caricati.

Considerando che sia io che il Brusa al tempo eravamo poco più che pelle ed ossa, al cinesino non andò poi così male e rapido iniziò con grande maestria a farsi largo tra i mille ostacoli che gli si paravano dinnanzi. 

Era veramente divertente essere trasportati su quel mezzo come fossimo due signorotti degni di ogni attenzione.

Risalimmo così la Xianzi Middle Road, poi girammo a destra e tramite il ponte Meizhou Bridge attraversammo il fiume Mei Jiang fino a raggiungere il Jianying Park.

Non era un parco molto grande, ma era quel piccolo paradiso che eravamo riusciti a trovare senza l’aiuto dello smartphone e Google Maps; magari a quel tempo avessi avuto per le mani quella dannata appendice che sicuramente i cinesi l’avrebbero battezzata l’artiglio del diavolo.

Pare quasi impossibile ma nel 1994 mi trovavo a quasi diecimila chilometri da casa e non avevo in tasca nemmeno un marcio di cellulare per chiamare mamma.

Ricordo ancora i suoi occhi lucidi quando, dopo tre mesi di trasferta, mi vedeva rincasare senza alcun preavviso per non tenerla in pensiero e farla agitare.

Nella nostra guest house, interna al poligono industriale tessile dove lavoravamo, c’era un unico telefono condiviso, dove solamente una volta a settimana potevamo chiamare casa, chiaramente quando ci riusciva di prendere la linea.

Quel parco era frequentato da qualche adolescente, mamme con relativo figlio e coppiette.

Vi starete chiedendo perché ho scritto mamme con relativo figlio!

Mai sentito parlare di controllo delle nascite?

A partire dal 1979 in Cina, per contrastare il fortissimo incremento demografico, fu introdotta la politica del figlio unico e per un cinese non avere un primogenito maschio era considerato come una sorta di disgrazia. Non vi dico le sconvolgenti conseguenze di questa linea di pensiero soprattutto nelle zone rurali.

Invece le coppiette cercavano un po’ di privacy recandosi al laghetto del parco e li potevano noleggiare delle barchette munite di tendine parasole; anzi direi, para sguardi.

Infatti, anche nelle giornate grige, non era insolito vedere delle barchette con tendine abbassate ondeggiare come in un mare in tempesta.

Il passaggio dal casino del centro città alla quiete di quel parco, era però troppo per due giovinastri poco più che adolescenti quali eravamo. 

Ci annoiavamo e dovevamo inventarci qualcosa per svagarci e bruciare tutto lo stress accumulato con le grandi responsabilità della settimana passata in cantiere.

L’occasione, non tardò a presentarsi quando nascosto da alcuni alberi scorgemmo un enorme dragone.

Tra gli strani e stupidi giochi di quel parco il dragone di per certo rappresentava la sua grande attrazione e chissà che cose spaventevoli celava al suo interno.

Ci avvicinammo fino a raggiungere quella che sembrava una biglietteria, una sorta di casupola in lamiera dove da dietro la vetrata, si intravedeva una cinesina tutta indaffarata a contare i renmimbi; la valuta del popolo.

Fu in quel momento che ci balenò in testa la più tremenda delle idee.

Con qualche difficoltà ad interloquire con la cinesina, acquistammo due biglietti per l’ingresso al dragone; un percorso all’interno di una gigantesca struttura fatta di lamiere e fibra di vetro che iniziava dalla terrificante testa e terminava in una lunga coda appuntita.

Pieni di apprensione ci avvicinammo alle fauci della grande bocca e dopo un ultimo timoroso sguardo alla cinesina, entrammo e in balia del nostro destino sparimmo nell’oscurità.

Dopo nemmeno cinque secondi, lanciando urla strazianti, uscimmo da quella bocca come due razzi accesi dalle fiammate del drago.

Io e il Brusa ci ritrovammo ad una trentina di metri da quel mostro e con le braccia che ci sorreggevano le gambe ansimavamo sconvolti.

La cinesina ci guardò stupita per ciò che aveva visto e si lasciò calare sul volto una sorta di sorriso beffardo.

Dopo qualche abbondante minuto ed esserci ripresi dallo spavento, ci ripresentammo allo sportello della biglietteria e acquistammo altri due biglietti.

Quella ragazzotta dagli occhi a mandorla, sorridendo e farfugliando qualcosa ad altri avventori cinesi ci consegno i nuovi biglietti e fu così che tra il celato scherno dei presenti rientrammo nel drago.

Non passarono più di dieci secondi e dopo un urlo che avrebbe azzittito Tarzan, ci precipitammo fuori da quel dragone più spaventati che prima e ci stringemmo in un abbraccio consolatorio; un abbraccio che si da solo chi si ritrova vivo dopo averla  scampata per un soffio alla morte.

Il Brusa soffiava via la paura come un serpente ed io gesticolavo animatamente indicando il drago e mettendomi le mani tra i capelli.

La bigliettaia, ci guardò attonita poi scuotendo la testa si sciolse nuovamente in quell’odioso sorriso sardonico che, come un malefico virus, contagiava tutti i presenti.

Io e il povero Brusa ci sentimmo scherniti e allora ancora ciondolanti dalla paura ci allontanammo dalla struttura e andammo in cerca di una rinfrescante píjiǔ Tsingtao, una birra lager proprio niente male.

Un gruppetto di curiosi cinesi si era formato attorno al drago e ci fissava come se fossimo diventati noi la nuova buffa e inaspettata attrazione di quel parco. 

Io mi sentivo come una scimmia allo zoo e in un certo senso per alcuni di loro lo ero veramente visto che di tanto in tanto qualche temerario, si faceva avanti toccandomi i peli delle braccia e mosso da una sfacciata curiosità con un sorriso da ebete mi faceva segno proprio li sotto al marsupio.

Finita la birra ci alzammo e tanti occhietti a mandorla e melanconici ci fissarono come la gente al sicuro dietro una lastra di vetro infrangibile, guarda sconsolata l’inerme leone che si allontana.

Fino a quel momento più che due impavidi leoni sembravamo due gazzelle in fuga, ma eravamo determinati a mettere a dura prova il nostro coraggio.

Tornammo dalla cinesina della biglietteria che ci guardò esterrefatta.

Senza alcun indugio gli dissi:

«Qǐng liǎng zhāng piào».

Quella avida di yuan, altro modo di chiamare i soldi cinesi, ci stacco subito altri due biglietti ma questa volta, prima di mollare la presa, li trattenne ancora un attimo tra le dita quasi a volerci dare un’ultima occasione di ripensamento, quasi a voler ammonire la sua avidità e non solo di soldi. 

Determinati a portare a termine la nostra missione io e Marcello prendemmo un bel respiro e ci tuffammo ancora nel buio.

Passarono dieci secondi, ne passarono venti, passò un intero minuto e ne passarono altri due.

La bigliettaia con apprensione, non avendo ancora sentito il minimo strido e non avendoci visti uscire dalla coda di quel malefico essere, impugno una torcia e oltrepasso le terribili fauci del drago mettendosi alla nostra ricerca.

Roboanti grida maschili seguite da agghiaccianti strilli femminili uscirono dalla bocca del drago.

Della povera cinesina, che dispensava i biglietti del terrore, non si seppe più nulla. 

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Discussioni

  1. Devo confessare una cosa (oltre al fatto che la Tsingtao mi ha fatto personalmente cagare), hai una maestria nello scrivere secondo me degna di nota. Non tanto per il contenuto ma proprio per come il racconto scivola, hai una semantica decisamente particolare! Per quanto riguarda la storia, da grande amante dei Draghi son felice che la signora sia sparita al suo interno. Non so perché, un po’ avrei voluto saperlo, così come il motivo di tanto spavento dei ragazzi ma va benissimo così! Mi ha pienamente soddisfatto, come gli altri due tuoi scritti che ho letto. Perciò dovrò continuare con gli altri! Grazie

  2. I racconti nati da esperienze di viaggi all’estero mi affascinano sempre. Sarà perché da lontano tutto è “magico”, per rendersi conto di come stanno le cose veramente bisogna vivere nel luogo per parecchio tempo. Grazie per avermi portato al Jianying Park con te e fatto sorridere con il tuo aneddoto. C’è solo una cosa che mi incuriosisce. La povera bigliettaia, alla fine, vi ha mandati a “quel paese” o si è unita alla vostra risata?

    1. Grazie per il tuo commento! Mi piacerebbe scrivere relativamente ai tanti viaggi fatti e piano piano lo farò anche perché devo fermare i ricordi che con gli anni che passano vengono meno.
      Spaventammo la cinesina a tal punto che quel giorno non si vide più. Spero solo fino a quando i due draghi italiani si allontanarono da quel parco 😉

  3. Probabilmente voluto è il mistero su che fine facciano il narratore ed il suo amico…
    Bello, interessante e descrive luoghi e persone che, per il tempo in cui sono ambientati, non capitano spesso nei racconti che leggiamo qui su EO. Molto piaciuto.

  4. “fu introdotta la politica del figlio unico e per un cinese non avere un primogenito maschio era considerato come una sorta di disgrazia.”
    che cosa tremenda, davvero, fa accapponare la pelle. Non esiste uno Stato perfetto ma qua si è toccato veramente il fondo