Il giorno della partenza

Serie: Conterò fino a cinque


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Più di ogni cosa, spero di riuscire a tornare a casa e di svegliarmi, la mattina seguente, ritrovandomi qui a guardare una nuova alba.

Quando si sta per affrontare qualcosa che spaventa, l’attesa è sempre la parte peggiore: la fantasia galoppa e costruisce immagini catastrofiche. Poi, finalmente, arriva il giorno tanto temuto e la paura si trasforma in euforia. Stento a riconoscermi in quei momenti.

La prima cosa che ho imparato mentre Kalle guidava e io guardavo fuori dal finestrino è che non posso controllare sempre ogni cosa. Anzi, in realtà, non posso controllare niente. Non posso impedire a un cervo di correre sull’autostrada o al cielo di piovere; non posso frenare con la forza del pensiero o costringere gli altri automobilisti a essere prudenti. E se uno scoiattolo si lanciasse in una corsa pazza sotto le ruote, vorrà dire che quella è la sua ora e che per un corvo fortunato è il momento di pranzare.

Sono salita sul primo aereo con l’atteggiamento di un militare pronto a morire in guerra. E la morte, nella mia mente, era davvero una possibile e imminente esperienza che avrei dovuto affrontare. Questo è stato il secondo insegnamento: tutti dobbiamo morire. Spesso mi ritrovo a vivere come se fossi eterna: scatto foto e le conservo gelosamente, immagino me stessa tra quaranta, cinquanta, sessant’anni. Poi però mi rendo conto che di anni ne ho già quarantaquattro e che, se dovessi arrivare a ottanta, potrei già considerarmi fortunata!

Salire su quell’aereo mi ha fatto percepire qualcosa che nella quotidianità preferisco ignorare: in qualsiasi momento potrei morire e non sarebbe nemmeno strano, ma il normale corso dell’esistenza. Aggrapparsi disperatamente alla vita, oltre che stupido, è anche inutile. Così mi sono seduta su quel sedile centrale, ho allacciato la cintura, ho aperto la bocchetta dell’aria per ridurre la claustrofobia, ho chiuso gli occhi e mi sono lasciata andare. Ho accettato che accadesse ciò che doveva accadere, rinunciando al controllo.

Avevo con me un audiolibro che mi avrebbe insegnato a vincere la paura di volare; quindi, prima del decollo, ho inserito gli auricolari e ho iniziato ad ascoltare. Quando l’aereo ha cominciato a muoversi sulla pista, ho visto le mie mani tremare e ho sentito il cuore impazzire, ma ho comunque deciso di tentare quel primo decollo senza Diazepam, perché volevo mettermi alla prova. La velocità è aumentata ed è arrivato il momento più temuto: l’aereo si è staccato dal suolo, provocandomi quel disagio dovuto anche alle vertigini, che mi fa sentire come se lo stomaco volesse uscirmi dagli occhi. Proprio come avevo imparato mesi prima, ho messo la mano destra sull’addome e ho inspirato per cinque secondi, ho trattenuto il fiato e poi ho espirato per altri cinque. Ma niente sembrava aiutarmi; se quel decollo fosse durato un secondo di più, probabilmente sarei impazzita.

Una volta in fase di crociera, ho tolto gli auricolari e ho ricominciato a respirare normalmente. Avevo sentito dire che osservare gli assistenti di volo e vederli sorridere fosse una garanzia, il segno che tutto procedeva bene nonostante le turbolenze. Ho alzato lo sguardo proprio mentre due belle ragazze, forse troppo truccate, stavano spingendo il carrello. La più giovane, con due enormi occhi chiari e un rossetto rosso che andava ben oltre il contorno naturale delle labbra, stava rispondendo a qualcuno, attenta a non lasciar spegnere un sorriso che, a un certo punto, ha smesso di convincermi. Nessuno può sorridere spontaneamente così, per tutto il tempo: era chiaramente un’espressione forzata. Ho capito di non potermi fidare del personale di bordo: avrebbero continuato a mostrare i denti anche se l’aereo fosse precipitato. Così mi sono guardata intorno e ho capito che la vera prova di sicurezza era nello sguardo dei passeggeri, quelli che viaggiano di frequente e che sanno quali rumori o manovre sono normali. Una donna in particolare, seduta davanti a noi, continuava a conversare tranquillamente nonostante certi scossoni che a me sembravano eccessivi. Ho guardato lei, il suo viso rilassato, e questo mi ha finalmente trasmesso un senso di pace.

L’angoscia si è ripresentata al momento dell’atterraggio, quando ho dovuto nuovamente concentrarmi sulla respirazione, cercando di mantenere la calma e di evitare scenate. Il pilota, infatti, ha raggiunto la pista perdendo quota lentamente ed esibendosi in virate acrobatiche che rimarranno nei miei ricordi per anni. Quando ormai avevo quasi perso ogni speranza di uscirne indenne, il tonfo delle ruote ha messo fine alle mie sofferenze. Il primo volo era andato: evidentemente non era ancora arrivata la mia ora. 

Continua...

Serie: Conterò fino a cinque


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Discussioni

  1. Mi hai fatto rivivere quei viaggi che, non importa se durano 45 minuti o 20 ore (non mi sono ancora spinta più in là), mi fanno pensare alla peggiore delle morti: quella in volo.
    Ammetto di non aver mai detto di no ogni volta che se ne è presentata l’occasione, e anzi, di averle proprio cercate le occasioni. Tuttavia, mi spaventa moltissimo e, di solito, mi ritrovo a pregare, fino quasi alla santificazione 😀

  2. ” il tonfo delle ruote ha messo fine alle mie sofferenze”
    In realtà, per pe questo non è il momento in cui smetto di pensare a quella possibile orribile morte. Manca ancora il probabilissimo schianto contro una parete dell’aeroporto, o anche l’esplosione della coda, o cose simili. Simpatiche. Tu sei troppo ottimista 😂

  3. Ieri ho commentato il secondo episodio pensando fosse il primo. Forse c’è un disguido nella numerazione oppure mi sono semplicemente sbagliata, non so.
    In ogni caso, questo esordio è utile a inquadrare psicologicamente la protagonista. La paura di volare è diffusa, e ha un significato simbolico, secondo gli psicoanalisti. È pur vero che, sul piano razionale, fidarsi del ” personale di bordo” – come di chiunque altro non si conosca bene – somiglia molto a una scommessa.

  4. non mi ero accorta di tenere il fato, e di irrigidire la schiena, finché nn sono arrivata all’ultima riga. Il carico d’angoscia trasmesso dalle tue parole mi ha schiacciato per benino 🙂

  5. Spettacolare, in quanto, in questo oceano di angoscia descritta in modo estremamente intenso, hai improvvisamente inserito un paio di passaggi da scomposta guerriglia urbana di sapore fantozziano, tipo”Sono salita sul primo aereo con l’atteggiamento di un militare pronto a morire in guerra” e “Ho capito di non potermi fidare del personale di bordo” che mi hanno incrinato dalle risate.
    Applaudo

  6. Devo far ancora volare i miei figli per la prima volta, in particolare ce n’è uno che soffre di vertigini e ho paura che possa non gradire affatto e provare le tue stesse sensazioni. Leggo questo diario prendendo appunti.

  7. Cara Arianna, ho capito che abbiamo molto in comune io e te. La mia fobia principale è, però, legata alla paura della paura. E siccome amiamo entrambe il genere fantastico, quando sei in aereo immagina e spera di veder spuntare un angelo tra le nuvole: sarebbe bellissimo. Un abbraccio ❤️❤️❤️

  8. Ho trattenuto il fiato dal decollo all’atterraggio. E quella donna davanti che chiacchiera tranquilla mentre intorno sembra tutto finire è la cosa più vera di tutto il pezzo. Ci vuole coraggio a salire su quell’aereo e ancora di più a raccontarlo così. Brava Arianna.

  9. Io viaggio molto spesso in aereo e penso che, dopo aver letto il tuo racconto, non guarderò più il personale di volo come prima. 😄
    Mi è piaciuto molto il modo in cui hai raccontato la paura senza trasformarla in qualcosa di eroico o spettacolare. Anzi, proprio la sincerità dei pensieri e delle sensazioni rende tutto molto vivido e umano. Forza! Hai affrontato il tuo primo volo ed è stata una piccola grande vittoria.✌

  10. Il tuo racconto mi ha fatto vivere un’esperienza claustrofobica, ma al contempo mi ha fatto scappare un sorriso.
    Hai raccontato la paura, con quel pizzico di umorismo e di fatalità, che ha reso tutto piacevole.

  11. Le poche volte che sono costretto a volare sono come te: teso, fatalista e impaziente di tornare con i piedi per terra. So che è da sciocchi, che l’aereo è il mezzo più sicuro, che in macchina il rischio è nettamente maggiore e bla bla bla… ma la macchina la guido io, e, soprattutto, obbedisce alla precisa legge di gravità: raramente perde contatto col suolo. Brava Arianna, lucida ironia sulle nostre paure.

  12. Molto coinvolgente e ironico. Non l’ hai scritto di certo durante il volo: non credo che avresti saputo esprimere le sensazioni del viaggio con questo umorismo che mi ha divertito. Ho apprezzato anche la sincerità. Più autentico di così si muore; però anche tu, come mio padre, da ultracentenaria.😘

  13. “Così mi sono seduta su quel sedile centrale, ho allacciato la cintura, ho aperto la bocchetta dell’aria per ridurre la claustrofobia, ho chiuso gli occhi e mi sono lasciata andare”
    Questa é una delle frasi in cui ho rivisto me stessa. ❤️

  14. “Ho capito di non potermi fidare del personale di bordo: avrebbero continuato a mostrare i denti anche se l’aereo fosse precipitato.” 😂😂😂La prossima volta che salirò su un aereo mi guarderò intorno in modo diverso.

  15. Adoro questo episodio, mi hai fatto sorridere, ma anche ritrovare nelle tue frasi alcune mie paure, in particolare il bisogno di controllare tutto.
    Ti faccio i complimenti per la storia e ancora di più per il tuo coraggio di guardare in faccia e affrontare ciò che ti spaventa così tanto. Bravissima!