Il gruppo storico

Serie: Planavamo a stento


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I due amici sono andati insieme a fare un volo in aeroclub

Le lezioni all’università andavano avanti e noi seguivamo materie che sembravano completamente staccate da qualsiasi aspetto pratico e spazio concreto. Sembravano lontanissime dalle attività tecniche e pragmatiche che normalmente si attribuivano alle figure di ingegneri che da quelle discipline avrebbero dovuto essere formate.

A me tutti quei concetti teorici piacevano, erano sicuramente più congeniali alla mia indole non molto pratica, né mirata sulle cose pratiche e mi davano l’impressione di essere ancora in mezzo a una terra di nessuno dalla quale potevo dirigermi in direzioni che ancora non riuscivo a distinguere.

Carlo invece non era molto predisposto per queste astrazioni e aveva un’aria sempre un po’ scoraggiata perché non riusciva a distinguere alcuna via, nessuna strada e nemmeno un sentiero stretto e secondario che lo avrebbe condotto da quelle interminabili dimostrazioni di teoremi matematici al mondo concreto e veloce dell’aeronautica. Tuttavia, in quelle ultime settimane aveva cominciato a non rivolgere più continuamente i propri pensieri allo studio o alla sua passione perché sempre più spesso ci vedevamo e ogni giorno che passava cercavamo la reciproca compagnia. Così ci incontravamo nei pomeriggi in cui stava a casa e parlavamo e parlavamo del mondo che ci circondava, dei viaggi che sarebbe stato bello fare, delle nostre teorie sui rapporti umani o sulla politica, degli atteggiamenti dei compagni di corso o dei racconti degli anni del liceo quando ancora non ci conoscevamo. Se andavo a trovarlo dopo cena, spesso terminavamo queste chiacchierate a tarda notte e dovevo andar via in punta dei piedi per non svegliare i suoi.

Mi sembrava che a lui piacesse la mia capacità di entrare in profondità nelle cose e nelle situazioni e cominciare a spezzettarle e ad analizzarle, e a ragionarci sopra per analogie e differenze.

Lui stimolava queste mie continue riflessioni con la sua capacità di essere un interlocutore incredibilmente attento, di sapere sempre fare domande precise come lame affilate che mi costringevano a migliorare sempre di più le mie analisi. Mi piaceva moltissimo fare uscire i pensieri che avevo sempre avuto nella mia testa per condividerle con qualcuno che sapesse portare altre argomentazioni e farmi considerare punti di vista che non avevo valutato. Per questo il confronto di idee fra noi era continuo, come un interminabile filo che ci portava sempre più all’interno di territori inesplorati da cui spesso facevamo una fatica incredibile a tornare indietro. Proseguivamo anche per ore a seguire quel filo finché non si faceva tardi e dovevamo riscuoterci con forza per tornare alla realtà.

A Carlo invece serviva l’entusiasmo con cui mi buttavo in nuovi interessi per poter condividere con qualcuno la passione che fino a quel momento era rimasta un suo giardino privato, delimitato da recinzioni e cancelli, in cui non entrava mai nessuno. Ora invece aveva cominciato a condividere quel giardino, ma così facendo quello spazio si trasformava e diveniva meno omogeneo. Era infatti cominciato un continuo scambio di temi fra noi e, se lui mi aveva coinvolto nel mondo degli aerei e del volo, io lo coinvolgevo nella musica che mi piaceva, nella pratica delle attività sportive, nei libri che avevo letto e che commentavamo sottolineando i brani che più ci piacevano. Gli avevo dato da leggere i fumetti della Ballata del mare salato di Hugo Pratt e avevamo passato pomeriggi interi a sezionare i personaggi, i rapporti che c’erano fra loro e a costruire trame alternative e seguiti delle loro storie dopo la fine dell’avventura. Andavamo a correre insieme o a esplorare i sentieri del promontorio sul mare vicino a casa nostra. Piano piano questi continui scambi rendevano di quel “giardino” un territorio comune, un paesaggio famigliare per cui entrambi provavamo un sentimento sempre più forte di appartenenza.

Carlo aveva cominciato ad appoggiarsi sulla mia capacità di creare rapporti e tessere relazioni, di creare situazioni di incontro, di dosare i contatti e le assenze con le persone che mi circondavano: erano qualità che a lui mancavano completamente e che avevano causato la sua propensione ad isolarsi e ad alimentare la sua passione totalizzante.

Io avevo invece un gruppo di amici con cui trascorrevo gran parte del mio tempo libero fin dagli anni del liceo. Era un gruppo era ormai abbastanza esteso, visto che si era andando sviluppando nel corso di quegli ultimi anni, con ragazzi che si erano aggiunti man mano nel tempo, ma quelli con cui ero più legato erano Andrea, Luca e Nicola.

Andrea era un mio compagno di scuola del liceo, un ragazzo non troppo alto, con capelli neri e ondulati che portava lunghi. Luca era un amico di infanzia di Andrea, più grande di un anno rispetto a noi, era alto e longilineo con occhi scuri con sopracciglia folte che gli davano un’espressione seria. Era stato uno studente modello e aveva preso sempre voti altissimi fino a diplomarsi con il massimo. Suonava il pianoforte e studiava musica da tanti anni e dopo il liceo aveva deciso di continuare il Conservatorio. Nicola era un amico che avevo conosciuto negli anni della parrocchia e dei campi scuola quando eravamo quasi bambini. Aveva un anno più di me ed era bello di una bellezza sfuggente e inconsapevole. Aveva un fisico magro e vigoroso, portava i capelli lisci e lunghi e tutto questi particolari gli davano un incredibile successo con le ragazze, successo che lui sembrava subire passivamente. 

Dagli ultimi anni del liceo vivevamo quasi in simbiosi e le nostre giornate passavano uguali con lo studio la mattina e i nostri ritrovi pomeridiani nel bar che era il nostro ritrovo, e sembravano scandite con la precisione di un orologio a pendolo. A quel tempo le ragazze ci sembravano un paese sconosciuto e straniero che scrutavamo da lontano e conoscevamo solo per sentito dire. Una cosa che ricordo bene erano i lunghi pomeriggi a casa di qualcuno ad ascoltare un assolo di chitarra dei Pink Floyd o i lunghi passaggi sinfonici di qualche brano dei Genesis. Mi ricordo le infinite litigate, le interminabili conversazioni a sfotterci uno con l’altro, parlando delle squadre di calcio, divisi fra i tifosi di una o dell’altra squadra.

Passavamo molti pomeriggi facendo sport insieme. Io, Nicola, Luca e Michele, un altro amico del gruppo, ingaggiavamo intensissime partite di tennis in doppio dall’estate della maturità. Prima invece, negli anni del liceo ci eravamo appassionati al calcetto: a quel tempo era uno sport sconosciuto e non esistevano campi per giocare e ci dovevamo arrangiare giocando clandestinamente nella palestra del liceo che il pomeriggio tardi e la sera dopo cena era spesso vuota. Per farlo avevamo dovuto trafugare le chiavi approfittando del fatto che venivano spesso lasciate incustodite dai gruppi sportivi di pallacanestro o di pallavolo che usavano la palestra per gli allenamenti nel pomeriggio.

Ci organizzavamo poi durante le ore di lezione la mattina per cercare di radunare nel nostro gruppo o anche trovando amici di amici per arrivare a un numero sufficiente di persone per poter giocare una partita. Si finiva poi spesso la sera tardi perché giocavamo finché non eravamo sfiniti e continuavamo poi a stare insieme a cercare di placare la sete infinita bevendo da qualche parte tutti insieme.

Me le ricordo bene quelle partite clandestine, mi ricordo l’eccitazione che ci prendeva già da ore prima, l’euforia dentro la pancia mentre ci si preparava. Erano sempre battaglie durissime dove anche senza nessun premio in palio tutti lottavamo forsennati su ogni pallone, su ogni marcatura. E poi durante, e ai margini della partita, c’erano le infinite risate per i tanti scherzi, per le continue battute e prese in giro reciproche che nascevano durante le partite, ma che continuavano anche nelle serate e nei giorni dopo.

Al tempo la nostra vita era tutta lì, in quelle interminabili serate di musica, o in quelle partite che non volevamo mai finire e che ci lasciavano stremati e pieni di una soffusa felicità che talvolta negli anni ho ritrovato in qualche faticosa ed entusiasmante gita in montagna.

In tutti quelli episodi esilaranti che vivevamo, in ogni battuta geniale, che poi sarebbe stata raccontata per giorni, settimane e anche anni, sentivamo che c’eravamo noi, c’era una specie di mitologia comune che ci apparteneva e che ci univa.

Vivevamo insieme quel periodo effimero e provvisorio delle nostre vite che stavano mutando. Fino a qualche momento prima tutte le possibilità erano aperte e poi pian piano, quasi impercettibilmente, ogni scelta che compivamo ci mostrava meglio la via che potevamo percorrere, ma ci toglieva gli altri innumerevoli bivi che avevamo avuto davanti fino a qualche passo prima. E il nostro modo di stare insieme riempiva quei giorni e li irradiava di una allegria irrefrenabile e continua, che ci sembrava sarebbe potuta durare sempre. E ci sembrava di essere noi i protagonisti della scena e il mondo intorno a noi era una platea di spettatori che rimaneva nel buio e sullo sfondo.

Fu quindi naturale che gradualmente Carlo conoscesse tutti loro e cominciasse a frequentarli. 

Serie: Planavamo a stento


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “Sembravano lontanissime dalle attività tecniche e pragmatiche che normalmente si attribuivano alle figure di ingegneri che da quelle discipline avrebbero dovuto essere formate.”
    verissimo

  2. Bello questo episodio, quasi un “ponte”. Non c’è azione, ma ci sono interessanti considerazioni fatte dal protagonista e che calano il lettore direttamente nel periodo dell’università. Musica, sport, amicizie e frequentazioni, interessi condivisi. L’unica cosa, se posso permettermi, in alcuni punti c’è qualche refuso, ma niente di ché. Bravo!

    1. Si, hai ragione sui refusi: li ho anche notati quando ho incollato il testo quì, ma se correggevo poi andava di nuovo in approvazione e ho rinunciato 😉
      Comunque hai colto benissimo il senso del capitolo, che in realtà sarebbe molto più lungo con racconti di episodi divertenti del gruppo: serve a fare da ambientazione ai successivi capitoli con molta azione che seguiranno

  3. Che bello lo spaccato di vita che mostri.
    Conosco un ragazzo di nome Carlo che fa l’ingegnere, ma non aeronautico. E… detto questo, tornando alla prima riga del mio commento, per caso è un racconto autobiografico? Lo trovo troppo vivido per essere pura invenzione.
    Ciao!

    1. Ci sono ovviamente molti aspetti che vengono dalla mia esperienza, ma poi ho fatto un grosso lavoro per renderlo un romanzo e non un diario e quindi ci sono tanti aspetti inventati che servono alla caratterizzazione dei personaggi e alla costruzione della storia