Il momento era tutto

Il momento era tutto 

Mio padre aveva gli occhi azzurri. A lungo di lui ho ricordato solo questo, forse perché era la dissonanza evidente di tante, troppe cose in comune con te. Morì in un giorno qualsiasi di novembre e io ricordo un taxi sulla Salaria, una musica come tante alla radio, corsie di ospedale e silenzio. Quel giorno lui era proprio morto ma se ne andò via veramente da me una settimana dopo in un tennis club alle porte di Roma: stava per essere inverno ma c’era il sole, bevevo un caffè e forse anche tu, non lo ricordo. C’era MTV e una canzone di queste facili che dice “I never let you go”, nel video una tizia si sdraiava sull’asfalto. Io avevo una giacca blu, ero perduta ma anche felice.

“Sono venuto per due ore, sono venuto per te”, e il sole era veramente caldo altro che novembre. Nessuno mi avrebbe mai più amato come in quelle due ore, o forse le ore erano di più, comprese quelle del viaggio, della tua fuga clandestina incastrata tra famiglia e lavoro.

Che ci siamo detti non lo so, ma forse proprio niente e quelli sono sempre i momenti migliori: non dirsi nulla, mai nulla. E fare degli istanti frammenti, polvere, incanti da portarsi dentro anche per sempre. Ecco quel giorno pensai di dire addio a mio padre con grazia, cortesia, tenerezza. Gli dissi addio quando ti lasciai alle Partenze dell’aeroporto e poi te, che eri già mio padre ma senza gli occhi azzurri, mi regalasti un tuo bracciale adolescente “trovato in un cassetto” e andasti via ma poi ritornasti di corsa per salutarmi ancora e ancora.

Una polaroid perfetta in un’antologia di momenti amorosi. Anche nell’inganno.

Mio padre amava la musica, disegnare, creare. E queste assonanze con te furono delle fantastiche fessure dove mi nascosi per elaborare il lutto nella maniera più bella: mio padre non era mai morto se non per l’istante capriccioso del tennis club. E infatti ritornò subito per scrivere poesie, raccontarmi cose, accogliermi sempre, dipingere quadri. Ritornò per essere con me. Ritornò, ed eri te, per andare per chiese e musei, come quando ero piccola facevo con lui la domenica mattina. Un intreccio potente, senza tempo, immateriale. Così delicato che neanche me ne accorsi di ammansire il karma, modellarlo, ricrearlo e lasciarlo lì come un verso in attesa di essere concluso.

L’osmosi era in realtà iniziata un anno prima.

Quando ti incontrai mio padre stava già male. Ma io il suo male non l’ho mai veramente considerato: si lo so il carcinoma era severo e avrebbe fatto il compito affidatogli dalla natura ma io non mi sentivo disperata. Non lo ero, lo confesso. Perché iniziai a spostare pezzi di lui in te, iniziai a ricostruire lui in te, senza saperlo ma caparbiamente. Mio padre doveva essere giovane, sano, per sempre creativo, per sempre col ritmo giusto, per sempre ironico. Per sempre con me. Se non fosse stato per gli occhi azzurri sarebbe stato perfetto.

Ma mi accorsi un giorno in ospedale che lui stava male e non era più giovane, non era più allegro, non disegnava più, non raccontava più storie bizzarre: aveva solo gli occhi più azzurri del solito, fuori da una gamma cromatica reale. Fuori da questa vita. Per questo quando tu anni dopo mi portasti fuori da ogni tuo luogo, quando tu mi abbandonasti, quando il tuo amore finì mio padre morì veramente.

“Ti lascio perché non hai mai scelto di essere la mia compagna”. Avevi ragione, di un padre non si può essere compagne.

Un momento e finirono tutte assieme storie immense: mio padre, noi, tu.

Il karma adagiato sul comodino. Il verso aveva trovato la sua conclusione.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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