Il nuovo popolo

Serie: La carezza della cometa - Il nuovo popolo


Continua la storia, la riprendiamo una ventina di anni dopo con il nuovo popolo

    STAGIONE 1

  • Episodio 1: Il nuovo popolo

Mi chiamo Patrick, sono nato il settimo mese dell’anno della Cometa, il primo del nuovo popolo.

Sono triste, oggi. Stefano ha stretto le mie dita per ricordarmi, con la debole presa della sua mano, l’impegno a cui mi aveva legato negli ultimi mesi. Se ne è andato senza una parola, lui che non stava mai zitto e insisteva con consigli, raccomandazioni e ammonimenti che ormai conoscevo a memoria. Ma era questo che voleva io facessi: continuare il suo lavoro di cronista e io lo inizio adesso, poche ore dopo la sua morte.

“Conosci il prima,” mi diceva “vivi il presente e scrivi la storia. Per non dimenticarla e per farla conoscere a chi verrà dopo di te. L’Umanità esisterà fino a quando qualcuno ne terrà accesa la memoria.” Me lo ripeteva da sempre, da quando, al quarto anno, mi ha insegnato alfabeto e numeri e molto di quello che con loro si può fare. É stato uno dei miei padri, forse il migliore. E sono triste, oggi, perché non sentirò più la sua voce, dolce nell’insegnare e sferzante nei rimproveri.

Sono Patrick, figlio di Chiara. Andrea è mio padre, un grande uomo, ma non c’è sangue suo nelle mie vene, solo il suo amore, e non è poco. Ho altri padri e altre madri e credo che sia bello e giusto che ora sia così e non come prima. Ho amici, fratelli, compagni di gioco e di lavoro e una forte simpatia per una ragazza che ho visto una volta sola, molto tempo fa, e che vive lontano. Chissà se lei sorride, pensandomi, come succede a me ricordando il suo viso. Chissà poi se ancora mi pensa. Le scriverò, in tedesco. Un giorno ci riuniremo, non solo io e lei, ma tutte le comunità sparse per le Alpi. Il nuovo popolo sa che solo così sopravviveremo.

Il tempo ha cambiato molte cose. Il tempo nel suo scorrere e il tempo atmosferico. Il caldo, sempre in aumento nei primi anni, asciugava i torrenti, seccava i pascoli e bruciava le verdure. Poi, dopo la metà dell’estate del settimo anno, tornò abbondante la pioggia, le temperature scesero e quell’inverno la neve creò qualche problema. L’anno dopo fu peggio, ma meno di quelli a seguire. Nella primavera dell’undicesimo anno, ancora sepolti dalla neve, cominciammo l’esodo verso le colline del basso Garda e da allora viviamo qui. Le estati sono piovose e tiepide, ma d’inverno nevica poche volte e non gela quasi mai. Stiamo tutti meglio, animali compresi.

Fu Eldon a suggerire Affi. Sapeva dell’esistenza di una base militare, dismessa ma tenuta efficiente, nella quale avremmo potuto stabilirci per poi procedere nella bonifica di un paese, di un residence turistico, o di un qualsiasi agglomerato di abitazioni idoneo alle nostre esigenze, con pascoli per gli animali e per quel minimo di agricoltura a noi necessaria. Dopo un sopralluogo, Eldon, Werner e Silvio tornarono sorridenti: le pale eoliche, seppur ferme da una decina d’anni sarebbero state in grado, dopo l’opportuna manutenzione, di fornirci più dell’energia che ci serviva. Gli amici in Svizzera, tecnici del CERN, garantirono la loro collaborazione e quelli bergamaschi, forti braccia, il loro supporto fisico. Tutte le comunità, aggrappate ai versanti freddi delle Alpi, erano attente a questo nuovo passo e le visite degli amici, prima abbastanza rare, si intensificarono. Fu in una di queste occasioni che vidi Ingrid. Avevo quattordici anni e ancora la penso. Gli amici mi prendono in giro dicendo che è per questo che sono così attivo nel progetto di unificazione e che non vedo tutti i problemi che invitano alla prudenza. Probabilmente è così, ma considero anche cose che a loro sfuggono e temo il giorno in cui, come sempre, arriverà la notizia di gente che scende da nord e che parla una lingua incomprensibile. Stefano, nelle sue lezioni di storia, si era fermato a lungo sulle “invasioni barbariche” che minarono l’impero romano e io avevo appreso bene il concetto che voleva trasmettermi. Penso ci siano spazio e risorse per tutti, si accomodino pure. Il problema sarà l’essere abbastanza forti, nell’eventualità, da imporre il tempo per farsi ascoltare, non deboli come fuscelli da spazzare via.

Il dodicesimo anno, il primo da esuli, ci fu una veloce epidemia. Febbre alta, mal di testa e diarrea. Stefano mi raccontò che, un tempo, era la normalità a ogni autunno, ma che, ora, poteva essere un’emergenza allarmante. Lui, Edoardo, Ornella e anche mia madre la fronteggiarono senza risparmiarsi. Fu chiaro fin dai primi giorni che i sintomi peggiori colpivano i “protetti”, mentre gli “immuni” e i loro figli ne uscivano abbastanza velocemente. Il nostro gruppo dovette organizzare due cerimonie funebri, agli altri andò peggio, tranne che agli svizzeri, neanche sfiorati dall’influenza. Questo fu un duro colpo per gli “unionisti” e a nulla servirono le parole di Stefano e dei medici di ogni comunità per riaffermare che, anche se avevamo subito qualche perdita, era stato un successo, che solo l’unione garantiva capacità di reazione. I più restarono cocciutamente convinti che separati avessimo maggiori possibilità di controllo. Era un modo di vedere le cose con i vecchi concetti, molto egoisti, molto sbagliati. Ma il nuovo popolo sapeva, e il futuro era del nuovo popolo.

Gli ultimi censimenti, molto accurati vista la distribuzione capillare delle comunità che avevano aderito alla Federazione, facevano assommare a poco più di duemila persone la popolazione che abitava le Alpi. Il progetto di Unione che quasi tutti auspicavano prevedeva tre città stato, basandosi su un pensiero arcaico che presentava una netta separazione etnica: francesi, tedeschi e italiani, gli slavi neanche considerati. Il nuovo popolo torceva il naso, ma non aveva ancora sufficiente peso per essere ascoltato. Dei vecchi, solo Stefano, Werner e Antoine proponevano un nuovo tipo di società libera da qualsiasi steccato culturale. Il nuovo popolo, nel suo piccolo, aveva ottenuto il permesso di costituire un gruppo al quale, sfacciatamente, aveva dato il nome di “Popolo Futuro”. Eravamo poco più di duecento, la maggior parte ancora bambini, ma con un’idea di società che sembrava calata da molto in alto.

Continua...

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Discussioni

  1. “Agli altri andò peggio, tranne che agli svizzeri, neanche sfiorati dall’influenza”
    Il virus non conosce barriere ma in questo caso si lascia influenzare dalla cappa di neutralità che gli svizzeri hanno eretto da secoli a loro protezione.
    A parte la battuta del tutto gratuita – per il momento – buona fortuna ai sopravvissuti della “Carezza della cometa”, che la fortuna li assista in questo nuovo lungo viaggio pieno di speranze e di grande umanità.