Il pellegrinaggio

Serie: Cavalieri Teutonici

Alle prime luci dell’alba i Templari partirono alla volta del dromone bizantino ormeggiato sulla costa, pronti a dare di remi fino alla Francia di Filippo il bello.

Amedeo di Sicilia guardò, dall’alto della roccaforte, i cavalieri allontanarsi veloci lasciando nuvole di polvere dietro di loro. Quando il drappello oltrepassò la vista d’uomo, il giovane paggio del gran Maestro guadagnò le scale fino alla sua piccola umida stanza, raccolse le sue cose dentro una sacca di cuoio, posizionò con estrema cura le pergamene con tanto di sigillo consegnategli la sera prima da Jacques de Molay, raggiunse la stalla, sellò un cavallo e partì al galoppo nella direzione opposta a quella dei Templari.

Il gran Maestro lo aveva messo in guardia: “Non mi piace per nulla questa convocazione improvvisa, succederà qualcosa di grosso, terribile, diabolico anche. Il segreto di cui siamo custodi potrebbe andare perduto. La Chiesa Cattolica Apostolica Romana potrebbe essere scossa fino alle fondamenta. Dovrai essere coraggioso mio fedele servitore, astuto, accorto. Ho scritto delle lettere di raccomandazione, ti serviranno come lasciapassare, adesso prendi le sacre reliquie, nascondile e domani, quando avremo varcato la linea dell’orizzonte, parti verso nord-est. Imbarcati e raggiungi la terra ferma. Da lì dovrai incamminarti fino a Bisanzio, dove troverai riparo e protezione. Il futuro di Roma è nelle tue giovani mani.”

Amedeo stringeva forte le ginocchia sul costato del suo cavallo incitandolo a galoppare sempre più veloce; l’immane senso di responsabilità gli diede la forza di cavalcare per tutto il giorno, fece soltanto due soste per far rifocillare presso degli spazi di foraggio la povera bestia. Quando fu sera aveva ormai raggiunto il porto da cui sarebbe dovuto partire, seguendo le indicazioni del suo gran Maestro. Mancavano poche leghe, l’aria profumava di salsedine ma il cavallo si accasciò a terra, stremato, tremante, emetteva caldi sbuffi dalle grandi narici. Amedeo lo lasciò lì e proseguì a piedi. Non sapeva la strada ma per sua fortuna sapeva orientarsi grazie alle stelle, le ginocchia dolevano, i piedi sanguinavano ma la Santa Chiesa aveva bisogno di lui; si fece il segno della croce, mormorò alcune preghiere e riprese a camminare. La fatica terminò quando sentì un vociare di uomini. Con rinnovate forze prese a correre fino al raggiungimento del porto: i marinai stavano caricando una nave, era la stessa con la quale sarebbe dovuto salpare. Cercò il capitano, gli diede una delle pergamene ricevute da de Molay e fu accompagnato, in ossequioso riverenziale silenzio alla sua cabina. Si buttò sul giaciglio, stringendo forte al petto la sua sacca di cuoio, e dondolato dalle onde cadde in un sonno profondo.

La mattina seguente, quando Amedeo si svegliò, l’imbarcazione aveva già preso il largo.

“Un paio di giorni, al massimo.” Aveva risposto il capitano della nave quando Amedeo chiese il tempo necessario per raggiungere la costa. Le condizioni erano ottimali per la navigazione, con la speranza di un aiuto da parte di Dio, Amedeo pregò con tutto se stesso, inginocchiato ai bordi del pagliericcio, Gesù Cristo il Salvatore, che gli desse la forza e che lo guidasse in quel pericoloso pellegrinaggio intrapreso in Suo nome.

E così fu.

Il mercantile impiegò meno tempo del previsto per arrivare al porto di Antiochia. Toccato il molo, Amedeo indossò un cappuccio e iniziò a vagare, alla ricerca di una cavalcatura. Nel frattempo ripeteva in mente le istruzioni ricevute dal suo gran Maestro.

Salito in sella a un giovane cavallo nero, Amedeo lasciò la città in direzione del castello di Baghras, roccaforte dei Templari, prima difesa contro le invasioni armene.

Jacques de Molay sapeva benissimo che negli ultimi anni le scorribande e razzie dei popoli dell’est erano aumentate e che ormai le forze templari erano allo strenuo, tuttavia doveva servire solo come passaggio intermedio, una guida avrebbe scortato il giovane Amedeo fino a Bisanzio, fra le intemperie e i pericoli dell’altopiano anatolico.

«Che cosa farebbe de Molay?» Si chiese ad alta voce Amedeo mentre procedeva al passo facendo riposare il suo cavallo.

Amedeo non lo sapeva, non riuscì a trovare una risposta. Scese da cavallo e lo legò a una grossa pietra, si distese a terra, tra la polvere e sorrise. Diede sfogo a una risata disperata, isterica, non aveva idea per quale motivo se lo fosse chiesto. Il gran Maestro avrebbe esattamente fatto quello che gli aveva ordinato, quello che lui stava effettivamente facendo: “Raggiungerai Antiochia, troverai un cavallo e raggiungerai i nostri fratelli a nord, presso il fortino di Baghras, lì consegnerai al gran Maestro questa lettera, lui saprà cosa fare.” Erano state queste le sue parole.

Amedeo individuò una certa ironia nella sua domanda, trovò veramente buffo come chiunque creda di avere la giusta soluzione nel momento della critica. Se il gran Maestro fosse stato lì, a suggerirlo, lui, Amedeo, avrebbe trovato almeno altre dieci soluzioni diverse da quelle di de Molay e sicuramente più plausibili. Adesso era solo e non aveva idea di come proseguire il cammino, ma di una cosa era sicuro: non avrebbe fatto morire anche quel cavallo.

Amedeo fu cauto, non incontrò nessun pericolo e prima del tramonto, il suo cavallo lo aveva portato alle porte della roccaforte di Baghras.

Il giovane siciliano si guardò intorno, quasi spaesato, la poca luce non aiutava di certo a migliorare la sua condizione. Quel fortino sembrava abbandonato, nessuna guardia, nessuna torcia, non un rumore, nemmeno il nitrito di un cavallo in lontananza. Amedeo smontò dal dorso del suo animale e lo trascinò per le briglia, riuscì a salire la sabbiosa collinetta antistante l’ingresso principale e diede uno scossone alle porte, che cigolarono sinistramente. Il cavallo, che non era un destriero, s’innervosì e iniziò a battere gli zoccoli, Amedeo non perse la stretta evitando che si alzasse sulle zampe posteriori. Fece alcuni passi all’interno dello spiazzale e si girò intorno con la testa rivolta verso l’alto, cadde in ginocchio e colpì con entrambi i pugni il pavimentato di pietra grezza: «Perché mi hai abbandonato, mio Dio, perché?»

«La tua fede è piccola, fratello. Egli disse: “Se aveste fede quanto un granello di senape potreste ordinare a quel sicomoro di sradicarsi e piantarsi nel mare. Ed esso vi obbedirebbe.”»

Amedeo scattò in piedi, scrutò il perimetro del fortino. Da una piccola porta uscì un frate, con le braccia incrociate dentro le maniche, si avvicinò a lenti passi e poi disse: «Io sono Giovanni, fino a qualche anno fa conosciuto come Aitone II d’Armenia, e tu? Chi ho l’onore di ospitare in quella che fu una grande dimora, una roccaforte inespugnabile nel mezzo della lotta tra i popoli dell’est e i signori dei Beilicati?»

Serie: Cavalieri Teutonici
  • Episodio 1: Prologo
  • Episodio 2: Il fine settimana italiano
  • Episodio 3: Il pellegrinaggio
  • Episodio 4: Deutschordenstaat
  • Episodio 5: Sabbie tempestose
  • Episodio 6: Macchina della verità
  • Episodio 7: Ahmet, il turco
  • Episodio 8: Rivelazioni
  • Episodio 9: Epilogo
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