Il primo contatto. L’eterno ritorno.

Serie: La Frequenza di Alder Venn II


L'eterno ritorno

La Frequenza di Alder Venn

L’eterno ritorno

Mentre tremavo, lei mi prese la mano. Con mia grande sorpresa, l’ansia si placò e i tremori cessarono. Provai un sollievo profondo, come se qualcuno avesse finalmente interrotto un rumore che mi accompagnava da sempre.

Il contatto della sua pelle con la mia fu come ricevere del cibo dopo un lungo digiuno. Il mio corpo ne aveva fame e vibrava a una frequenza che la mente non riusciva a comprendere.

Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, una tempesta di pensieri attraversava la mia coscienza. Li osservavo, cercavo di controllarli, ma spesso avevo la sensazione che non mi appartenessero davvero. Arrivavano, si manifestavano, scomparivano. E io rimanevo lì, dietro di loro, a guardarli.

Ma chi era colui che guardava?

A volte immaginavo che fossimo come droni, corpi attraverso i quali una coscienza più vasta desiderava conoscere il mondo: mani per toccare, occhi per vedere, cuori per provare paura, dolore e amore. Se fosse stato così, saremmo stati davvero liberi? Oppure strumenti di qualcosa che si serviva di noi per fare esperienza di se stesso?

Non avevo una risposta. Avevo soltanto quella mano nella mia e una calma che non riuscivo a spiegare.

Poi tutto scomparve.

–

Mi risvegliai su un letto sconosciuto.

Portai le mani agli occhi e rimasi a fissarle. Non le riconoscevo come mie. Le dita erano lunghe, la pelle diversa da quella che ricordavo. Provai a muoverle una alla volta, come se stessi imparando a comandarle.

Ero nudo, fatta eccezione per un panno bianco che mi copriva il bacino.

La stanza era completamente bianca, sterile, priva di qualsiasi oggetto. Non c’erano finestre, né porte. Nessun rumore proveniva dall’esterno.

«È qui che sei nato».

La voce sembrava provenire dalla mia testa, ma non la riconoscevo come un mio pensiero.

«Chi sei?»

Nessuna risposta.

Mi alzai. Il panno scivolò a terra. Ero un uomo adulto, forte, con un corpo che non ricordavo di possedere. Mi sentii straniero a me stesso. Non sapevo chi fossi, eppure il mio corpo sembrava sapere perfettamente che cosa fosse.

Poi vidi un arco aprirsi in una parete. Mi ricordava qualcosa: una città, forse, un luogo che non riuscivo a raggiungere con la memoria, ma che il mio corpo sembrava riconoscere.

Oltre l’arco si diffondeva un bagliore lattiginoso.

Feci un passo e la calma tornò. Era la stessa sensazione che avevo provato quando lei mi aveva preso la mano.

Qualcuno mi prese per mano.

Non vidi il suo volto. Sentii soltanto il contatto della pelle, delicato e familiare.

«Stai attraversando il varco», disse la voce.

Cominciai a camminare. Intorno a me il bianco si dissolse in una luce sempre più intensa. Non c’erano pareti, né pavimento, né cielo. Soltanto il movimento e quella presenza che mi accompagnava.

Poi la mano si staccò dalla mia.

Cercai di guardare oltre il bagliore. La luce si ritirò lentamente, come una tenda sollevata da una brezza invisibile.

E allora la vidi.

Torino.

Mi trovavo in una delle sue grandi piazze, sotto un portico. L’aria era fredda, il cielo aveva il colore opaco delle mattine d’inverno. Indossavo un cappotto di lana. Intorno a me la città si muoveva con indifferenza: passi sul selciato, voci lontane, il rumore di un tram.

Non sapevo come fossi arrivato lì, né perché quella città mi sembrasse sconosciuta e familiare allo stesso tempo.

Fu allora che cominciò la mia storia.

La frequenza era stata, all’origine, una linea retta sul grafico, una traiettoria destinata a crescere esponenzialmente verso l’alto. Il punto iniziale coincideva con il giorno della mia nascita a Torino.

Poi, quella stessa frequenza aveva cominciato a oscillare, prima impercettibilmente, poi con violenza crescente, fino a disegnare una successione di picchi e cadute che nessuna previsione avrebbe potuto anticipare.

Quella frequenza ero io.

Alder Venn.

E la mano che mi aveva guidato attraverso il varco era quella di Catherine.

Non stavo ricordando. Stavo rivivendo.

Una sola volta non mi era bastata.

«Sarà un’altra lezione, Alder. Solo un’altra».

La voce emerse da un punto imprecisato della piazza. La riconobbi.

Carnival.

Mi voltai, ma non vidi nessuno.

«Quale lezione?»

«Se sbagli, ripeti il percorso all’infinito».

La frase arrivò netta, priva di minaccia o compassione. Soltanto la freddezza di una regola.

«L’eterno ritorno», aggiunse un’altra voce.

Omen.

Pronunciò quelle parole come una condanna già eseguita.

Rimasi immobile. Non sapevo se stessi vivendo un nuovo inizio o se fossi stato riportato indietro per correggere un errore commesso in una vita precedente. E soprattutto non sapevo chi avesse stabilito che si trattasse di un errore.

Forse Carnival. Forse Omen. Forse qualcosa che non aveva neppure un nome.

O forse ero io stesso, da qualche parte al di fuori del tempo, ad aver chiesto di tornare.

Quel giorno mi sentii a casa. Non perché conoscessi la città, ma perché il mondo sembrava finalmente disposto ad accogliermi. La luce sulle facciate, l’odore della pietra fredda, il brusio sotto i portici: tutto possedeva una consistenza rassicurante.

Cominciai a crescere e a cercare costantemente il contatto di quella mano delicata.

Non sapevo ancora che cosa fosse Catherine per me, né perché la sua presenza riuscisse a placare un’inquietudine che nessun ragionamento poteva raggiungere.

Sapevo soltanto che, quando la sua mano stringeva la mia, il mondo smetteva di tremare. Io sono il mondo.

E per qualche istante la frequenza tornava a essere una linea retta.

Il mondo è in me. 

Continua...

Serie: La Frequenza di Alder Venn II


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Noir

Discussioni