Il ragazzo delle consegne

Il ragazzo delle consegne

va veloce come un treno,

macina chilometri

in sella al suo destriero…

Io, un giorno, scriverò di te, e sarà un libro bellissimo, sarà un poema, di quelli epici, cavallereschi, che leggeranno tutti; faremo un figurone, vedrai. E tu sarai il protagonista, sarai il mio Ulisse urbano, il mio Don Chisciotte metropolitano, che vive in un’epoca strana, dove tutti saremmo dovuti essere già su Marte da un pezzo, le macchine le avremmo dovute vedere schizzare nel cielo, le guerre finire e le bombe nucleari tenere, in salotto, come soprammobili, e, invece, stiamo ancora qua, segregati dentro città, dove i topi fanno a botte sopra le banchine del metrò e le notti non sono più sicure. Parlerò di te, che sei sempre stato il mio eroe, di quando stavi fermo al semaforo a beccarti l’acqua in faccia, che pioveva da fare schifo, e tu smadonnavi perché stavi in ritardo e ti saresti giocato sicuro la mancia, che il cliente cagacazzi non ti avrebbe mai dato. Racconterò di te che portavi da mangiare ai grandi e ai piccini, soprattutto il sabato sera, perché poi la domenica si stava a casa, e uno si poteva svegliare più tardi. Di te che parevi una figura mitologica, metà essere umano e metà bicicletta, o monopattino, o motorino, una sorta di marsupiale all’incontrario, con la borsa non sulla pancia, ma dietro, sulle spalle; uno zaino squadrato, fluorescente, che era tutto il tuo destino. Canterò delle tue gesta, di quando io stavo in pizzeria, seduto al tavolo con la famigliola e tu arrivavi trafelato, di corsa, con l’ansia per i minuti contati che avevi, mentre la gente, nel locale, pensava solo a mangiare e a godersi la serata. Ti mettevi ad aspettare e t’appiattivi in un angoletto, a guardare nel vuoto, solo come un cane, dentro un silenzio che diceva tutto. Non so perché, ma io già t’amavo e sono sicuro che, in fondo, t’amavamo un po’ tutti. E vuoi sapere perché? Vuoi sapere la verità? Perché tu ci facevi tanta paura e noi eravamo solo una massa di grandissimi ipocriti. Ti volevamo così bene, perché, sotto sotto, ci facevi spaventare a morte. Avevamo il terrore di te, questa era la verità. Avevamo paura che al posto tuo, un giorno, ci saremmo potuti essere noi. Ecco, perché eravamo così gentili con te, perché speravamo che, dall’alto, qualcuno ci guardasse e non ci facesse fare la fine tua, che avevi cinquant’anni e, magari, ti serviva qualche soldo in più per pagare una bolletta, oppure, peggio, avevi perso il lavoro, e, da un giorno all’altro, ti eri ritrovato con la merda fino al collo, e, invece di startene a casa a guardarti le serie su Netflix coi figli, ti dovevi ficcare dentro un cavolo di locale, in attesa di una comanda, che avresti portato a qualche tizio che sull’uscio della porta ti avrebbe fatto un mezzo sorrisetto falsissimo e, forse, ti avrebbe detto grazie. Racconterò di te che, poi, ti mettevi lo zuccotto in testa, ti prendevi i cartoni fumanti, lo scontrino, ti tiravi su la zip del giubbotto e uscivi dalla porta, senza nemmeno pensare al freddo che faceva fuori, e di me che mentre ti vedevo fare queste cose, chiamavo a raccolta tutti i Santi del Paradiso, perchè avevo dato un morso al supplì e mi accorgevo che, dentro, lo avevano cucinato con la lava.

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Discussioni

  1. Meravigliosa! Anche io in passato ho scritto un racconto sull’eroismo e altruismo dei pizzaboy! L’ho letto davvero con molto piacere, bravo! Mi è piaciuta molto la chiosa. Top!

  2. bellissimo pezzo e bellissima la figura che narri. mi hai aperto uno squarcio sulla letteratura degli antieroi contemporanei e mi hai fatto riflettere sul fatto che sì, a pieno diritto questi nuovi “cavalieri” un posticino tra le pagine lo meritano. un poco mi sono sentita inadatta. per le volte che ai semafori, lungo le strade, o nei ristoranti, mi passano accanto e non li degno di uno sguardo. invece. bravissimo.

    1. Ciao Dea, in effetti, è quello che ho provato a mettere per iscritto. Io credo che l’umanità, alla fine, faccia i conti sempre con gli stessi mostri (guerre, povertà, dolore, solitudine, sofferenza, abbandono, ecc.), il punto è che le figure umane magari posso variare nel corso dei secoli e dei millenni, ma la tragedia (umana e non) è sempre la stessa. Grazie ancora per le tue parole! A presto!

  3. Il tuo è uno di quei racconti che quando lo leggi pensi che anche tu hai una volta o forse tante, pensato queste stesse cose. Magari ne hai fatto una riflessione veloce con i figli, giusto per…E poi, in un attimo sei tornato, come tutti, a ingozzarti del tuo supplì. Originale il tema che hai scelto e molto buona la conduzione del testo in forma di lungo monologo che non stanca, ma che ti tiene li incollato.

    1. Ciao Cristina e grazie mille per le tue parole! La solitudine dell’umanità mi ha sempre profondamente colpito e per questo ne scrivo, perché credo che in parte (o totalmente) interessi, cioè riguardi, purtroppo, tutti! A presto!