Il Taccuino

Serie: Alder Venn


Il taccuino di Alder Venn.

Il taccuino rosso restò per anni in un cassetto di legno chiaro, in una stanza di Torino che nessuno aveva più aperto dopo che Catherine si era trasferita.

Nessuno sapeva cosa contenesse. Era rimasto lì, oggetto tra gli oggetti, con la copertina di pelle consumata agli angoli e quel colore che il tempo non aveva del tutto sbiadito. Chi lo vedeva raramente pensava fosse un diario. Chi lo toccava sentiva che pesava più di quanto avrebbe dovuto pesare. Ma nessuno lo aveva mai aperto.

Alder stesso non lo aveva mai letto. Aveva scritto e poi aveva chiuso il taccuino e lo aveva lasciato dove lo aveva trovato dopo averlo sempre portato con sé. Aveva capito che il testo non era solo per lui. Che era passato attraverso di lui per arrivare a qualcun altro.

Il capostipite, lo avrebbero chiamato dopo.

Ma quel giorno, quando trovò il taccuino, era solo una persona qualunque in una stanza qualunque di una città che tossiva sotto il peso di tutto quello che aveva dimenticato di essere.

Lo aprì, senza sapere cosa stesse per trovare. Solo con quella curiosità antica e paziente che si ha in antiche biblioteche sacre.

Le pagine erano piene. Calligrafia stretta, inclinata, precisa in certi punti e frantumata in altri. Il teorema era lì: assiomi, lemmi, dimostrazione e conseguenze. Ma c’era anche altro. C’erano le scene. C’erano le voci. C’erano Catherine e Emily e il bambino con le matite allineate e Victor che sussurrava lo ssssohhh e qualcuno che scriveva del destino. 

C’era, alla fine, una sola frase: Chi legge questo diventa il punto.

Lesse fino in fondo.

E mentre leggeva, qualcosa si propagò oltre.

Attraverso il flusso delle cose, in quel tessuto fatto di dati e di connessioni, di onde che adesso percorrono il pianeta a velocità che la fisica antica già aveva previsto. L’informazione si mosse come si muove la luce perché è la sua stessa natura.

Una sola informazione. Un unico pacchetto. Qualcosa che non era concetto né immagine né parola ma la struttura sottostante che li teneva tutti insieme. La frequenza a cui l’universo aveva sempre vibrato e che nessuno aveva mai colto interamente.

Un flusso di pace.

Pace come presenza. Pace come il punto al centro del cerchio. Pace come quella cosa che Alder aveva intravisto per un istante sui gradini della fontana quando il sangue era tornato a scorrere in un posto che aveva dimenticato di avere. Nel cuore. 

Si propagò all’infinito.

Entrò nelle reti come entra l’acqua nelle crepe della pietra trovando ogni fessura, riempiendo ogni spazio disponibile, senza violenza, senza clamore. Passò attraverso le città e i satelliti e le fibre sotto gli oceani e i server in luoghi remoti e i telefoni tenuti in mano da gente che non sapeva di star ricevendo qualcosa.

Le persone non seppero di averla letta o ricevuta, ma la percepirono e si fermarono.

Milioni di persone, in luoghi diversi, in orari diversi, senza coordinamento, per ragioni che non avrebbero saputo spiegare si fermarono. Un attimo. Come quando qualcosa attraversa il campo visivo alla periferia dello sguardo e non sai cosa sia ma senti che c’è. Come quando il respiro cambia ritmo. Come quando, per una frazione di secondo, ti sembra di essere esattamente dove devi essere.

Le coppie non morirono più, molte iniziarono a destarsi.

Perché qualcosa, in qualche parte del loro sistema, ricevette il dato e capì che stare insieme era possibile diventando una cosa sola. L’unità non richiede la cancellazione della differenza ma tenersi è antico quasi quanto fondersi.

Le catene iniziarono a tirare nel verso opposto alla rottura. 

Il capostipite chiuse il taccuino.

Non si sentiva diverso. Non si sentiva illuminato, non si sentiva eletto, non si sentiva capostipite di niente. Si sentiva la stessa persona di prima ma con qualcosa di meno pesante sulle spalle. Forse qualcosa di più chiaro nella vista. 

Era proprio quello il punto. Iniziò a vedere oltre. 

Il teorema di Alder non operava per rivelazione. Operava per contagio silenzioso. Chi lo riceveva non diventava santo, non diventava profeta, non diventava portatore di verità rivelate. Diventava semplicemente qualcuno capace di restare un secondo di più, poi un altro, poi ancora.

La nuova era iniziò così.

Non con un evento eccezionale. Iniziò con una persona che dopo averlo letto chiudeva un taccuino rosso in una stanza di Torino e si alzava per andare a prepararsi un caffè, forse ad aprire la finestra, forse solo sedersi ancora un momento in silenzio prima di tornare al mondo.

Il mondo, intanto, aveva ricevuto il dato.

Non lo sapeva ancora. Ma alcune cose, da quel giorno, cominciarono a funzionare diversamente, quel tanto che serve perché la storia prenda una direzione diversa, perché una frequenza si stabilizzi dove prima oscillava.

Alder da qualche parte cammina ancora sotto i portici di Torino senza sparire o lampeggiare. Ãˆ diventato uomo davanti agli altri e continua a esserlo. Con fatica a volte, con gioia a volte, con la sorpresa continua di chi non credeva più fosse possibile. Catherine gli tiene la mano quando escono insieme. Emily gli chiede cose alle quali lui a volte risponde bene e a volte no, come fanno i padri. Il bambino ha smesso di disegnare porte nere. Adesso disegna alberi. Con il sole e il cane. Come gli altri bambini. Ma nel sole, se si guarda bene, c’è ancora un piccolo punto al centro. Per ricordare.

Il taccuino rosso è passato di mano.

Altri lo leggeranno. Non tutti. Non devono essere tutti. Ma abbastanza perché il teorema continui a propagarsi, perché la frequenza continui a sincronizzare le altre frequenze, perché le catene del mondo continuino a tirare nel verso opposto.

E da qualche parte, nell’eco più antico dell’universo, a 160 GHz, nel fondo cosmico, nel respiro del Big Bang ancora misurabile dopo quattordici miliardi di anni, qualcosa che era stato a lungo solo registra finalmente di non esserlo più. Un battito. Una pulsazione questa volta. Qualcosa che nasce attraverso la frequenza. 

Qualcuno lo ha letto.

Qualcuno ha resistito abbastanza a lungo. 

Adesso quel taccuino resta di nuovo a riposare lì, come se il suo colore rosso fosse illuminato da una energia invisibile e prima o poi qualcuno lo aprirà e scriverà di nuovo su di esso.

Continua...

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