Il volo di María 

Serie: MITI E LEGGENDE D'AMERICA LATINA


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I miti e le leggende sono l'anima e l'ossatura di un continente in cui, per secoli, i popoli si sono trasmessi canti e racconti che racchiudono in sé credenze e valori, insegnamenti e paure.

I tamburi cominciarono a vibrare prima che il sole fosse del tutto sorto. Un’onda lenta e profonda che risaliva dal terreno e scandiva il risveglio della terra.

Tomás, così lo chiamavano, era fermo accanto agli altri voladores. Il corpo immobile, la testa leggermente inclinata in avanti, gli occhi puntati sul palo che si ergeva immenso contro il cielo del mattino.

Il villaggio intero si era raccolto nella piazza principale, una folla silenziosa che tratteneva il respiro. L’odore del mais arrostito arrivava dalle cucine, mentre un gruppo di bambini correva lungo il bordo della piazza, osservando i voladores con pupille grandi come semi di cacao. Tutto era pronto.

Fu allora che accadde.

Un giovane della comunità, venuto ad assistere al rito, alzò lo sguardo verso Tomás proprio mentre lui faceva un passo avanti. Un attimo appena. Il gesto minimo di sistemarsi la tunica, tirando il tessuto sulle spalle per cercare un po’ d’aria. Ma la stoffa si tese nel punto sbagliato.

Il giovane indovinò la curva. Un’ombra, un rigonfiamento accennato sotto la camicia. Non un’illusione. Non un errore. Una verità.

I suoi occhi si spalancarono. Per un istante tutto si fermò: i tamburi, il respiro, perfino la brezza mattutina. Un quadro sospeso.

Tomás se ne accorse. Vide quello sguardo diretto, lucido, tagliente come una lama e sentì il petto contrarsi, ma non si mosse. Solo le spalle si irrigidirono.

Poi qualcuno gridò l’inizio. E lui avanzò verso il centro del rito.

***

La prima volta che il sangue le scese tra le cosce era notte fonda.

María si svegliò di colpo, colta da un dolore nuovo nel ventre, una pulsazione sorda e calda. Pensò di essersi tagliata dormendo, o a una puntura d’insetto. Si toccò, sollevò appena la coperta e vide il rosso. Un rosso denso, scuro, vivo.

Le mancò il respiro. Il cuore prese a battere come un colibrì intrappolato in un corpo che parlava una lingua sconosciuta.

Il nonno, richiamato dal suo piccolo grido, entrò nella stanza. La guardò in silenzio, senza stupirsi, e si avvicinò con passi cauti e lenti, come se il pavimento potesse cedere.

«Doveva accadere» mormorò.

María non sapeva cosa chiedere. Aveva quindici anni e, fino a quel momento, il suo corpo era stato un territorio neutro e fedele. Un alleato che ora le si rivoltava contro. O forse rivelava una verità che nessuno aveva voluto ascoltare.

Il nonno raccolse le coperte sporche e le immerse nell’acqua fredda. Continuò a strofinare, senza dire una parola, con movimenti che sembravano rituali o forse ferite. Lei notò le sue mani tremare.

«Non lo dirai a nessuno?» sussurrò.

Lui scosse la testa. «Non c’è niente da dire.»

Non era vero. C’era tutto da dire. Ma il linguaggio della loro vita era fatto di silenzi.

Da quel giorno María vide piccoli cambiamenti. La sua figura si ammorbidiva e le anche si aprivano, la camicia non cadeva più dritta come prima. Ogni mattina cercava di appiattirsi, di chiudersi, di negarsi.

Ogni sera il nonno la guardava allenarsi e sentiva il tempo scivolargli via. Era stato un grande volador. Lo ricordavano tutti. Aveva volato finché le ginocchia non avevano ceduto, finché la vista non aveva tremato ai bordi. Era l’ultimo della sua stirpe. L’ultimo a conoscere i canti antichi, l’ordine delle preghiere, il modo in cui si parla al palo come a un fratello maggiore.

Quando i genitori di María morirono, lui la prese con sé e la portò nella piccola casa in fondo alla strada polverosa. Nessuno si stupì quando dichiarò che il bambino si chiamava Tomás. Nessuno fece domande. Il villaggio non era un luogo di interrogativi e le storie si accettavano così come venivano offerte.

Tomás crebbe forte e agile, veloce ad arrampicarsi sul tronco levigato. Non gli fu risparmiato nulla. Allenamenti duri, preghiere, istruzioni precise. Voleva volare con la ferocia ostinata dei bambini che non conoscono alternative.

Il segreto rimase sepolto per anni nel ritmo del lavoro, nel rumore degli strumenti, nel respiro del vento tra le foglie. Ma quando arrivò il sangue, tutto cambiò.

Il nonno cominciò a tossire sempre più spesso e prese a camminare lentamente, come se le ossa gli pesassero. Un giorno, osservando Tomás provare la discesa, crollò in ginocchio senza un suono. La festa dei voladores era a poche settimane di distanza, e lui non avrebbe più potuto salire.

«Sarai tu» disse con una voce che sembrava provenire da molto lontano.

«Sarò io» rispose Tomás, con un filo di paura e un mare di orgoglio.

Il nonno le posò una mano sulla nuca. «Prenderai il mio posto.» Altre parole non servivano.

***

Tomás si avvicinò al palo mentre i tamburi acceleravano. Camminava con passo sicuro, come aveva imparato, ma sentiva lo sguardo del giovane incollato addosso, fermo su di lei. Un punto fisso nella confusione.

Il nonno era seduto poco distante, avvolto in una coperta. I suoi occhi brillavano come monete antiche.

Tomás si legò la corda alla vita con il nodo che lui le aveva insegnato da bambina. Tirò forte. Il tessuto le sfiorò il petto e, per un istante, temette che la camicia non bastasse più a nasconderla.

Poi posò la mano sul palo.

Era caldo, vivo. Fu allora che il mondo smise di imporle un nome.

Salì: uno, due, tre passi. Ogni presa era un ricordo; ogni scatto delle dita, un pezzo d’infanzia che si staccava. Salì ancora, rapida e leggera, perché così avevano deciso gli antenati.

Il villaggio la guardava.

Il giovane la guardava.

Il nonno vegliava su di lei.

Tomás se ne accorse. Vide quello sguardo diretto. E quando raggiunse la cima, chiuse gli occhi. María li riaprì.

Tutto il mondo sotto di lei poteva attendere.

Si lasciò cadere all’indietro, il corpo aperto, le braccia distese come ali che sapeva di possedere. La corda si tese, fischiò, poi la lasciò scendere, girare, volare.

Il vento le entrò nella camicia, l’avvolse, la sollevò come un riconoscimento antico.

Il cielo era vicino.

Il villaggio lontano.

Il ritmo dei tamburi nel petto.

Vola, disse qualcosa dentro di lei.

Vola adesso.

Vola finché puoi.

Vola finché sei.

E María volò.

Il resto non importava più.

A Mary e alla sua mamma

https://youtu.be/wdYLBeAbKI4?si=Y4rKwUzDhB48qgPm

Continua...

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Discussioni

  1. Ciao Cristiana.. nei tuoi racconti sudamericani c’è sempre qualcosa di magico.. sembrano sogni vividi dentro a notti inquiete.. personaggi che respirano, soffrono, mutano tra le parole della narrazione.. non lasciano mai indifferenti

  2. Maria e Tomas non si escludono a vicenda. Si sente la gratitudine e il rispetto per quel nonno che le ha insegnato a volare e la delicatezza di lui nascosta in poche parole e in una grande eredità. Il brivido del volo e della libertà si sente tutto, così come la dolcezza di questo racconto. Complimenti Cristiana!

  3. Cara Cristiana, non ci sono parole per esprimere la gratitudine e la gioia per questo racconto. ❤️‍🔥
    Ricordo i nostri discorsi sulla femminilità e sul sentirsi donna, che non esiste un modo giusto o sbagliato, e chi ci guarda vede sempre lati di noi che nemmeno immagineremmo di far emergere.
    Tu hai descritto questo rivelare, rivelarsi, nascondere e nascondersi con una delicatezza e umanità che tocca il cuore.
    E quel volo, a braccia aperte come le ali che sa di possedere: non avresti potuto farmi un dono più grande nel descrivere la consapevolezza, ma anche l’invito ad avere coraggio nel buttarsi.
    Non so se mai saprò sdebitarmi per questo, per ora posso solo ringraziarti per questo meraviglioso regalo. ❤️‍🔥

    1. Hai proprio ragione, saggia amica mia. Non esiste un modo giusto o sbagliato per essere ciò che siamo. Esistono solamente il nostro modo di essere e il confronto con alcune persone, magari quelle un po’ più speciali.
      Quel volo ad ali spiegate, vuole semplicemente essere il mio augurio per te.
      Un abbraccio forte forte.

  4. Come ti ho appena scritto via whatsapp (adoro queste doppie comunicazioni su più livelli🤭), questo bellissimo racconto mi ha ricordato Mr. Vertigo di Auster. Al di là del legame generazionale, forte al punto di cambiare sesso a una nipote pur di conservare una qualsiasi continuità, mi ha colpita quello che il passaggio alla pubertà simboleggia. Maria sa volare, salire al di là di ogni differenza di genere, in quel posto dove non conta più nulla se non esserci, essere sè. Ma questo dono con la pubertà andrà perso. Le crescerà il corpo di una donna. Non so se potrà volare ancora, l’effetto che sarà. Ma qualcosa sarà cambiato per sempre. Ci piaccia o no, la natura sceglie al posto nostro, molto prima di noi, quello che dovremmo essere. Ci dà una strada. Poterla poi cambiare, trovare il coraggio di volare di nuovo in quel posto dove siamo noi a scegliere chi siamo, non è impresa da pochi. Per fortuna c’è chi ci ricorda che, se vogliamo, qualsiasi cosa si può fare. In quel posto si può sempre tornare. Bravissima Cristiana, come sempre ❤️

    1. Il legame con Mr. Vertigo è da vertigine esso stesso e confesso che ogni paragone letterario mi prende sempre un pochino alla testa e mi fa dire, allo stesso tempo, ‘andiamo avanti’. Come piccoli successi che condividiamo sempre.
      Le tue letture sono attente e vanno ben oltre il testo. Molte tematiche poi, ci accomunano, così che leggerci e parlarne diventa per me sempre motivo di accrescimento.
      Forse Maria vola ancora, con il corpo di una donna con il quale, magari, è più facile farlo.
      Grazie Irene di cuore.

  5. Ciao Cristiana! Non conoscevo questa tradizione, ed è molto interessante. Mi piace come hai affrontato il tema dell’identità (uno dei miei preferiti) e l’accostamento alla naturale vertigine della caduta, nel momento in cui ciascuno sceglie di essere ciò che veramente è, al di là delle apparenze👏🏻

    1. Immaginare di cadere nel vuoto, quegli istanti in cui ripensi a tutto e cerchi una soluzione, senza appigli e senza possibilità di contare su altri se non su te stesso. Grazie Nicholas per averlo accentuato.

  6. Ciao Cristiana, complimenti davvero, è un racconto sulla identità, sulla eredità, sulla ribellione che si compie non rifiutando la tradizione, ma rivendicando il diritto di viverla nella propria interezza.

    1. Voleva davvero essere un racconto sul rispetto dell’identità. La propria, nel sapersi riconoscere e accettare, e soprattutto quella altrui nell’essere bravi a guardarla con occhi disincantati. Grazie di cuore Tiziana.

  7. “Il nonno raccolse le coperte sporche e le immerse nell’acqua fredda. Continuò a strofinare, senza dire una parola”: che tenerezza 🥹 Il rapporto tra “Tomás ” e il nonno mi ha colpito molto❤️ che bella storia!

  8. Un passaggio di trasformazione profondo, in cui il rito dei voladores diventa il luogo simbolico dell’incontro tra identità e destino. Il segreto custodito dal nonno e il peso di una tradizione che non ammette deviazioni accompagnano la protagonista fino al momento decisivo. Il gesto finale non è solo adesione al rito, ma affermazione di sé.

    1. Ciao Maurizio e grazie perché la tua analisi tocca nel profondo le corde di questo racconto. Ogni leggenda contiene segreti custoditi e tradizioni, come dici bene tu. Il compito è di tramandarle affinché non si perdano.

  9. Mi è arrivato così: parte come un rito solenne e poi, con quel dettaglio della tunica che tira nel punto sbagliato, ti mette addosso subito l’ansia di essere visti. E il finale mi è rimasto. Quando sei in aria non conta più come ti chiamano giù e, per un attimo, sei solo tu. Una libertà breve, sì, ma vera.

    1. Grazie Lino. Innanzitutto è bello che il racconto ti sia arrivato. Ma, soprattutto, è bello il modo in cui ti è arrivato. Come metafora della consapevolezza di sé, a prescindere da come gli altri ti vedono.