Impromptu

Serie: Lettere dal passato


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I presentimenti delle due amiche infine, si rivelano fondati: in strada, si scatenano panico e guerriglie urbane mentre Nandù ed Adylia vengono convocate in via ufficiale da lettere aventi il timbro del governo. Qualcosa però, non torna ad Adylia lei e l'amica siano nel panico, cercano di ragionare.

E avrei voluto argomentare avrei voluto in altre occasioni, dire tante cose in merito, invece mi lasciai andare al pianto disperato rassomigliante a quello di un bambino nella culla, terrorizzato dal buio e dall’assenza.

Presi la mano di lei ed entrambe ci stringemmo forte in un abbraccio, dinnanzi alla finestra, oltre alla quale si stava probabilmente consumando l’ultimo baluardo di libero arbitrio del nostro mondo.

– Non voglio morire, Nandù. Non così. Non per le guerre degli altri.

Le sussurrai su una spalla, singhiozzando, lasciandomi stringere forte da lei, unendo le mie lacrime alle sue.

Passò qualche minuto di tenerezza tra noi, poi Nandù si volto verso la tv per assicurarsi che fosse spenta (forse aveva paura di essere ascoltata da quel dispositivo?) e mi prese il viso tra le mani: quel gesto fu così dolce da farmi smettere di piangere per pochi istanti.

– Ady, ascoltami.

Ricordo perfettamente quelle parole e il discorso a venire, non avrei dubbi sui miei ricordi in merito nemmeno tra dieci anni se mai mi sarà concesso di vivere così a lungo.

Annuii piano e stetti in religioso silenzio, come se lei stesse per rispondere alle domande esistenziali chiave della storia umana.

– Ady, noi dobbiamo scappare da qui adesso. Io sono sola al mondo, ma tu hai qualcuno. Anche tuo fratello avrà ricevuto la lettera. Contattiamolo, ci incontriamo con lui e prendiamo una strada sicura. Lui lavora ancora nelle fognature, giusto?

Ricordo che avevo uno sguardo a dir poco spaventato sul volto, ma annuii e strinsi le mani di lei che ancora restavano appoggiate sul mio viso nonostante anche il suo volto fosse stato abbondantemente segnato dalle sue lacrime.

– Non è la nostra guerra, questa. Noi non prenderemo parte all’Operazione Saturno. Non siamo le loro cazzo di pedine.

Lo sguardo di Nandù era acceso da quella bruciante scintilla di vita che mette insieme i popoli, che unisce le genti e le colma di ardore umano.

Tolse le mani dal mio viso, quindi cacciò fuori con un gesto secco, un borsone vuoto dal suo armadio e prese a gettarci dentro con foga la biancheria, i calzini e i primi indumenti che le capitavano tra le mani: sul suo volto vedevo ancora le lacrime scorrere, ma lei non si lasciava buttare giù da esse, anzi le cacciava via di tanto in tanto con una mano, gettandole al vento con le dita, come se in quel momento le fossero di intralcio.

– Sto prendendo vestiti anche per te.

Disse lei ad alta voce, presa dall’adrenalina del momento, dal voler scappare a tutti i costi da un destino che invece in strada, pareva essere inevitabile.

– Telefona a tuo fratello, Ady. Digli di prendere delle provviste e di raggiungerci qui.

Ricordo che annuii e subito mi feci prendere dal senso di colpa: perché non ci avevo pensato prima? Perché in un momento del genere, mi ero fermata a guardare lei che riempiva in fretta e furia il bagaglio senza fare nulla di concreto per aiutare quella situazione drammatica a dir poco?

Mi fiondai sul letto a recuperare il telefono: avevo infatti, già due chiamate perse da parte di mio fratello, dunque mi affrettai a sbloccare lo schermo per chiamarlo, ma proprio in quel momento, mi voltai per guardare alla finestra: avevo appena sentito un’esplosione che mi aveva fatto sobbalzare.

Nandù finse di non sentirla, probabilmente per non perdere del tempo prezioso e a denti stretti, continuava a riempire il bagaglio sul letto.

Inspira.

Espira.

Non perdere il controllo.

Sei viva.

Un ragazzo che stava scappando, si fermò proprio sotto alla finestra per guardare lo smartphone: con tanto di fiatone ed occhi fuori dalle orbite, fece un numero in fretta e furia, poi si portò il dispositivo all’orecchio con la disperazione dipinta in viso impossibile da non notare con le luci a led del condominio sparate sulla sua faccia.

– Jays? Jays, mi senti?!

Chiese lui, con un urlo mosso da una inconfondibile disperazione. Poi sorrise: probabilmente, l’interlocutrice aveva risposto.

– Sono qui, sulla diciottesima strada. Raggiungimi, disertiamo insieme!

La voce di lui era sempre disperata, ma aveva quella determinazione che avevo sentito anche in Nandù, poc’anzi.

Quel tipo continuava a dare informazioni al telefono mentre tutt’intorno a lui regnava il caos più totale, poi d’un tratto, spostò lo sguardo in alto: avevo sentito un ronzio familiare che aveva di sicuro sentito anche lui, difatti proprio a due metri dalla sua testa, si trovava un drone che impromptu, proiettò una luce verde su di lui che fece istantaneamente scattare un segnale di allarme dal corpo del drone.

– Jays, non veni-

Il corpo del giovane fu crivellato di colpi di mitraglietta un istante dopo.

Trattenni un urlo, voltandomi e dalla finestra vidi che alla fine della strada, erano tempestivamente arrivati due militari che si erano appena macchiati dell’omicidio di quel ragazzo appena ventenne e di chissà quanti altri disertori.

Tirai la tenda per non farmi vedere, poi guardai il telefono nella mia mano: avevo già pronto il numero di mio fratello, dovevo solo premere l’icona della cornetta verde e chiamare, ma non lo feci.

Un urlo di disperazione squarciò il mio petto e finii inginocchiata per terra con un attacco di panico.

Nandù si voltò verso di me e nel vedermi in quello stato, corse a darmi aiuto, ad inginocchiarsi dinnanzi alla mia figura,a prendermi una mano, ad accarezzarmi in volto con l’altra. Poi mi fece segno con la mano di provare a respirare lentamente: non sapevo da dove la stesse prendendo tutta quella forza d’animo. Di solito era lei la fifona tra noi due ed in quel momento, anche se aveva il volto rigato dalle lacrime, teneva i nervi saldi e provava a farmi rinsavire, nonostante da quei momenti in poi, la normalità che tanto avevamo odiato, creduta noiosa e grigia, fosse ufficialmente terminata.

– Dobbiamo restare calme, Adyls. Dobbiamo scappare insieme.

Serie: Lettere dal passato


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. Ottimo, era proprio l’effetto bche volevo creare e posso solo rispondere con una frase: “mi avvalgo della facoltà di non rispondere”.
      Certo è che vi sarà un colpo di scena, ma mi taccio.
      Grazie per aver letto fino a qui!