
In compagnia delle lucciole
Mi tuffai in piscina con poca grazia e molta delicatezza, e il mio corpo diventò materia di silenzio fluttuante mentre i capezzoli eretti e rilassati stavo sfiorando il fondo grezzo e azzurro, sotto i miei occhi stelle e lucciole erano diventate una sola sfocatura di diamante sotto la strato irregolare dell’acqua che oscillando, a poco a poco, mi stava riportando verso il cielo e l’aria.
Tutto intorno a me sembrava un quadro di Monet.
Sgranato di forma, ma vivido e delineato di colore.
Difficile distinguere le pennellate prevalentemente nere di alberi o dei cespugli e degli oleandri a pochi centri menti da me, ma le striature del cielo, le spugnature dell’acqua, le punte di gocce di pittura oro di stelle e lucciole, le spatolate di vento, i tratti del mio corpo, lo schizzo dei miei capelli, erano tutti l’eco di un sorriso lasciato a dormire sotto la coperta ondeggiante dell’acqua.
Tornai a galla.
Tutto ciò che non avevo scritto in quei mesi lo sentivo dilatarsi e inarcarsi dentro di me come qualcosa di estremamente tangibile, ma intoccabile.
Sapevo che tutto quello che avrei voluto scrivere di quei mesi, anche le esperienze più belle e positive, le serate indimenticabili, la consapevolezza di un nuovo amore… le avevo perse in quell’acqua, in quella piscina.
Le avevo perse in compagnia delle lucciole.
Erano lì, dentro di me, parole e grovigli, sensazione che dentro mi sentivo nascere e che come sempre, avevo paura di scrivere.
Erano all’interno di me eppure quelle mie parole non erano affatto tornate a galla insieme al mio corpo.
Comparivano appena, rimaste ormai sul fondo della piscina e non credevo più che il fiato fosse abbastanza per andarle a recuperare.
Forse un giorno sarebbero riemerse da sole, magari sotto una strato di neve, magari sotto quel nuovo amore, già rielaborate e scritte da quello vecchio.
Sapevo però che quando avrei avuto il coraggio di continuare scrivere il mio libro, avrebbe prevalso il giovane presente e mi chiesi quanto respiro le mie vecchie parole potevano cedere all’acqua in cambio del silenzio verso di me.
La notte era diventata il mio quadro personale, di cui io quasi nuda, ne ero la protagonista totale.
Due lucciole sfiorarono l’acqua e miei occhi neri si spalancarono su di loro.
Cominciai a pensare a Daniele, alla sua voce che poco prima mi aveva accompagnato nella mezzanotte di quella sera estiva e ormai tardiva di emozioni mie.
Ripensai ai suoi occhi, più neri dei miei, sullo sfondo di una notte che di quel nostro colore voleva sfidarci di intensità.
-Se torni qui mi rendi l’uomo più felice del mondo-
Intanto rideva intensamente, con tono dolce, a immaginarmi davvero con lui.
Le gemme del costume si erano posate dentro l’ombelico del mio ventre morbido, mi immaginai come sarebbe stato il solletico provocato dal suo mignolo, al posto che dal mio costume.
Sorrisi.
C’era una confine erotico consistente e spesso tra le mie voglie sognatrici e le reali voglie che avrei davvero potuto provare con una qualsiasi parte del suo corpo appoggiata al mio.
Ma faceva piacere sentirsi desiderata nella lontananza, rimaneva un desiderio innocuo e idilliaco.
-Sei il solito esagerato.-
Continuammo stupidamente così, parlando di cose semplici, ridendo tanto, stuzzicandoci, ricordandoci come eravamo tre anni prima, immaginandoci come saremmo stati tre anni dopo.
Scivolai velocemente con le gambe accavallate nell’acqua e tappai il naso più in fretta che potevo, prima che l’acqua me lo facesse pizzicare acidamente fui contenta di trovarmi sotto lo strato caldo del sole mattutino della piscina, con il corpo leggero e i capelli fluttuanti come una medusa, annegando emozioni come fossero zavorre sentimentali.
Sotto l’acqua vidi un gruppo di lucciole creare un bagliore istantaneo e la mia mente modellare un salto temporale acquoso e fluido, come la piscina in cui ero avidamente avvolta e nascosta.
Michele aveva ripreso a starmi addosso ed ora mi trovavo a cavalcioni sulle sue spalle, pronta per essere nuovamente gettata in acqua.
Restai in aria giusto il tempo per vedere il viso di Daniele sempre più scuro, poi tutto seppe di cloro e diventò azzurro, e per un momento, forse qualcosa in più, sperai di non riemergere da quell’azzurro e da quel cloro, sperai di non raggiungere nuovamente loro.
Poi riemersi.
E alla fine sorrisi.
Mi sembrò il gesto più logico da fare.
Poi riemersi.
E alla fine mi divertii.
Mi sembrò l’unica salvezza per far passare quel momento.
Poi riemersi.
E alla fine Daniele mi sorrise.
Gli sembrò l’unico modo per starmi accanto.
-Adesso tocca a me!-
Strizzò l’occhio e mi sollevò di scatto portandomi sopra di lui, toccandomi laddove poteva, il più apparentemente e casualmente possibile.
Mi fece fare un tuffo perfetto e sott’acqua mi venne a recuperare toccandomi dolcemente la vita per poi riportarmi a galla.
Ora ad avere il broncio era Michele, ma né io né Daniele avevamo più voglia di farci caso.
Ci staccammo dal gruppo per qualche minuto dirigendoci verso la riva opposta della piscina, giusto il tempo per riprendere fiato e rimanere un po’ da soli.
-Non ti ho mai baciata sott’acqua.-
Lui mi sorrise malizioso.
Era l’attimo perfetto.
Quello prima di un bacio, dove il fiato è corto e il sangue è caldo.
L’attimo in cui le vene pulsano e l’odore della pelle imprigiona il respiro in un lungo istante.
Sapevamo che quel bacio non ci sarebbe stato e ci fermammo ad un centimetro l’uno dell’altra, sorridendo come due imbranati incapaci di trattenere le proprie voglie.
-Carlotta!-
Sentimmo la voce di Michele non poco lontano da noi e ci staccammo d’istinto, buttai gli occhi verso terra, scoraggiata.
-Ti stanno cercando.-
Lo lascia dileguarsi nell’acqua e notai che Michele mi era sempre più vicino.
Sprofondai nella vasca cercando di nascondermi da lui.
Ero sola, sott’acqua.
Le voci dei bambini mi sembravano echi di gabbiani sparsi per il silenzio sordo che mi stava circondando.
Sopra di me, nel mondo fatto di terra, probabilmente molte coppie si stavano baciando.
Io lì, sola nell’acqua, non potevo che baciare la mia mano.
Capii in cosa consisteva il coraggio di un bacio oltre la disarmante sensazione della solitudine.
I polmoni bruciavano, il collo era secco e guizzai fuori dall’acqua come un pesce bisogno di un pubblico.
-Eccoti.-
Trovai Michele improvvisamente a ridosso del mio naso, sfuocato nella mente e troppo nitido lungo la mia pelle.
-Avevi bisogno?-
-Volevo stare da solo con te-
Cercai Daniele in ogni angolo scoperto, ma intorno erano solo costumi appiccati e sorrisi sgranati.
Avrei dovuto dirlo a tutti e due di non cercarmi più, avrei dovuto dire loro della mia malattia, avrei dovuto dire a Daniele che forse l’amavo e a Michele che proprio non mi piaceva, avrei dovuto avere il coraggio di quelle scelte per poter vivere, ma il tempo che mi restava era una confusione vacante e immobilizzante, più pensavo di andare avanti più capivo che volevo solo tornare indietro e avere più tempo.
Daniele si accorse di noi quando ci arrivò accanto con un grosso gelato, buttò una mano sulla spalla a Michele e se lo portò via, lasciandomi sola, in fondo era esattamente quello che volevo.
Alle due di notte mi imposi di uscire dalla piscina, gettai via acqua dai miei capelli e mi stesi nell’asciugamano bianco, sopra di me le stelle fredde a tentare di asciugarmi come piccole parti di sole notturno.
Ero una persona diversa da quei momenti che avevo ricordato, ero soprattutto una persona viva.
Il cellulare suonò ancora, non era chi mi aspettavo.
-Ci siamo sentiti qualche ora fa. Che succede?-
Sotto la guancia e il telefono lampeggiava un messaggio di Bruno, anche di lui avrei dovuto dirgli.
-Perché non me le l’hai detto?-
-Cosa?-
-Che eri malata.-
-Riguardava solo me.-
-Ma avrei… insomma, sarebbe stato diverso.-
-Daniele mi sono fidanzata.-
Ci sono silenzi che ti aspetti, inevitabili, altri che pur conoscendoli non sai mai come interpretare.
Solo alla fine Daniele rise.
-Non con Michele spero.-
Sorrisi anche io.
-No, chi lo sente più quello. Si chiama Bruno, il mio fidanzato intendo.-
-Ho avuto un tempismo perfetto a ricercarti.-
Mi parve che per un attimo le stelle si spensero, lui continuò a parlare.
-Non era destino, fra di noi.-
-Forse non era nemmeno amore.-
-Forse non per te. Non verrai a trovarmi, vero?-
Mi alzai, la voce flebile contro la notte, le braccia di Bruno che volevo improvvisamente accanto.
-No, non verrò.-
-Tu stai bene? Voglio dire sei guarita, la malattia è passata?-
Il mio respiro uscì abbondante dal petto come la prova effettiva della mia esistenza.
-Sì, sto bene.-
-Mi basta questo, allora.-
E riagganciò.
Non lo avrei mai più risentito, rimase un sogno finito.
Con il cellulare ancora in mano, dalla rubrica tornai sul nome di Bruno, aspettai qualche istante prima di chiamarlo e rimasi in compagnia delle lucciole, immersa nella mia solitudine mi sentivo come quando ero rimasta sola all’acquapark, con Daniele e Michele in lontananza sullo sfondo di me, ciò che era davvero cambiato da quel momento, fu il fatto che adesso sapevo di amare e di essere viva.
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Hai descritto benissimo i conflitti di ognuno di noi!
Marta, a parte il fatto che è sempre bello leggerti, di questa storia a colpirmi è stato il conflito interiore tra desiderio e freni morali; tra slancio vitale dell’animo e malattia del corpo; tra il desiderio di avere qualcuno accanto e il (sano) bisogno di starsene da soli, per conto proprio, a contemplare il buio e le lucciole.
Tiziano prima di tutto grazie per leggermi!
Hai colto a pieno, un racconto pieno di conflitti e grandissima confusione che dal cervello scendono al cuore e poi si sprigionano fino al corpo.
Feriamo e siamo feriti, a volte inconsapevolmente e proprio per questi contrasti, arrivano i sani momenti in cui si vuole stare da soli e i sinceri momenti in cui si voglia di qualcuno di certo accanto, non tanto per il soggetto in sé per sé, ma quanto più per la nostra convinzione di essere sicuri di averlo scelto e averlo fatto nel nostro bene.
Se poi la natura, in entrambi i casi, ci regali straordinari paesaggi, tutto diventa più fluido e bello!
Bello, davvero 🙂 L’ho trovato parecchio rilassante, posso dirlo? 😀
Grazie Giovanni! Certo che si può dire se l’hai sentito in questo modo, anche perchè è proprio una bella sensazione 😀