Inciampare

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CARTELLONI

C’era scritto: “In questa foto c’è il mio uomo con un’altra donna, la sua amante da due anni”. Seguiva una foto di me e lui in una scena quotidiana. Una di quelle fotografie scattate con il cellulare in un momento qualsiasi di un giorno qualsiasi, che trasmetteva una quotidianità che doveva averla lasciata attonita. Fu proprio questo,  la natura non eccezionale della foto, ad averla sconvolta e ad averla condotta,  infine,  alla morte.

La fotografia campeggiava su cartelloni 3×5 in tutta la città. Iniziava a fare caldo. Era aprile, le giacche erano troppo pesanti per quel clima mite e gli spolverini troppo leggeri quando calava la sera. Le camminate veloci degli avvocati erano accaldate,  le metropolitane sobbollivano e i turisti erano estasiati e in pantaloncini corti. I polpacci lentigginosi coperti di rossore nordeuropeo, volti biondi che ridevano quindicenni, arabe che fissavano le vetrine specchiandosi. In mezzo c’ero io,  immobile.  In mezzo c’ero io, senza respiro. Il fiato si era fermato nel mezzo della gola e chiusi gli occhi.  Lo sapevo già da molto. Da due anni, insomma,  sapevo che il mio compagno aveva un’altra storia. Non mi ferí la prova che dava merito al mio intuito; mi ferí che tutti lo sapessero.

Avrei strappato quelle affissioni, avrei divelto i cartelloni. Ma c’era ben poco da fare.  Una frustrazione rancorosa mi aveva assalito. Non era vero. Ero io quella tradita,  ero io la donna che aveva sopportato.

Fu proprio questo ad averla portata alla follia,  fu questo che la fece morire.

FOTOGRAFIE

Nel telefono di lui trovai i messaggi e le telefonate. Fu come aprire la stanza di Barbablu. Non serviva altro. Negò fin quando poté,  per poi abbandonarsi a una lacrimosa e sterile confessione. Ricostruimmo tutto insieme: parte per parte, in modo disordinato,  esplorammo ogni episodio e ogni frase, ogni cosa fuori posto e ogni nota stonata della nostra vita assieme fino a quel momento. Tutto acquistò un senso è io mi sentii profondamente liberata.

“Mi dispiace”

Ma io non rispondevo.

“Non sto bene, non sono sereno. Non riesco a liberarmi di alcune cose”

Mentre davanti a me si innalzava una cortina di disperata certezza, come l’età adulta che avanza,  come l’abbandono dei giochi,  mi raccontava che tutto era nato per l’urgenza di chiarire. Chiarire cosa, fui in grado di rispondere. Mi disse allora che lei, Carolina, dopo la loro breve e tormentata relazione in cui,  questo lo sapevo bene, lo aveva maltrattato e reso inerme, aveva continuato a perseguitarlo. Sapevo bene anche questo. Giacomo però non poteva separarsi da lei perché aveva,  a suo dire,  bisogno di capire perché questa donna che lo rifiutava e lo molestava psicologicamente continuasse a cercarlo addossandogli delle colpe che questi non sentiva di avere. Una persecuzione fatta di accuse,  di invenzioni,  di interpretazioni fasulle di una realtà lacera e priva di vitalità  in cui affondavano giorno per giorno logorandosi fra messaggi,  urla,  inseguimenti in automobile, appostamenti sotto casa,  telefonate mute.

In tutto questo c’ero io,  da due anni, in una patina di famiglia, serenità,  regolarità. Tutto bene, tutto lineare,  in quella che lui definiva “la sua oasi”.

“tu sei la mia oasi. Senza di te sarei affondato. Devo uscirne. Devo uscirne e ce la farò”.

Pensai così tanto a tutto questo da non avere più spazio per altri pensieri.

Il rancore lasciava spesso il posto al pianto ma,  più di tutto,  l’amore ferito lasciava posto alla consapevolezza del male. C’era un intero mondo dietro alla persona che credevo di conoscere e questa persona mi aveva dato in pasto gratuitamente,  senza opporre resistenza, a una persona meschina e senza nulla da perdere.

I cartelloni stavano lí,  con quella fotografia. Una fotografia che era stata presa dal telefono di lui. Vi aveva avuto accesso, certo, con facilità e con la stessa facilità aveva avuto accesso alla nostra intimità. Ci aveva violati e lui glielo aveva permesso.

MARCIAPIEDE

Accadde per puro caso che scoprissi dove abitava lei.

Ero per strada lungo via Cristoforo Colombo, lo stradone che ti porta fuori Roma da sud, passando in mezzo al biancore silenzioso dell’Eur. Era mattino presto, prestissimo, poco prima dell’alba. Freddo, come quando da piccola nostro padre ci faceva partire di notte per andare in vacanza. Ci svegliava alle tre, le valigie erano già sul portabagagli, un sacchetto con i biscotti e il the freddo e l’acqua, noi con le giacche addosso sui sedili dietro in attesa che l’auto si scaldasse. Ma era estate, al primo sole tutto diventava caldo, magari già si vedeva il mare. Ogni volta che esco di casa con il buio rivivo quelle sensazioni. 

A un semaforo mi giro e c’è lei. Un’utilitaria grigia e tozza, lo sguardo incarognito fisso davanti a sé. Di profilo cagnesca, rivelava un naso corto, un mento stretto, occhi troppo laterali come uno strano pesce. La larghissima bocca con le labbra carnose dovevano essere ciò che colpiva di più gli uomini, così come il volume artefatto dei capelli, in verità radi, sottili. Sapevo che in quel periodo faceva la comparsa in un programma della prima mattina. La truccavano in diretta, oppure doveva sorridere se inquadrata. Cose così. L’avevo vista facendo colazione, mio malgrado. L’auto era uscita dal viale di un condominio e si era immessa sulla strada. Accostatasi a me, avevo modo, tempo e calma di osservare tutto ciò che stonava del suo viso, forse abbrutito dall’ignoranza, dall’ossessione per il nulla. Poco tempo dopo avrei visto quello stesso viso sulla pietra di un marciapiede, coperto di sangue.

TELEVISIONE

Ogni passo, ogni persona, ogni sguardo, tutto mi ricordava i cartelloni. Non furono rimossi: la denuncia ebbe effetto solo dopo venti giorni e in quei venti giorni chiunque aveva avuto modo di vederli, fotografarli, diffonderli, abituarsene, dimenticarsene. Sul web erano oramai fissati nell’eternità di pagine sempre nuove, con commenti sempre più vivaci. Non avevo alcun modo di difendermi, non avevo il tempo di spiegare a tutti, uno a uno, che non avevo fatto nulla e che ero la vittima, la persona tradita e umiliata. A farlo, forse, avrei addirittura dato conferma del contrario. Me ne stavo dal lato mio, continuando senza esito la mia vita di sempre, mentre tutte le conversazioni con i miei cari e con gli amici e con i colleghi erano tutte, tutte, tutte concentrate su questo argomento.

I giorni trascorrevano nella concitata ricerca di ogni argomento sulla rete, di ogni commento e di ogni azione di lei. Lui era sempre più vicino, ma anche più lontano, fin quando non decisi di interrompere dolorosamente il rapporto.

Presi in affitto una piccola stanza nel quartiere che preferivo e ci misi dentro un tavolo e una pianta. Appoggiai tutti i miei libri sulle mensole. Mi salutai a stento con la ragazza che ci abitava. Guardai fuori dai vetri senza aprirli. MI addormentai la prima sera stanca e ancora con i vestiti addosso.

Per molti giorni lui venne sotto casa tentando di parlare. “Stai con lei, esaurisci quello che avete da consumare ancora fra voi. Quando ne sarai uscito del tutto potremo parlarne ancora”. “Non voglio, voglio che torni tutto come era prima”. Una sera mentre diceva così lei lo chiamò quattro, cinque, sei volte di seguito senza interruzione. Un’altra volta telefonò a me mentre ero con lui sotto casa, affermando di vederci e che era lì per aspettarlo: lui amava lei, sarebbero tornati a casa insieme, Giacomo stava solo chiudendo definitivamente con il mostro (così mi definiva).

Ero davvero stremata, senza forze e consumata nel mio spirito. Non voglio giustificarmi, in questo modo, per quello che pensai in seguito e che pianificai. Voglio solo dire che fu in quello stato, dopo una ennesima notte insonne fatta di messaggi di lei, messaggi di lui, immagini di loro due nella mia posta elettronica, che la vidi una mattina nuovamente sullo schermo, mentre si faceva truccare sulle sue rughe da quarantenne che appassiva, con l’immobilità di chi non ha mai saputo recitare e si adattava a qualsiasi cosa pur di essere ripresa da una telecamera. La vidi e pensai che dovesse morire, senza ombra di dubbio. Ma non avevo quel cuore. Non ero in grado di uccidere. Piansi a calde lacrime per la mia totale impotenza.

CAMMINARE

La seguii per molti giorni. Avevo oramai appreso dove abitasse: mi limitai a seguirla giorno per giorno. Questa routine, mescolata nell’irregolarità delle mie giornate, inserita fra i miei quotidiani impegni, mi diede uno sfogo e una ragione. Assorbiva tutto il liquame del rancore che si rimescolava dentro, attutiva il ricordo dei cartelloni, mi rendeva insensibile alla visione dei commenti sul web. Avevo un piano e quindi una traiettoria. Il mio piano era quello di farle qualcosa di brutto, di doloroso. Farle male, violando la mia integrità morale ma senza tradirla. Lei si truccava in automobile e non si guardava mai attorno. Sempre con lo sguardo fisso, quasi senza sbattere le palpebre. Spesso temevo di vederla insieme a lui. Ma non accadde mai, e lui perseverava nel contattarmi. Ero una specie di tribunale su cui riversavano le memorie i due imputati. Mi usavano per spiegare le reciproche versioni dei fatti, mi riempivano di foto a testimonianza, mi riempivano di parole, mi perseguitavano ogni -giorno. Al mattino, però, io seguivo lei. Ero io che nascosta nella sua vita ne avevo il controllo. Non sapevo come avrei agito, ma ero certa che avrei dovuto farlo. Era necessario per determinare la dovuta nemesi. Nulla aveva più importanza di questo: era destinata a soffrire, era solo questione di giorni.

Tutto cambiò un mattino, quando non la vidi uscire in auto. Sempre il freddo prima dell’alba, sempre il buio della città che si svegliava. Il silenzio e qualche rumore di fondo della città. Poi una figurina in una giacca scura. Avanzava piano piano su un viottolo, a lato dei garage. Scesi dall’auto e la seguii per un pezzo, constatai che era effettivamente lei. La lasciai andare e il cuore mi batteva all’impazzata per questo improvviso cambio di abitudini che mi destabilizzava.

IL GIORNO

“Mostro”

mi scrisse di nuovo nei giorni successivi.

Lo scrisse anche ovunque sul web. Le ennesime fotografie di loro due, stavolta scattate nel giorno di Natale. Mi mostrava come lo avesse trascorso prima a casa sua, poi con me. Seguivano altre immagini: una festa a Roma, vestiti come degli arlecchini. Un carnevale o una festa a tema, non so. So solo che veniva anche riportato un mio sms di quel giorno: nell’sms dichiaravo di avere la febbre.

Decisi che tutto dovesse finire in quei giorni. Lei doveva stare alle regole, non poteva fare scelte che mi mettessero in difficoltà. Doveva avvenire tutto rapidamente e senza che avesse il tempo di pensare E doveva vedermi, doveva sapere che ero stata io. La avrei semplicemente seguita e poi la avrei picchiata. Le avrei strappato i capelli, la avrei sbattuta contro il muso della sua automobile, le avrei gridato nelle orecchie e le avrei fatto sentire tutto il mio dolore. La avrei ferita con le parole e le avrei tolto l’umanità e la dignità, come lei stava facendo con me.

Arrivò il giorno perfetto. Pioveva e lei, come oramai d’uso, uscì a piedi. Aveva un ombrello molto grande e il passo trascinato. Non vedevo la sua auto nelle vicinanze e immaginai che avesse parcheggiato fuori dal condominio per qualche motivo. Mi sbagliavo: si dirigeva verso un bar. Lenta, lenta, fece in tempo ad accorgersi che la stavo seguendo.

Non si voltò: si fermò di scatto e, senza voltarsi, ripartì a passo accelerato.

Anche io feci quindi lo stesso. Aumentai l’andatura e iniziai a sentirmi affannata. Il bar era in fondo alla strada. Le auto dell’arteria accanto a noi iniziavano ad aumentare, mentre i clacson e i rumori urbani iniziavano a innervosirmi. Proseguiva con passo svelto con il grande ombrello sbattuto da raffiche di vento che la facevano sbandare.

Pensavo solo a quello che desideravo dirle e farle. Avevo programmato per giorni ogni singola parola. La avrei fatta dubitare della propria bellezza, la avrei resa insicura e sola, avrei parlato di Giacomo come era con me, mostrandole la felicità dell’amore, una felicità per lei irraggiungibile. Erano oramai tre mesi che ogni giorno inseguivo questo obiettivo: la sua corsa per allontanarsi non faceva che rendermi impaziente e crebbe in me anche la disperata paura che da allora non avrei più avuto un’occasione per realizzarlo.

Il vento colpì l’ombrello di Carolina per la seconda volta in modo ripetuto. All’ennesima raffica, la vidi sbandare. Un’auto la sfiorò appena. Forse per la paura, lei spostò il peso tutto dall’altro lato. Nel farlo, sotto ai miei occhi attoniti, incespicò sui propri tacchi e cadde sul marciapiede viscido.

La sua corsa era finita di colpo e io mi ritrovai in un battibaleno al suo capezzale. Mi sentivo ansimare. Un po’ del suo sangue correva in un rivolo di pioggia sulla strada. Nessuno in quella stradina laterale si stava accorgendo di nulla. Mi chinai e cercai di rianimarla. No, maledizione, devi svegliarti. Devi sentire quello che ho da dire.

Era caduta da sola e aveva dato fine a tutto. Sentivo il cuore in gola, una disperazione cieca e sorda nell’animo. Scoppiai in lacrime, mentre sentivo il viso avvampare. Le toccai i capelli che non avrei potuto strappare, le guardai le palpebre chiuse che non avrei potuto riempire di rancore. Le orecchie mute a cui non avrei potuto dire le parole cocenti che ora mi incendiavano l’anima.

Feci quello che avrebbe fatto qualunque buon cittadino. Telefonai a un’ambulanza, che poco dopo arrivò di corsa, la caricò nel suo vano concitato e se la portò via.

Pubblicato in Narrativa, Thriller/Noir

Commenti

  1. Foto del profilo di Tiziano Pitisci
    Tiziano Pitisci

    Mi è piaciuta molto questa storia dalle atmosfere urbane e dai ritmi serrati. Bella l’idea di un destino beffardo che non consente alla protagonista di consumare la vera vendetta – quella al femminile- a cui aspirava. Complimenti!

    Valutazione 3.5