Io, Venezia e le rose (fine primo tempo)

Serie: Storie da primo e secondo tempo


Ah Venezia! Questa è più o meno l’espressione che usa la gente quando pronunci quel nome. La città sull’acqua, le gondole, i vicoli romantici… fino a quando non racconto loro cosa è Venezia per me e l’espressione cambia. 

Non so da quanto tempo sono seduta qui a questo tavolo in Piazza San Marco, o a quanti ho raccontato la mia storia: la cameriera che pensava solo alla mancia, l’anziana coppia del tavolo affianco, che aveva avuto pietà di me, il turista americano che si era seduto al mio tavolino con l’intento di strapparmi un sorriso e forse qualcosa di più. Che evidentemente non voleva più! Lo guardai alzarsi in fretta. Good bye, era pure carino. E io come una scema che sto qui ancora a pensarti! Stizzita pagai il conto, parecchio salato del Caffé Florian. Che disastro! Bastardo, tu, il conto e la mia mania di fotografare!  

E dire che anche io prenotando quell’appartamento spartano in Calle Santa Maria 72, avevo sospirato al pronunciare la parola “Venezia” due anni fa. Ero una turista stramba che con una reflex al collo, si divertiva a perdersi tra le Calle, a tornare indietro ridendo quando il marciapiede finiva nell’acqua, a girare senza meta e senza voglia di orientarsi; salendo sui ponti, ammirando i canali e le gondole nere laccate, che si incrociavano con i barchini a motore in quei viali sommersi, piccoli e stretti. Ah Venezia! Al calar della sera affacciata sul Canal Grande sospiravo proprio così, concludendo le giornate di fronte al tramonto. 

Poi venne quell’ultima sera di quella vacanza di primavera, che fu diversa, come diverso era stato il risveglio. Quel giorno venne giù una grande pioggia. Sull’uscio delle botteghe la gente del posto si stava adoperando per levar via l’acqua, che aveva allagato i locali. Feci qualche foto ma il mio senso civico prevalse e così mi ritrovai ad aiutare e a consumare poi il pranzo assieme alla proprietaria del negozio, la quale volle fortemente offrirmelo per sdebitarsi. Accettai con un po’ di imbarazzo ma con piacere. La signora era davvero adorabile, mi portò anche a conoscere suo marito, gondoliere da generazioni. 

Salutandoli pensai, che è proprio vero che quello che da il senso al viaggio è il contatto con le persone… … perfino fugace come un sorriso spontaneo con cui condividere un momento. E in piazza ne trovai tanti.

Piazza San Marco quel pomeriggio si era trasformata in una grande piscina. Fui contenta di imbracciare una reflex e non una analogica. Feci tante foto, di scene buffe di bambini, e adulti bambini. La loro allegria era contagiosa e di li a poco anch’io, mi ritrovai felice in affondare i piedi nelle mie calosce color giallo acceso e trascinarli nell’acqua alta. Avevo rialzato il viso sorridendo all’anteprima di scatto, stava ormai tramontando ma la mia mano era ancora sul grilletto vogliosa di farne ancora un’ultima, così presi a scrutar la piazza ormai svuotata in cerca di un ultimissimo soggetto. 

Forse ad attirarti furono quelle buffe calosce che smuovevano l’acqua, o la mia presenza al centro della piazza come la ballerina dei carillon. Quello che è certo è che la musica si fermò, quando i miei occhi sorpresi ti videro per la prima volta, scostare una delle sedie del caffè, sederti, per poi salutarmi con la mano. 

Niente di strano o forse strano davvero. Ma chi era quel bel ragazzo che mi stava salutando? Di certo strano, strano davvero. Perché quell’anteprima di scatto, mi rimandava te ancora sconosciuto, mentre mi sorridevi sorseggiando un caffè, con le scarpe sul tavolo e l’acqua che ti arrivava poco sotto il ginocchio. Mi sorpresi, e mi stupii. Il Caffè Florian quella sera rimase aperto solo per noi due, con un cameriere a servirci in solitaria.


Ho preso il treno da Salerno, attraversando mezza Italia, in trepidazione per quello che avrei rivisto poi. Non Venezia, ma il tuo viso che mi sorrideva in Santa Lucia, tra i binari e la folla. Lo sconosciuto che il giorno successivo alla mia prima visita, fece di tutto per farmi perdere il treno delle 7.40 rubandomi un bacio. Lo presi in corsa con una pesante valigia in mano e nell’altra un fascio di rose consegnatomi dalla reception pochi istanti prima. Con un biglietto che rilessi mille e mille volte in treno. E anche dopo. Ogni qualvolta ero triste per i chilometri che ci separavano. 

Una rosa gialla per quegli stivali, una rosa bianca per quello che sei, una rosa rossa per quello che siamo e saremo, se solo tu lo volessi, due pazzi che faranno pazzie per vedersi anche se non si conoscono. Da allora una rosa ed un biglietto mi accoglieva sempre alla reception del Luxury Hotel Danieli a Venezia. Ti firmavi sempre “Anonimo veneziano”. 

– Ma tu non sei ne anonimo ne veneziano! – ti dissi sorridendo ad uno dei nostri primi appuntamenti. Ti stavo prendendo in giro, per quella strana firma, le rose, la frase romantica! Siamo negli anni 2000! Ma in realtà era proprio questo che mi aveva spinto e mi avrebbe spinto a tornare nonostante i chilometri, non il lussuoso albergo, non lo scintillio della sala. Neppure la bellezza di Venezia tutta, era paragonabile alla profondità della tua anima impressa su quei biglietti, e nel profumo di quelle rose. Il mio cuore ormai batteva forte al solo pensiero. Ma non volevo fartelo capire. Ma forse non dovevo farlo, dico, buttarla sullo scherzo, perché… sei diventato paonazzo, e imbarazzato mi hai sbiascicato una frase. 

Ti feci portare subito dell’acqua dal cameriere, con la quale scambiai un’ occhiata preoccupata. Stavi quasi soffocando! Già… era un dettaglio che avevo rimosso… 

Coscienza sporca” la chiamerei oggi, oggi prima di adesso… Oggi, appena sveglia, a colazione, mentre mi vestivo, la voglia era talmente tanta di rivederti che come una stupida ho rinunciato all’invito dei miei amici in spiaggia per prendere il primo treno, correndo due ore dopo per la Stazione di Roma Termini come una pazza per salire a bordo di quello che stava partendo per Venezia. Sempre più decisa a farti una sorpresa, sempre più decisa a farmi una sorpresa. Sperando che non me la facesse il capotreno, cavoli il biglietto!

(scusate ma non mi entra in un Librick anche se ho provato, ma devo arrendermi anche perchè S.Valentino è passato da un pezzo!)

Serie: Storie da primo e secondo tempo


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Discussioni

  1. Ciao Maria Anna. Che bello, ritrovare ancora una volta la “mia” Venezia! L’ho riconosciuta per così com’e realmente, una città magica ferma in uno scatto eterno. Il luogo ideale per far nascere un amore. Anche se, a quanto capisco, fuggevole

    1. La tua Venezia, dai…Ciao Micol, grazie per il commento, se lo hai ritrovata mi fa piacere, è bellissima la tua Venezia! L’ho adorata da turista io… … mi son sempre chiesta, chissà come sarebbe viverci? Un incubo quindi! :D!

  2. “La loro allegria era contagiosa e di li a poco anch’io, mi ritrovai felice in affondare i piedi nelle mie calosce color giallo acceso e trascinarli nell’acqua alta”
    giustappunto

  3. “fino a quando non racconto loro cosa è Venezia per me e l’espressione cambia. “
    Sono curiosa. Per me, da studentessa era un’incubo! Corse per assistere a lezioni dislocate in novanta sedi della Ca’Foscari, slalom giganti fra i turisti e gare di equilibrio sulle assi delle passerelle

  4. Ciao Maria Anna, un po’ di romanticismo non guasta, anche perché lo hai farcito con la tua solita ironia. Aspetto la seconda parte, potresti creare una “mini serie” di due episodi…Ciao!

    1. Fatto, ma non sono riuscita a riordinarli per bene…Tizianoooooooo pensaci tu :)! Grazie son contenta ti sia piaciuta!!

  5. “Salutandoli pensai, che è proprio vero che quello che da il senso al viaggio è il contatto con le persone”
    Verissimo. Pensa che io viaggio (viaggiavo, ahimè) spesso da solo e ho sempre fatto amicizia. Ed è proprio il contatto con queste persone che ha reso speciale il viaggio

    1. Ciao Alessandro, il seguito volevo pubblicarlo ora, ma il mio account sembra bloccato… secondo tempo in arrivo presto! 🙂 Grazie per aver letto, felice ti sia piaciuta la prima.