JAMES GATZ.

Se Gatsby non avesse speso la sua vita ad inseguire Daisy, sicuramente non sarebbe diventato quello che poi è stato: una stella cadente, brillante di una luce disarmante.

Si sarebbe accontentato di essere una scintilla, simile alle tante altre che lo circondavano.

Ma lui, lui era un fuoco d’artificio, il più bello di tutti quelli esplosi durante le sue inutili feste.

Tutto questo, solo per lei; la luce verde che non si doveva spegnere, quella che lo aveva guidato fra la tempesta, la guerra, la corruzione.

Perché era si un uomo corrotto, e aveva si un cuore corrotto, ma quanto da Wolfsheim e quanto dall’amore?

Se tutto quello che aveva fatto, lo aveva fatto solo per farsi ritrovare da lei, quanto poteva essere imperdonabile il mezzo, paragonato allo scopo?

Nessuno poi parla mai del prezzo che ha dovuto pagare; pensare che sia facile abbandonare il carattere per sviluppare una personalità.

E nutrirsi di quei teneri ritagli di giornale, nascosti fra commoventi camicie di lino, accontentarsi di allungare la mano verso quella sponda, sulla quale lei poggiava i suoi piedi prepotenti e delicati; non toccarla mai, non trovarla mai.

Eppure, averla sempre lì; la prima delle cose importanti da fare, e forse, anche l’unica.

Amarla come solo chi ha incontrato una Daisy nella propria vita può fare: con tutto sé stesso, senza condizioni.

Sempre in prima linea, a prendersi pallottole per quella che poi sarebbe stata la prima a sparargli.

Passare la vita a cercarla, trovarla, per poi morire aspettandola.

O forse, morire con la convinzione di essere finalmente riuscito a toccarle il cuore.

In ogni caso morire, così come era vissuto: per Daisy; che, nella sua superficiale indifferenza, non si accorse nemmeno di aver lasciato annegare la possibilità di spiegare quelle sue ali da oca giuliva, al fianco di chi -per tutta una vita- l’aveva messa sul trono del suo castello di sabbia.

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