
Joy Motel
I raggi del sole ferivano il parabrezza della vecchia Ford station-wagon che, solitaria, arrancava per una straducola sterrata.
«Ci siamo persi.» La donna che aveva pronunciato quella frase era uno scricciolo con dei lunghi capelli biondi. Nonostante il fisico asciutto i vent’anni dovevano essere un ricordo lontano.
«Secondo il navigatore non dovrebbe mancare molto» replicò l’uomo corpulento seduto al volante. Grosse gocce di sudore imperlavano la sua fronte.
«Quant’è che continuiamo così, Diego?» Uno sbuffo infastidito le arrivò come risposta. «Te lo dico io, caro! Più di un’ora. Va bene che siamo in campagna, ma qui sembra di stare sulla luna. Non c’è niente di niente, quindi…»
«Quindi che cosa?»
«Ci siamo persi. Punto.»
«Alessia! Il navigatore…»
«Non me ne frega un cazzo del navigatore! Ci siamo persi, chiaro?»
L’uomo non rispose.
Il sole, che fino a un attimo prima li aveva accompagnati, si era nascosto dietro alle montagne.
«Sta già facendo buio» commentò Alessia. «Che ore sono?»
«Le ventuno.»
La donna cominciò a digrignare i denti. «Paz zes co» balbettò tra i singhiozzi. «Ci aspettavano per l’ora di cena.»
«Oh, per l’amor del cielo, calmati.» Le sfiorò delicatamente il volto con le dita della mano destra.
«Mi dai fastidio, pensa a guidare.»
Più facile a dirsi che a farsi: l’oscurità sembrava aver invaso il mondo. Seguire la strada stava diventando sempre più difficile, ed evitare le innumerevoli buche praticamente impossibile. La Ford cigolava. Il navigatore, fottendosene di tutto e di tutti, mostrava impassibile il proprio verdetto: proseguire per altri cinque chilometri. Il problema era che di chilometri ne avevano percorsi ben più di cinque da quando era apparso quel messaggio.
Mentre Diego faceva il possibile per non finire in qualche fosso, Alessia trafficava con il cellulare. Dopo vari tentativi dovette arrendersi all’evidenza: «Non c’è campo.» Sospirò in modo fin troppo teatrale. «Manco fossimo in Burundi, porca vacca.»
La luce che timidamente apparve in lontananza fu come manna dal cielo. Una volta avvicinatisi, accostarono. Scesero per constatare che si trattava di una piccola insegna a intermittenza, in tutto e per tutto simile a quelle che si possono trovare nei negozi dei cinesi. Penzolava dal ramo più basso di un ciliegio.
JOY MOTEL
A pochi metri, simile a un vecchio felino acquattato tra il buio e l’oscurità, sorgeva il Joy Motel, edificio a un piano tanto fatiscente che non aveva nulla del nome che portava.
Diego scosse il capo. «Guarda te se devo passare la notte in un posto del genere…»
«Entriamo» comandò la moglie.
Bussarono a un portone dall’aspetto massiccio. Cercare un campanello o qualcosa di simile si era rivelata un’impresa vana. Diego osservò l’orologio: le ventidue erano passate da un pezzo e la notte si era fatta così fitta che le pareti di quel triste motel, probabilmente marroncine, parevano dipinte con la pece. Bussarono una seconda volta, una terza e una quarta.
Rumore di passi. Una voce femminile: «Arrivo, arrivo. Troppa roba da fare, sempre troppa roba da fare.»
La donna che venne ad aprire era perfino più magra di Alessia. Indossava una gonna lunga fin sotto al ginocchio e una camicia a collo alto che un tempo doveva essere stata bianca, ma ormai era tappezzata da grosse macchie di unto. Sul petto, quasi inesistente, faceva mostra di sé una vistosa croce dorata.
«Buonasera, signora» attaccò Alessia. «Vorremmo sapere se avete una camera. Eravamo in macchina, ma mio marito si è perso.» Quest’ultimo le lanciò un’occhiataccia.
«Ohhh non vi siete affatto persi» replicò la donna portando la mano destra al crocefisso. «Siete nel posto giusto.» Con un cenno li invitò a entrare. «Presto, presto che la notte è del Demonio!»
All’interno il Joy Motel appariva più trasandato che all’esterno. Le luci soffuse riuscivano a malapena a illuminare le pareti ove erano appesi quadretti con immagini di papi e di santi.
«Immagino che non accettiate carte di credito» chiese Diego. «Purtroppo non ho molti contanti con me.»
«Niente bancomat, né linea telefonica, né tantomeno quella roba del uai fai. Ma non deve preoccuparsi» ribatté la donna con il crocefisso. «Qui i soldi non le serviranno.»
Sia Diego che la moglie spalancarono le palpebre.
***
Entrarono in una stanza illuminata da tre grossi candelabri posti sopra un piccolo tavolo da appoggio. Attorno a esso, sedute su dei semplici sgabelli di legno, una decina di donne stavano bisbigliando. Dimostravano trenta come cinquant’anni; non alzarono lo sguardo. Al collo di ognuna pendeva un crocefisso.
La donna che li aveva guidati fin lì uscì per tornare poco dopo con altri due sgabelli. Li sistemò vicino al tavolino, uno di fronte all’altro.
«Pregate con noi e il vostro conto potrà considerarsi saldato.»
«Pregare?!» Alessia sbuffò una risatina incerta. «Mi dispiace, ma sono atea.»
Una voce si levò dal brusio in preghiera: «Al Diavolo non importa.»
Diego avvicinò le labbra all’ orecchio della consorte: «Fermarti qui è stata una tua idea e io ho terribilmente sonno, quindi cerca di stare al gioco.»
«È una questione di principio.»
«Fingi e non rompere.»
***
I due sposi entrarono a far parte del cerchio in preghiera; mani strette in altre mani. Diego osservò Alessia e quel che vide gli strappò mezzo sorriso.
«Avrai poco da ridere tra poco» sibilò la donna alla sua destra. «Lui sta arrivando.»
Le fiammelle delle candele cominciarono a danzare come fossero preda di un vento che non c’era. Una danza storta, innaturale. Diego chiuse gli occhi e inspirò profondamente.
Li spalancò sull’incubo.
Le donne continuavano imperterrite a bisbigliare, cieche alle figure umanoidi che strisciavano sul pavimento. Alcune erano prive di occhi, altre di bocca, altre ancora di organi genitali. Si contorcevano lamentose. Chi aveva occhi per piangere, piangeva. Chi aveva bocca per urlare, urlava. Vermi rigettati dall’Inferno.
«Oh Gesù! Che cosa sono?»
Fu la donna alla sua sinistra a rispondergli. «Dannati. Non far caso a loro e unisciti alla preghiera.»
laudate magister…laudate magister…lode al maestro…
«Non rompere il cerchio.» Le parole della donna alla sua destra risuonarono con la forza di un monito.
Poi Lui arrivò. Un’ombra vomitata dalla terra.
«Oh, Gesù!»
Il bisbiglio di preghiera…laudate magister…laudate magister… crebbe fin quasi a diventare assordante. Diego, forse senza rendersene conto, si era unito alle lodi.
«Cosa vedi?» La voce alla sua sinistra lo fece trasalire.
«Che cazzo sta succedendo?» Dovevano urlare per capirsi in quella cacofonia.
«Il Diavolo appare a ognuno in modo diverso» gli rivelò la voce.
Ma l’attenzione di Diego era altrove, catturata dalla creatura d’ombra che si stava avvicinando ad Alessia.
«Cosa vedono i tuoi occhi?» insistette la voce. «Dimmelo, dimmelo, dimmelo!»
L’ombra… Alessia…
«Tanti lo vedono con corna appuntite e coda caprina, perché in tal modo lo hanno sempre immaginato. Io vedo mio padre. Non c’è da stupirsi, era un bastardo.»
«Ombra.» Solo una parola uscì dalle labbra di Diego e solo una da quelle della donna alla sua sinistra: «Bello!»
«Alessia!» gridò Diego, tentando di liberarsi dalla stretta che teneva vincolate le sue mani.
«Non rompere il cerchio.»
«Oh mio Dio. Alessia!»
Lei stava ridendo. Una creatura immonda la stava per ghermire e lei rideva.
«Non rompere il cerchio o prenderà anche te. C’è poco da fare, gli atei non vedono a un palmo dal loro naso.»
Il terreno si spalancò, ingurgitando moglie e ombra. Diego vomitò lo strazio, pianse. Non ruppe il cerchio.
EPILOGO
La mattina seguente si risvegliò in una piccola stanza. C’era una foto del papa sopra il letto, ma per il resto era una stanza del tutto normale.
Qualcuno bussò. Diego aveva dormito con gli stessi indumenti del giorno precedente quindi si avvicinò alla porta e, dopo un attimo di esitazione, aprì.
Una ragazzetta vestita da cameriera gli sorrise cordialmente. «Dormito bene, signore? La prego di fare con comodo, le ricordo soltanto che deve liberare la stanza entro le ore dieci.»
Diego annuì. Frugò nelle tasche dei pantaloni e sospirò grato nel trovare le chiavi della Ford. Si avviò verso la porta senza degnare la cameriera di uno sguardo.
Un attimo prima che uscisse, quest’ultima gli sussurrò qualche parola: «Se vuole può fermarsi un’altra notte. Potrebbe esserci la possibilità di uno scambio. Potrebbe prendere il posto di sua moglie.»
«Moglie?! Non ho moglie, mai avuta.»
«Certo, signore. Come desidera.» Non aveva ancora finito di parlare che si era già dileguato.
«Questi uomini sono tutti uguali» sentenziò la cameriera sospirando. Quindi cominciò a sistemare la camera. «Troppa roba da fare, sempre troppa roba da fare.»
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Azzeccata al massimo l’ambientazione. Le circostanze degne di un horror. Complimenti, lo rileggerei altre cento volte.
Ciao Giglio,
Sono felice che questa piccola storia ti abbia intrattenuto
Molto molto accattivante. Genere che a me piace già a prescindere. Tu sei riuscito a tenermi incollata fino alla fine. Bravo!
Troppo gentile! Ti confesso che non credo sia un racconto perfetto, ma se è riuscito a intrattenerti, va bene così.
Il tuo racconto mi ha catturata fin da subito, ricordandomi il primo Stephen King de I Vendicatori con moglie e marito persi, soli nella loro auto e nulla attorno. Uno scenario che ha sempre qualcosa da regalare e crea suspance.
Interessante la scelta del rito, mi aspettavo un motel maledetto ed invece son stata sorpresa.
Sul finale ho sorriso, perché sei riuscito a mantenere un tono leggero ma lasciando comunque il segno. Complimenti!
Ciao Sara, piacere di conoscerti. Grazie per il commento. Mi piace che realtà e fantasia si mescolino e che l’una diventi lo specchio distorto dell’altra.
Interessante la sintesi del lessico che palpita sino alla fine. Grazie di averlo scritto.
Ciao alessandra, grazie! Sono io che ringrazio te per averlo letto.
La versione horror e spaventosa del celebre brano Hotel California!
Davvero, davvero fantastico.
Grazie mille, Fabio.
Bel racconto, complimenti!
Grazie mille, Giuseppe.😊
Che dire, l’horror “pezzottiano” rientra decisamente nei miei gusti. Il modo in cui nei tuoi racconti l’incubo tracima inevitabile nella realtà è molto d’impatto ed efficace. Ben ideato e ben scritto!
Troppo gentile, Sergio! In tutta onestà ultimamente sto battendo un po’ la fiacca limitandomi a sistemare dei miei vecchi racconti. Però presto tornerò con una storia nuova…😃😉
ah, ma per me va anche bene, visto che quelli vecchi me li ero persi! 😉
Ottimo brano, horror old school in salsa Pezzotti. Scritto con maestria e con finale ad hoc.
Bravo
Grazie amico, mi piace la definizione old school, fa oscurità e polvere. Ahahah
“simile a un vecchio felino acquattato tra il buio e l’oscurità”
Questo passaggio mi è piaciuto
Una lettura piacevolissima, inquietante al punto giusto!
Grazie Zack. Mi piace rappresentare la realtà attraverso l’uso della fantasia (soprattutto horror).😉
Qualche marito esasperato ti chiederebbe le coordinate del Joy Motel. Saresti così gentile da condividerle? Grazie! Bella storia, raccontata come si deve. Grande Dario!
Ahahah, hai visto Diego che si è dovuto inventare per liberarsi della moglie rompiscatole? Ahahah
Grande regia.
Grazie mille David, troppo gentile.
Ciao Dario, ho riletto volentieri questo racconto 😀 Di sicuro Diego ha risparmiato la parcella per un avvocato divorzista. Mi è piaciuta la scena del cerchio, un’icona classica a cui hai saputo dare il giusto risalto
Ahahah, vedi com’è stato scaltro Diego?
Grazie per essere passata, Micol. Questo è un racconto che avevo precedentemente messo su Open come miniserie di due episodi. Ho voluto riproporlo prestando attenzione alle regole del narratore esterno a focalizzazione esterna.
“Il navigatore, fottendosene di tutto e di tutti, mostrava impassibile il proprio verdetto: “
Perchè nella nuvoletta che aleggia sopra la mia testa è apparsa Christine?
Ahahah, ti confesso che è uno dei romanzi che meno apprezzo del Re.😂😉
Il sogno “proibito” di Diego prende forma crudelmente nel Joy Motel. Oppure è solo una mia folle interpretazione? Comunque bel racconto.
Ciao Rossano, hai interpretato benissimo. Più che un horror è un dramma familiare.😁😉