La campagna di Tressantoure

Serie: Il sovrano tra i pari


Ardaent, Subcontinente di Manneng

Nitherr, 27 luglio D.A. 421.012

Nelle ultime ore del secondo pomeriggio di marcia, la via per Blessel abbandonò i più remoti sobborghi dell’area di Chaedarcuin per inoltrarsi nel Distretto di Tressantoure.

Il paesaggio mutò con calma, lasciando a Gavriel il tempo per notarne le differenze; le cittadine, prima numerose e collegate da rotaie magnetiche, si fecero più rare e piccole, intervallate da isolati agresti o da lunghi nastri di campi dai colori sgargianti.

Laghi di grano dorato e di mesct viola si allungavano per centinaia di metri, affiancando distese di turbanoro blu e giallo, patate, frutteti e barbabietole da zucchero fin quando l’occhio non ne poteva più. Non mancavano poi dilungate e larghe piantagioni di cacao, di joqili, di caffè, di pomodori e soprattutto di papaveri, che crescevano fitti e numerosi dentro campetti recintati, divisi per colore e per statura.

C’erano tanti fiori, più di quanti ne avesse mai visti in Jenthala. Lì la natura era più fredda e chiusa in se stessa.

La nazione di Nitherr gli ricordava la coloratissima e rigogliosa natura di Lejai Lilìenna. Chissà che cosa stava succedendo, laggiù! I sanya-tsinghores erano tornati a ribellarsi, approfittando della guerra appena scoppiata? Sì? No? Magari stavano per farlo?

Soprattutto, aveva importanza? Tergendosi il sudore dalla fronte, Gavriel spinse quel pensiero lontano da sé. La risposta era semplice; i fatti laggiù non erano più affar suo.

Il suo presente, il giorno in corso, era caldo e afoso, con una luce penetrante che irradiava le poche nuvole alte nel cielo. Il vento delle giornate precedenti, forse l’ultimo rimasuglio d’uno o più rovesci, era calato fino a una brezza leggerissima e tiepida. L’aria sapeva di terra battuta, sollevata dal passaggio delle truppe e delle salmerie.

L’odore dei cannoni e dei fucili schiacciava quello del grano, lasciato cuocere sotto il passaggio lento dei due soli.

«Allora» esordì Valk con uno schiocco di lingua. Lo faceva sempre. «Questa è divertente, ve l’assicuro.»

Strattonando la tracolla del suo arthra-tintaghel, Allen esalò un lungo sospiro. «Piuttosto affido i miei soldi ad un haraemita…»

«Non ascoltatela.» disse il commilitone, dandole uno spintone con la sinistra. Rientrato nei ranghi, Valk, batté le mani per darsi un tempo e si schiarì la gola. «Un osservatore attento vede arrivare una staffetta lenta. Si gira a guardare lo sponsor del corridore e gli dice: eh, io so esattamente cosa serve a quel tizio.»

Lennard si fece avanti. «Che gli risponde questo sponsor?»

«Di cosa ha bisogno il mio corridore secondo lei?»

Valk stava ghignando sornione. Da quanto tempo aspettava di tirare fuori quella battuta? «Di una bibita energetica?» tentò Adelche, allargando le braccia prima di farle ricadere sul gibernaggio.

«Di un cavallo! Ha bisogno di un cavallo!»

La risata che ne venne morì molto presto, schiacciata dal tumulto dei passi cadenzati. Quasi incespicando sui sassi bagnati, Gavriel affondò lo stivale nel corso esagitato del piccolo rigagnolo spuntato dopo un colle pieno di verde boschivo. Aveva un nome impronunciabile, troppo grande per uno sputo prolungato che da una riva all’altra misurava una quindicina di metri. Si allungava molto verso sud-ovest, scorrendo sinuoso tra campi e rive puntellate da mulini con pale fotovoltaiche.

Zampillando dal contatto con le rocce, l’acqua gli schizzava il viso, il colletto e le maniche dell’uniforme da fatica. Rimbalzava contro la lorica, siglando un picchiettio basso. Macchie di bagnato si erano allargate sui suoi calzoni, ridotti all’essere una stracciatella di grigio scuri.

Un urlo si alzò alle sue spalle. Voltandosi, Gavriel trovò Lennard che sputacchiava l’acqua ingerita nel torrente, prono su mani e ginocchia. «Che posto fot…»

«Dovevi fare attenzione, cretino» Gavriel spostò il fucile dalla spalla destra alla sinistra, poi si piegò incontro al compagno. Gli porse la destra e lo aiutò a tirarsi in piedi, sbattendogli sui fianchi un paio di colpetti per rimetterlo in sesto.

Scrollandosi l’acqua di dosso, Lennard sussultò quando un pesciolino filiforme gli sgusciò tra le mani. «Che cosa frayn era quello?!»

«Un roothrio» disse Valk, chinandosi in mezzo alla marcia. Si rialzò tenendo il pesce per la coda. «Fritti e impanati sono buoni, sai?»

«Mi era finito in tasca, vero?»

«Uh-uh.»

«Questo pianeta fa schifo» borbottò Lennard, recuperando lo zaino. «Dico sul serio.»

Gavriel alzò gli occhi al cielo. In alto, tra le nuvole, un paio di corazzate stavano scorrendo a lenta crociera, Le loro prue erano orientate a nord, verso Konstantinne. La loro presenza voleva dire che avevano la locale superiorità aerea?

Era confortante. L’idea di venire bombardato dagli xaeoniani non gli andava a genio. «Guarda il lato positivo, qui la gente non ha gli occhi stretti!»

«Il fatto che non siano dei musi ocra non lo rende migliore, Gav’.»

«Parla per te! A Chaedarcuin ho visto questa biondina…»

Rimettendosi in marcia, Lennard sorrise. «Ah, sì? Dimmi di più!»

Gavriel si accese una sigaretta. Lo sciabordio dei suoi compagni che incrociavano per il rigagnolo, pochi metri più a destra, soffocava sotto il pesante rullio d’una colonna di mezzi in movimento su di un ponte di assi fluttuanti. Un fiume di cannoni, vagoni, carri e trasporti lo fendeva con ordine, approdando al principio di un trivio ombreggiato da molti alberi azzurri.

Scorse Fen seduto sulla prua d’uno dei blindati del battaglione, vicino ad alcuni ufficiali del genio con cui stava avendo una qualche discussione. Gavriel gli rivolse un cenno di saluto, al quale lui rispose assentendo, poi tornò in marcia.

Ardaent, Subcontinente di Manneng

Nitherr 28 luglio D.A. 421.012

Un filo di porpora, svenata e nebbiosa, tinteggiava l’orizzonte di nord-ovest. Stava albeggiando e qualche stella tardiva brillava ancora, iridescente e fioca, nel cielo lilla.

Gavriel gettò il mozzicone di sigaretta tra i fiori che spuntavano al margine della strada. La sigaretta si spense tra i loro gambi arancioni, inumiditi dalla pioggia della sera precedente.

Diede uno strattone alla tracolla del suo fucile aralasket, facendogli urtare le placche dorsali della lorica. Il rintocco si perse nello scalpicciare dei suoi commilitoni. Gli riempiva i timpani da prima dell’alba, quando si erano lasciati Tressantoure alle spalle.

La strada, proseguendo per un quarto di chilometro tra chiazze di fiori e sparuti alberi, conduceva agli esordi di un’altra cittadina, che spuntava come una visione sopra alla foschia del mattino.

Qualche pietra miliare, intervallata da lunghi tratti di semplice via in terra battuta, spuntava a segnare la distanza percorsa. Grandi anelli di ferro battuto ondeggiavano al ritmo del vento. Accanto a quei segna-miglia c’erano delle mangiatoie vuote. Piccole cortesie da campagnoli per altri campagnoli.

«Gavriel» lo chiamò Fen, battendogli lo spallaccio. Un guizzo di tensione animava gli occhi grigi del suo capitano. Gli indicò un gruppo di locali assembrati su di un carretto, spinto da un cavallo, grigio e smunto. «Li vedi?»

«Uh-uh.»

«Chiedigli se siamo nel posto giusto.»

Staccandosi dalla colonna, Gavriel accelerò verso il carretto. Il rintocco della sua armatura gli rimbalzò nelle orecchie, scacciando per qualche istante il rullare dei commilitoni alle spalle e la successione degli scoppi sui colli.

«Mishré!» esordì Gavriel, lanciando un cenno al conducente del carro. L’uomo rallentò l’andatura della bestia, che chinò il capo per riprendere fiato. Seduti sullo spiano, tre donne e cinque bambini, stretti da un monticello di mobilio e piccoli beni, si sporsero a guardarlo. «Mishré, ha un momento?»

Il conducente annuì, arrestando del tutto il trotto del cavallo. Gavriel gli rispose con un cenno del capo e lanciò un cenno alla cittadina alla fine della strada. «Quella è Blessel?»

«No, Blessel è più avanti.» L’uomo si girò, puntando l’indice in alto, oltre le casupole e le cime di una piccola foresta adiacente all’abitato. «Dieci chilometri. Dodici, forse. Ma non troverete quasi nessuno, lì.»

Quello non glielo aveva chiesto. «Ho capito.»

«Siete haelvici?»

Ancora quella storia? «No, mishré. Siamo jenthaliani.»

Il conducente mormorò qualcosa a labbra strette. Appoggiò il bastone sul cassone del carro. «Le strade sono sicure?»

«Sì, dietro di noi lo sono.»

«Bene.»

«Andate a uccidere gli uomini cattivi?» chiese uno dei bambini, issandosi sul bordo del carro. «Le Punte sono dappertutto!»

«È quello per cui siamo qui» commentò Fen. Dimentico del bamboccio, il capitano adocchiò il capo della comitiva profuga. «Se quella non è Blessel, che posto è?»

«Arrosant.»

«Stupide carte» sputò il capitano, scuotendo il capo. Si passò una mano tra i capelli inumiditi dal sudore e poi le appoggiò entrambe sui fianchi.

«Cosa vuol dire, capitano? Dove siamo?»

«Tre chilometri più a sud di quello che dovremmo essere, ecco dove.»

“I didn’t care what came of me, parley vous
I didn’t care what came of me, parley vous
I didn’t care what came of me, so I went up
and joined the infantry!”

Serie: Il sovrano tra i pari


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