La casa è nel cuore 

La giacca di lino beige che aveva indosso era ormai inumidita dalla pioggia che ci stava cadendo sulle spalle e dal cinema dietro di noi la gente usciva di corsa per raggiungere la propria macchina il più velocemente possibile.

Le luci dei lampioni e dei fari si mischiavano con i bagliori delle locandine dei film, l’odore dei croissant caldi della panetteria vicino a noi ci avvolgeva in quella notte umida, mi avvicinai ancora più stretta a lui, istintiva, e la gonna a ruota andò ad urtare contro i suoi jeans.

Intorno a noi radio accese di auto all’uscita suonavano canzoni differenti e adolescenti giocavano tra di loro con le pozze d’acqua appena formatesi , e l’aria umida di quella notte sapeva di pane e muschio e mi faceva venire un’irrefrenabile fame in pancia e in gola.

“Ho fame.”

Lui mi guardò divertito e mi strinse ancora più a sé.

“Anche io, entriamo.”

Vicina al suo collo l’odore di muschio si accentuava e si mischiava ancora di più con la fragranza morbida del pane e finiva tra le note del suo profumo, secco, legnoso ed esotico e a me sembrava che sapesse di buono e solo allora, in quel pensiero, mi resi conto che ormai avevo la testa completamente bagnata.

Quanto eravamo rimasti fermi sotto la pioggia, 5 minuti? E nessuno dei due si era minimamente mosso, nessuno dei due aveva cercato di evitare la pioggia, la si era semplicemente accettata in noi e ci eravamo rivestiti di essa.

Entrati nella panetteria le 4 del mattino ero certa si facessero sentire intorno ai miei occhi e nonostante questo, nonostante i vestiti fradici e quindi pesanti, mi sentivo così leggera tra quelle forme di pane, un tripudio di salato e dolce ovunque, il profumo della farina nell’aria e l’odore di forno così persistente di prima mattina.

“Per me un croissant vuoto, grazie. Tu?”

Mi guardò così naturale, come se con l’arrivo dell’alba non avessimo nulla da perdere.

“Alla crema, lo sai.”

Ci sedemmo a un tavolino di legno chiaro che aveva lo stesso identico colore del pane e mi resi conto che tutto dentro quel negozio era tremendamente monocromatico, davvero troppo uniforme.

Il tavolo che ci ospitava poggiava sulla vetrina di vetro freddo del negozio e sembrava piangesse da quanto ancora ci pioveva addosso.

“Cosa ne pensi del film?”

Avrei voluto fargli un’altra domanda ma dalla bocca ne uscì la frase più classica da dire dopo che si è appena visto un film.

“C’è tradizione e innovazione, culture e buon cibo, il riuscire a sentirsi a casa, e ovviamente l’amore.”

Ebbi l’impressione che su quelle ultime parole la sua voce si fece più cupa, come se qualcuno gli avesse improvvisamente abbassato il tasto del volume sulla sua voce.

“Domani parto, la casa è tutta imballata, perché non vieni con me?”

Senza accorgermene cambiare discorso mi fu incredibilmente facile, quanto doloroso, come se in quel momento qualcuno avesse rialzato il volume e il cervello ne fosse rimasto stordito.

“Io non posso lo sai, non…”

Lo interruppi violentemente.

“Tu puoi! Solo che non vuoi… tu non vuoi.”

Mi resi conto che la mia voce doveva essere apparsa davvero patetica.

“Tu sai bene cosa provo per te ma non posso andarmene via di qui, per quanto ci tenga te… non riesco.”

Non riuscivo a capirne il perché, ma all’improvviso mi sembrava che tutti ci stessero guardando, compatendo, osservando, come se la nostra tristezza fosse più lampante della pioggia appena fuori da noi.

La pioggia non aveva più lo stesso peso, il pane non aveva più lo stesso sapore, noi, io e lui non avevamo più alcun senso.

“Buffo parlare di sentirsi a casa, dopo queste tue parole.”

Lui mi guardò dritto negli occhi e non capii mai se in essi ci si riflesse un fulmine o ciò che vidi fu solo rammarico.

“E tu, tu sai dirmi dov’è casa?”

Ricambiai il suo lungo sguardo.

“Sinceramente speravo di trovare la risposta in te.”

Non seppi cosa altro rispondere, infondo una risposta alla sua domanda non ce l’avevo, mi sentivo più vagabonda di quel che volessi, più di quel che sapessi di me.

Lo guardai finire di mangiare, sapendo che non era l’ultima cosa a finire, sapendo che era l’ultima volta che l’avrei visto.

Il letto di legno scuro accoglieva me e la mia febbre in modo ormai disfatto e disordinato e i fazzoletti sporchi erano diventati nella notte appena trascorsa ornamenti della stanza stessa.

Spostai il grande cuscino avorio e provai a tirarmi su ma la testa mi girava incredibilmente veloce, ricaddi nel piumone con un balzo secco e con dolore starnutii ancora.

Mi resi conto di essere come uno straccio del pavimento: umido e smunto.

La brace nel camino lasciava tepido il tappeto di cavallino bianco, pronto ad accogliere i miei piedi nudi.

Il sole entrava dalle finestre di legno rosso con ancora maggiore solarità avvolto da quel rossore che accoglieva i miei capelli biondi come miele sull’oro.

Mi sentivo scottare e incredibilmente debole, dovevo assolutamente mangiare qualcosa e cercare di capire che ore erano e che giorno fosse, mi sentivo come se qualcuno mi avesse resettato la mente.

Barcollando tra una stanza e l’altra come una ballerina goffa, cercai di arrivare in cucina senza cadere.

In cucina venni accolta da profumi diversi e ringraziai che nonostante quella brutta influenza il mio naso sapeva ancora fiutare qualcosa.

La veranda luccicava in modo quasi surreale e nei suoi angoli le piante di agrumi mi inondavano di acidità ed estate, le reste appese alle griglie di ferro battuto mi avvolgevano di aromi dolci di cipolle e i pizzicanti sapori dell’aglio sembravano aprirmi i polmoni ora abitati dalla tosse.

Le piantine di erba cipollina e menta mi avvolsero in un’atmosfera di erba, come se stessi camminando scalza in un orto pieno di essenze, e la mia fame aumentava sempre più.

Presi la mia pentola di rame preferita e comincia a farci soffriggere dello scalogno, lasciandomi le mani piene del suo pungente odore e poi unì la menta, l’erba cipollina, un pizzico di noce moscata, paprika dolce e alla fine il mio preferito, il curry.

Mi sembrava che i profumi mi stessero facendo viaggiare in giro per ogni parte del mondo, spaccai qualche uova nella padella e veloce le strapazzai, un pizzico di pepe, una presa di sale e davanti a me avevo la mia sostanziosa colazione.

Mi sedetti al tavolo di noce e cominciai a mangiare le uova calde con una incredibile foga, tanto che non mi accorsi nemmeno di stare mangiando direttamente dalla padella.

Mi venne in mente quel film che vidi insieme ad Edoardo, parlava di cucina e di sentirsi a casa.

Improvviso sentì il telefono di casa squillare e andai a rispondere trangugiando ancora qualche boccone di uova.

“Pronto?”

Le uova mi bruciavano in gola, mi chiesi perché le stavo mangiando così in fretta.

“Sono mamma, tra non molto saremo a casa. Ma che hai alla voce, ancora l’influenza?”

Respirai.

“Sì quella, avevo una fame incredibile e mi sono fatta delle uova, le stavo mangiando.”

“Vuol dire che ti stai riprendendo! Stasera ti faccio il brodo e quello ti rimette sempre in forma. A dopo.”

“A dopo mamma, un bacio.”

Riattaccai il telefono e mi guardai intorno in quella che era la mia nuova casa.

Di personale c’era ancora poco e tutto intorno c’erano file di scatoloni ancora da aprire, secchi di vernice e muri da dipingere, ancora così tanto lavoro da fare, e forse data la mia debolezza mi sentì terribilmente sopraffatta da quella consapevolezza.

Poi tornai in cucina, finì le mie uova, osservai la mia padella preferita, recuperai una presina rossa da uno scatolone e l’attaccai al muro, sopra al camino, quasi come fosse la Vigilia di Natale e non so come, senza alcun preavviso, capii dove fosse casa.

Tornai al telefono e senza pensarci feci il numero di Edoardo, dovevo dirglielo della casa, dovevo dirgli che lo amavo.

Feci un solo squillo e poi riagganciai, mi sembrò stupido parlare di casa ad una persona lontana.

Mi appoggiai contro il muro dove c’era lo scrittoio e mi sentii annientata dalle mie stesse emozioni, come se fossi la mia peggior nemica. Lo sconforto si era impossessato di me, ma il telefono squillò di nuovo.

“Ho visto la tua chiamata, mi cercavi?”

Sentire la sua voce dopo così tanto tempo fu strano e in contrapposto anche così inaspettatamente famigliare.

“Volevo solo dirti, stupidamente, che ora so dov’è casa.”

“Sono qui. Mi apri?”

Aprì la porta e di colpo lo trovai lì davanti a me, tra la porta e i miei piedi scalzi.

“ La casa è nel cuore e nel mio cuore ci sei tu. Sono qui per te, sono qui per stare a casa.”

Lo abbracciai, delicata e tenera e timida e cominciò a piovere, come quella notte al cinema, dove sembrava che non ci fosse più cuore, dove non ci fosse più casa.

La casa è nel cuore, pensai. E sembrava che il mio cuore fosse abbastanza grande per restare.

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Discussioni

  1. Marta sai davvero parlare di sentimenti e di passioni travolgenti, non è da tutti. Apprezzo molto le descrizioni culinarie che offrono un efficace diversivo narrativo, sono delle gustose parentesi che ingolosiscono il lettore. Mi è piaciuto molto anche il finale che si riconcilia con la pioggia di inizio racconto (di più non dico per evitare spoiler).

    1. Ciao Tiziano 😀
      Pensare che a volte con tutto questo amore temo di essere banale… quindi grazie, sapere che non è poi così da tutti mi aiuta a mantenere l’equilibrio in quello che è di fatto il mio stile con più spessore, i sentimenti e il cibo, ahimè sono golosa di entrambi e finiscono quasi sempre dentro i miei scritti 😀
      La pioggia è il filo conduttore in cui l’inizio ritorna anche attraverso la fine, piccoli cliché dal sapore cinematografico ma che spesso accadono anche nella vita.