La collera del mare

Serie: Come le conchiglie

Quando la tremenda notizia aprì il sipario del nuovo giorno, la città di Genova aveva ancora gli occhi assonnati e la gola affollata da sbadigli. Era l’alba del 20 gennaio del 1920; il sole, regalando la sua prima luce, garantiva una felice giornata, eppure, nei cuori pioveva tristezza. La voce aveva invaso il porto, investito la spiaggia e, attraversando il labirinto di vicoli, carruggi e crêuze della Superba, aveva picchiato alle orecchie di ogni essere vivente. Ci si chiedeva come fosse stato possibile; chi fossero i due giovani a cui le acque insensibili avevano fatto scacco, e cosa avessero pensato nei momenti in cui venivano torturati dalle onde. Le domande di ciascuno trovarono poi risposta tra le righe dei giornali. Tutti i quotidiani della zona riportavano in prima pagina lo stesso, funesto titolo, e gli articoli che lo corredavano non risparmiavano parole di cordoglio né di preghiera per quelle due disgraziate anime. Addirittura un anziano poeta, a cui l’età aveva rubato l’udito ma non i versi, aveva voluto omaggiare il tentativo, seppur vano, dell’innamorato dedicandogli simili, toccanti strofe: “Rammenteremo sempre di un prode cavaliere che, senza saper nuotare, ha indossato il cuore come scudo dichiarando guerra al mare.”       

Le officianti rime spiccavano in un trafiletto collocato nell’angolo destro del foglio che, con l’inchiostro rilucente, ancora fresco di stampa, pareva stesse anch’esso per piangere.                                                              Quel giorno persino gli strilloni, i ragazzini che agli angoli delle strade quei giornali li vendevano, parvero non sentirsi in diritto di urlare alla folla il loro consueto: “edizione straordinaria”. Anzi, vendere quelle informazioni, sebbene fosse necessario per poter racimolare un pranzo, gli suonava come un atto irrispettoso ed empio. Insieme a tutti loro, all’incrocio tra due stradine, immobile e ritto sulle pietre scure, c’era Edmondo. Nella mano destra reggeva un giornale tenendolo aperto e disteso mentre, tra il gomito e il fianco sinistro stringeva le restanti copie. Nell’inconsueta atmosfera di quasi religioso silenzio, Edmondo mostrava un atteggiamento ancor più raccolto dei suoi coetanei e, diversamente da loro che non riuscivano a staccare lo sguardo dalla pagina nonostante in molti non sapessero nemmeno leggere, teneva gli occhi lontani dalla carta e fissi sul mare che gli si apriva di fronte, e sui vapori che si alzavano dai fumaioli delle navi che giungevano al porto per poi ripartire. Qualcosa di molto simile ad un tagliente coccio di vetro gli si annidava tra le tonsille pronto a strozzargli ogni respiro. Quella notizia, infatti, gli faceva male più che agli altri, gli scavava il torace perché il giovane eroe di cui si cantavano le gesta tra quelle righe ancora luccicanti, era lui.  Era lui, sì, ma nessuno doveva saperlo. A quale scopo, poi, se per Edmondo, in quell’occasione, non vi era nessun eroe da celebrare, nessuna medaglia da assegnare né alcun podio su cui salire? In quell’occasione, lo sventurato aveva unicamente perso tutto ciò che aveva: un amore e, con esso, tutto se stesso.

– Oggi non hai voglia di lavorare, ragazzo! Di questo passo non riuscirai mai a smerciare tutti i giornali che ti ho affidato,- sbraitò l’edicolante per cui lavorava. A quella frase, Edmondo non seppe replicare né per difendersi né per scusarsi. Allentò la stretta tra il braccio e il fianco, facendo scivolare tutti i fogli verso il suolo; gli mollò un calcio dopo che furono finiti ai suoi piedi, e fuggì via. Era tempo di stare da solo, di piangere e svuotarsi per allentare la pressione su quel cuore che sobbalzava così forte da sbattergli tra i denti e tuonargli nei timpani. Corse veloce senza avere nemmeno una meta, mentre il tiepido venticello gli staccava le lacrime dal viso disperdendole nell’aria. Nella sua mente non vi era posto per nulla: una sola, malvagia immagine deteneva il monopolio della sua memoria. Quell’immagine, lo sapeva bene, per sempre lo avrebbe martoriato, per sempre lo avrebbe avvelenato, e per quel veleno nessun alchimista aveva ancora scoperto l’antidoto. Arrestò la sua corsa soltanto quando, coi polmoni in fiamme e con gli occhi prosciugati, giunse sul pontile che si elevava dalle acque del mare. Si accovacciò in un angolino del fasciame di legno, strinse tra le mani una collana di conchiglie che gli cingeva il collo, e riprese a fissare il mare.

Il mare… tutto era nato lì, e tutto lì era finito; come se la Natura, sadica, si fosse voluta divertire prima a massaggiargli le ferite col miele, poi a sfregargliele col sale. Quanto la carne gli potesse bruciare, lo sentiremo ben presto sulla nostra.

Serie: Come le conchiglie
  • Episodio 1: La collera del mare
  • Episodio 2: Desideri annodati 
  • Episodio 3: Un umano in meno meno, tre conchiglie in più 
  • Episodio 4: Tra il dire e il fare 
  • Episodio 5: Le signore delle candele 
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    Commenti

    1. Antonino Trovato

      Ciao Martina, incipit che mi è piaciuto davvero tanto, a cominciare dalla struggente narrazione iniziale, che racchiude il cordoglio di una comunità, per poi crescere d’intensità emozionale attraverso i gesti e i pensieri di Edmondo. Un racconto anche questo che và dritto al cuore, pronto a coinvolgermi con i silenzi di Edmondo e a scatenare una forte empatia. Non ti smentisci, leggerti è stato come sfogliare un romanzo d’altri tempi, bello, intenso e con una forte vena poetica. Dove mi trascinerai stavolta? Immagino nei ricordi di Edmondo… Un saluto, alla prossima!

      1. Martina Del Negro Post author

        Caro Antonino, ti stavo aspettando 😅! Entreremo nella mente di Edmondo, attraverseremo le strade di una Genova affascinante ma malandata, e vivremo il suo mare. Ma non voglio svelarti niente, ti aspetto al prossimo episodio!