La Diva, parla Sara

Serie: LA DIVA


Più che una serie, una serie di istantanee e destini incrociati.

Il suo vero nome era scritto ovunque, ma per tutti lei era sempre stata la Diva. SarĆ  stato per la bizzarria nel vestire, lo strambo modo di vivere. Il modo in cui non c’entrava nulla con il resto della famiglia, con noi. Portavamo lo stesso nome, ma come per gli scherzi del destino o le politiche sbagliate, i miei genitori lo sibilavano a bassa voce, prendendo le distanze, che l’avrebbero preferita di gran lunga estranea. 

I nostri rapporti con lei si riducevano a brevi e sporadiche visite domenicali: pomeriggi imbarazzanti dove per tutto il tempo restavamo muti, incollati al divano, accettando biscottini e controllando l’orologio nella speranza arrivasse presto il momento di andare.

Di lei sapevamo poco o niente. Viveva sola, di chissĆ  quale rendita, in un enorme attico a due passi dal centro, tra il Castello e lo Strehler. C’erano enormi ficus all’ingresso, un portiere nella guardiola e la moquette rossa. Mancava l’ascensore. Toccava salire le scale, come a casa dei nonni o dentro le canzoni di De AndrĆ©.

Non si era mai sposata e non aveva mai avuto figli. Nessuno sapeva come fosse finita lƬ, lei che per tutta la vita, a parte spassarsela, non aveva lavorato mai. Mia madre parlava di vincite al gioco, misteriose ereditĆ . Mio padre invece tirava in ballo passioni e tresche da soap opera con un paio di facoltosi avvocati, forse notai, facendo gesti eloquenti e tanto di nomi. Nella sua versione dei fatti, la Diva ne era stata l’amante per anni e, dietro il ricatto di vuotare il sacco con le rispettive mogli, era riuscita a farsi regalare e intestare ogni bendidio. Ma questa era soltanto una tra le mille leggende.

La mia vita con lei iniziò una volta finito il liceo. Venne a sapere che avrei frequentato il Politecnico e si offrƬ di ospitarmi. Ricordo ancora la sera di fine estate in cui arrivò la telefonata.

Ā«Giovanni caroĀ» chiosò in vivavoce, rivolta a mio padre. Ā«La vita da pendolare stanca. E poi, quella vostra provincia, per caritĆ . Per i giovani non c’è tristezza più grande.Ā»

Mia madre si fece scappare smorfie di disapprovazione, mentre io, nello stupore generale, mi ritrovai ad implorarli di lasciarmi andare. Non fu facile, ma dopo lunghe e accese discussioni riuscii ad averla vinta.

Mi presentai a Milano il mese seguente con una valigia di libri, una di vestiti e una terza zeppa di conserve e pentole.

Ā«La Diva non cucina. Ti serviranno.Ā» Mia madre s’era rassegnata. Ā«E ricordati di aspettare. Non apre mai

prima del terzo squillo.Ā»

CosƬ fu.

Trascinai le mie valigie fino all’ultimo piano dell’enorme palazzo, suonai per tre volte e aspettai.

«Benvenuta, cara.»

Si presentò sulla porta con indosso una vestaglia in seta arancione, stola bianca di strass applicati e guanti da cerimonia. Calcata in testa, una cuffia da doccia in plastica, a fiori. Imbarazzata, mi scusai per il disturbo.

Che quello non era il momento sbagliato, ma il suo modo esatto di stare al mondo, lo avrei scoperto poi.

Senza darmi il tempo di disfare le valigie mi trascinò sul balcone. Era l’ora del tramonto, sotto di noi il traffico dell’ora di punta bolliva, oltre i tetti e fili tirati dei tram si scorgeva uno spicchio di cielo blu e arancione. Il teatro, il viale alberato, le luci del centro. La vista era meravigliosa. La Diva si versò un bicchierino di Strega, a me offrƬ una Muratti, inaugurando un rito che ci avrebbe accompagnate per l’intera vita insieme.

Iniziammo a chiacchierare come vecchie amiche che nella vita non hanno mai fatto altro.

«Architettura, dunque.»

Annuii.

«Ha scelto tuo padre, suppongo.»

La Diva mi osservava strizzando gli occhi, come fossi un animale esotico e raro che non le era mai capitato d’incontrare.

«Sì.»

«Come sospettavo. Ti vuole in studio con lui, dopo?»

Soffiai il fumo dalla gola e cercando di non tossire feci un lieve cenno del capo. Lei ingoiava amaretti di Saronno come fossero mentine e buttava giù il liquore come fosse acqua del rubinetto.

«E tu, cosa vorresti fare?»

Colta di sorpresa, arrossii. «Non lo so.»

Ā«Oh oh ohĀ» scoppiò in una risata scomposta, teatrale. Ā«Faremo un ottimo lavoro, cara.Ā»

Quando il campanello suonò, si sollevò all’improvviso, come mossa da una molla, danzando e

cantando: «Amami, Arturo!».

Scoppiai a ridere. «Ma non era Alfredo?»

La seguii e sulla porta trovammo Gianluca. Portava occhiali con la montatura in titanio e polo infilate dentro i pantaloni. Studiava economia e non sapeva cosa fosse lo Strega. La prima volta che la Diva lo aveva mandato in cucina era tornato a mani vuote, scusandosi.

Ā«Pensavo esistesse solo nel premioĀ» mi avrebbe confessato poi, ridendo.

Ā«Eccone un altro. E pensare, cari, che non ho mai ospitato nessuno.Ā» La Diva, lo invitò ad entrare. Ā«D’improvviso, due grane: voi.Ā»

Ci indicò le nostre stanze in fondo a un corridoio buio, pieno di quadri e mobili antichi. Mentre sistemavamo le nostre cose dal bagno la sentivamo stonare La Traviata. Quando ci raggiunse in cucina, stavo cercando di prendere confidenza con un piano cottura che sembrava non funzionare da secoli, mentre Gianluca frugava nella dispensa alla ricerca di qualcosa di commestibile. Avvolta in un body di pizzo, perle e litri di Chanel, la Diva era pronta per uscire. Lanciò uno sguardo veloce al di lĆ  del balcone, dove probabilmente ad attenderla c’era uno dei suoi amanti.

Ā«Mi faranno impazzireĀ» strillò e, subito dopo, facendo una giravolta: Ā«Come sto?Ā» Senza aspettare la risposta afferrò stola, guanti e visone. Ā«Li faccio impazzire io, stasera. Fatemi gli auguri!Ā»

Ci strizzò l’occhio in un gesto che avremmo imparato a riconoscere, scomparve per le scale stonando, Ā«Follie! Follie!Ā» fregandosene dell’ora e delle comari che dai piani bassi uscivano a spiare.

Guardai Gianluca imbarazzata.

«Scherza» dissi, sentendomi in dovere di scusarmi.

Come se il fatto di avere una parente sciroccata, rendesse sciroccata anche me. 

Restammo per il resto della sera in silenzio, nell’enorme casa vuota che col tempo avremmo amato tanto scongelando 4 salti in padella come una vecchia coppia di anziani che ha giĆ  visto tutto. Ma non avevamo ancora visto niente.

Quando la Diva rincasò ci trovò sul divano di fronte al televisore.

«Avete fatto i bravi in mia assenza?»

Annuimmo, e lei di tutta risposta: «Peccato.»

Prendemmo da subito le fattezze di una stramba famiglia, le nostre abitudini da studenti si mescolarono alla sua vita. Ogni mattina io e Gianluca scendevamo insieme verso la metropolitana per raggiungere

l’universitĆ . La Diva, come una balia stralunata, ci salutava dal balcone con indosso il trucco e gli abiti sfatti della sera prima. Al nostro ritorno, poi, la trovavamo fresca come una rosa, ma di nuovo con la cuffia e la vestaglia arancione. Il pomeriggio studiavamo insieme al tavolo grande e lei, come un gatto un poco tonto e ignorante di regole e buone maniere, ci ronzava attorno, narrandoci per istantanee la sua vita mondana e fregandosene di

quello che avevamo da fare. C’erano sempre diamanti, bottiglie ghiacciate, passioni scellerate o liti furibonde. C’era sempre, lĆ  fuori o sotto il portone, qualche impavido amante pronto a regalarle l’estasi suprema o la peggiore delle sue crisi di nervi, a seconda dei casi o delle sue lune. Amanti pronti a tutto, innamorati, incoscienti, disposti a dare la vita per lei, e poi darsela a gambe. Io e Gianluca la osservavamo straniti. Aveva un modo tutto suo di percepire l’amore, ricordava le guerre, i paesaggi distrutti dopo la battaglia. Nulla a che fare con l’ordine quieto delle nostre famiglie. Il suo modo di concepire la vita incarnava tutto ciò che da sempre ci avevano educato a non fare. E quando mia madre, ogni fine settimana, chiamava, per informarsi sui miei studi e premurarsi che la Diva non facesse troppo la stramba, le rispondevo a bocconi, riattaccando piccata. Sfilavo dai piedi jeans e felpa, entravo nella stanza enorme, colma della Diva. Sceglievo perle, tubini, tacchi vertiginosi. Giocavo a sfilare di fronte a Gianluca, scimmiottandola, ma senza capirne la ragione mi sentivo la brutta copia e non l’originale.

«Come sto?»

Lui arrossiva, stonando il capo in un’espressione che mi piaceva intendere di approvazione, si ritirava nella sua stanza: Ā«Vado a dormireĀ».

Lo salutavo senza insistere, schioccando con le labbra un bacio della buonanotte casto, da lontano.

Una sera però ‒ sarebbe partito per l’Erasmus di lƬ a poco ‒ volli esagerare.

«Amami, Alfredo!»

Mi misi a cantare, lo presi per un braccio e lo tirai a me, trascinandolo in una giravolta improvvisata. Lui provò a scostarsi, impacciato. Fece un passo indietro. Mi resi conto di aver esagerato e non provai a trattenerlo. Credevo se ne tornasse nella stanza, invece mi guardò con gli occhi di un predatore pronto ad agguantare la sua preda. Mi fu vicino in un attimo, le mani a stringermi le guance, gli occhi di fuoco. Non lo avevo mai visto cosƬ. Quando la Diva rincasò, mi trovò sul divano, di nuovo sola. Temevo capisse cosa era successo ‒ me lo sentivo stampato in fronte ‒ invece non si accorse di nulla. Avevamo preso l’abitudine di prepararci per la notte insieme. Si spogliò a casaccio, di fronte allo specchio enorme del bagno, com’era solita fare, restando completamente nuda e indugiando sul trucco, che non toglieva mai, neppure per dormire, mentre io sfilavo ogni indumento ripiegandolo alla perfezione. Si avvicinò.

Poggiò la sigaretta sopra il ripiano in marmo bianco, senza preoccuparsi che la brace lasciasse macchie di

bruciato.

«Sei così giovane, così bella cara.»

Ma il suo corpo era lƬ, di fronte a me, e parlava da solo. Sentii di nuovo addosso lo sguardo di Gianluca, le

sue labbra cercare, senza trovarle, le mie, le sue mani arrendersi senza quasi avermi toccata. Guardai la Diva.

Vidi le mani del suo amante, appena qualche ora prima, maneggiarla come si maneggia una bomba pronta ad esplodere in un caos di piacere e tormenti, e intravidi un segreto che non avrei saputo dire. Non la compostezza

che ero solita conoscere ‒ il sapore intatto delle mie labbra vergini ‒ ma uno schianto di eros, piaceri e disperazione.

Gianluca dormiva, in casa ogni luce era spenta, c’eravamo rimaste soltanto noi due, tra i profumi, gli abiti smessi e le pareti rosa del bagno. Lo immaginai svegliarsi, sonnambulo, e come una sorta di prescelto, raggiungerci. Lo immaginai costretto a scegliere. Lo immaginai scegliere lei. E per quanto sapessi di essere giovane e bella, quella sera, di fronte a quello sfacelo, capii che il segreto, nella vita, era un altro.

Continua...

Serie: LA DIVA


Avete messo Mi Piace14 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi avevi accennato a questo testo e finalmente riesco a iniziarlo.
    Lo stile ĆØ senz’altro diverso da altre cose tue che ho letto.
    È una scrittura quanto mai accurata fino al dettaglio e si srotola perfettamente, fluida e mai banale: tanto lavoro quanto è necessario per arrivare a una affascinante e ricca nitidezza.
    Ma a parte questo, che ĆØ abbastanza ovvio, chi ĆØ costei? E mi sono chiesta “Ma può esistere una persona simile?” e, sebbene la domanda sia sciocca, testimonia del grado di credibilitĆ  a cui hai condotto un personaggio che – perdonami il paragone- potrebbe essere migrata da qualche paginetta di Liala fino a trovare una nuova vita nel tuo racconto e, soprattutto, nel tuo stile (che con Liala non ha proprio nulla a che vedere).
    Mi piace che tu non le abbia (ancora?) dato un nome.
    Un’esistenza come la sua, con una traccia di dannunzianesimo un po’ provinciale, una trasgressivitĆ  “nei limiti della norma”, che permette di fantasticare un passato turbolento ma in fondo ingenuo e decorato da un lusso modesto (champagne -ma di che marca?- ), spasimanti (qualche avvocato arricchito), un bicchierino di Strega (non proprio un liquore d’Ć©lite) e, soprattutto, una dose di narcisismo sufficiente ad alimentare le caldaie di un Titanic- ecco tutto questo non necessita di un nome ma di una maschera: la Diva, appunto.
    Fa da contrappunto la storia delicata e semplice dei due ragazzi (anch’essi senza nome, almeno finora, come tutti i personaggi di questa prima parte. Mi ha colpito che, al momento della separazione, lui la saluti con tre baci sulle guance, alla russa.
    Infine, il brano che va da “Sotto la doccia” fino a “a morirne” ĆØ un vero e proprio pezzo di bravura.

    1. Ciao Francesca, la tua analisi accurata del mio testo mi fa davvero piacere. Hai colto gli aspetti fondamentali di questo testo e soprattutto hai “visto” il cuore dei personaggi. La diva ĆØ inclassificabile, ed ĆØ questa la forza: non la afferri. Oscilla tra il colto e il popolare, tra un vago senso di maternitĆ  soppresso e l’indole libertina, non ha nome (lo avrĆ , ma solo sul finale), potrebbe finir tra le pagine di Laila, verissimo, oppure dentro una pellicola di Fellini, l’effetto sarebbe sempre e comunque quello stridere, quell’accozzaglia di stupore alla quale nome e posto non si riescono a dare. Soltanto: la diva. I due ragazzi, all’opposto, un nome lo avranno. (Nel cartaceo, perdona lo spoiler, lo avranno da subito). E grazie al cattivo esempio della diva, alla fine troveranno il loro posto. Grazie di cuore per questa lettura.

  2. Un impatto davvero trascinante e in ottimo equilibrio. Uno swing ricco di immagini variegate, che riescono a raggiungere e valorizzare i dettagli più impercettibili, rendendo ogni particolare motore vivo dell’ingranaggio.

  3. Tutto molto fluido, scorrevolissimo. Nel sentire continuamente la marca di sigarette, mi chiedo come mai tu non usi altri appellativi ma ne specifichi sempre il nome. CosƬ come “il ragazzo svizzero”, secondo me ripetuto più volte senza sostituirlo con un pronome o simili. Per il resto direi ottimo, personaggi molto azzecati. Proseguo con gli altri capitoli

    1. Grazie Loris. Volevo creare un effetto di ridondanza usando le ripetizioni, ma ti dirò, in fase di revisione non ha piu convinto neppure me šŸ˜…
      Sei sempre molto attento, grazie!

      1. Se ha convinto pure te allora ne sono felice, e poi ĆØ troppo “facile” commentare da fuori. Quando si scrive si ĆØ cosƬ immersi nella creazione, che a volte certi dettagli ci sfuggono poichĆ© concentrati ad un quadro più vasto e dunque complesso. Grazie a te

  4. Episodio molto, molto intrigante. A spiccare non ĆØ tanto l’immagine della diva ormai decaduta ma della relazione della protagonista con questo personaggio. C’ĆØ malinconia, angoscia, smarrimento e sensibilitĆ . Quando queste sensazioni vengono condite con un pizzico di ironia si crea una miscela che adoro.

    1. Grazie Tiziano, mi fa davvero piacere questo tuo commento. L’attenzione sul rapporto tra le due donne era proprio quello che mi premeva sottolineare!
      Grazie per essere passato di qui 😊

  5. Direi che non c’ĆØ da togliere o da aggiungere nemmeno una virgola. Non so se tu abbia mai conosciuto il personaggio di cui parli, o se ti sia ispirata a qualcuno, ma certo ora esiste al mondo una persona in più perchĆ© credimi, questa Diva ĆØ vera. Complimenti.

    1. e voglio aggiungere che l’incipit suona come un’ assai elegante suggestione da Gadda (Il pasticciaccio) , ma forse ĆØ un caso.

    2. Personalmente, credo che quando creiamo personaggi, anche se inventati, attinguamo sempre a qualcosa che troviamo dentro di noi o negli altri. E poi finisce che diventano più veri di noi…se capisci cosa intendo…mi ha fatto molto piacere il tuo commento Serena, grazie per essere passata di qui. šŸ™‚

  6. Adoro la Diva, un personaggio che profuma di libertĆ  e ribelione.
    Come adoro il modo in cui ĆØ scritto questo capitolo, quasi come fosse una canzone.
    E adoro anche il finale, nonostante, come il capitolo precedente, mi abbia lasciata con il respiro a metĆ .
    Grazie Dea, leggerti è davvero piacevole! 😸😸

  7. “Il suo vero nome era scritto ovunque, ma per tutti lei era sempre stata la diva. SarĆ  stata la bizzarria nel vestire, lo strambo modo di vivere. Il modo in cui non c’entrava nulla con il resto della famiglia, con noi.”
    Parto con questo spezzone, perchĆØ non ho potuto fare a meno di rivedermi in queste parole: la perfetta descrizione della “pecora nera”.

  8. ” O come nelle canzoni di De AndrĆØ. Non ĆØ solo una citazione, ĆØ un indizio messo lƬ apposta nel mezzo del racconto. Dieci e lode per l’idea.”
    Dieci e lode a te per averlo notato…proprio perchĆ© studiato “a tavolino” ci tenevo facesse il suo effetto. Grazie di cuore per la tua lettura.

  9. … O come nelle canzoni di De AndrĆØ. Non ĆØ solo una citazione, ĆØ un indizio messo lƬ apposta nel mezzo del racconto. Dieci e lode per l’idea.
    Oltre a quella famosa canzone di Faber il titolo e la ragazza mi hanno fatto pensare anche a La strega, di Vasco Rossi, dove anche lƬ c’ĆØ una zia, ma il contesto ĆØ un altro šŸ™‚
    Dato che ĆØ una serie qui per ora non mi dilungo, ma l’episodio ĆØ scritto magistralmente.

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  11. Sembra quasi di guardare uno di quei vecchi film in bianco e nero, che, ormai, non si vedono più.
    Ha un sapore tutto suo: in alcuni passaggi, quando hai citato del salire le scale come “a casa dei nonni” o quando hai introdotto la Diva, mi hai riportato alla mente alcuni fotogrammi del mio passato.
    ƈ come se l’intero racconto fosse uno strano e particolare ossimoro, messo in evidenza in alcuni punti, ad esempio quando ti soffermi a parlare della Diva nel momento in cui ĆØ sotto la doccia, come se ella stessa, la sua persona e il suo modo di vivere siano un grande ossimoro.
    Un racconto che mi ĆØ piaciuto molto.

    1. Grazie mille Giuseppe per la tua lettura. Mentre scrivevo la scena della doccia, l’intenzione era esattamente quella di creare una sorta di ossimoro. Nel personaggio della diva e nella visione che ha di lei la giovane donna. Mi fa davvero piacere che tu l’abbia colto. Spero passerai ancora di qui.

  12. Brava Dea! Nel racconto hai creato una sorta di meditata tensione tra la timida posatezza dei due giovani e la stravagante zia aperta a tutti gli eccessi per godersi la vita. La Muratti presa dalla vestaglia, sembra proprio l’attimo meditativo nel quale la liceale trascende e barcolla tra gli impulsi ormonali e gli academici ranghi.

    1. Grazie Giulio! Mi piace tu abbia colto il particolare della Muratti, e l’interpretazione che ne dai ĆØ preziosa. Non avrei saputo dirlo meglio. Felice che tu sia passato di qui.

  13. Che musicalitĆ  hanno i tuoi racconti Dea, armonici e mai fuori tempo. Parli della giovinezza e dai l’impressione di poterla mantenere per sempre, incolpevole portatrice di sogni ad occhi aperti.

    1. Mi colpisce Roberto come tu abbia colto la giovinezza cammuffata e inafferrabile in un racconto dove sembra regnare la decadenza. Forse il modo per mantenerla per sempre questa benedetta giovinezza, che dici, c’ ĆØ?

  14. Che graffio! Trovo magnifico ciò che hai trasmesso sotto le righe. Quel certo fascino della leggenda, quella superficialitĆ  parentale nei giudizi, quell’incertezza nel rapportarsi, quell’incapacitĆ  di dar voce ai sentimenti. Molto ben strutturato, a saperla vedere, una dolcezza enore. Grazie!

    1. Grazie Giuseppe per questa tua lettura. Hai colto perfettamente ciò che, tra le righe, volevo trasmettere, e questo per me è un piacere enorme. Grazie per essere passato di qui!

    1. Grazie M.Luisa, soprattutto per aver notato l’affinitĆ  tra le due protagoniste. In effetti sembrano lontane anni luce, in realtĆ  sono due facce della stessa medaglia…

  15. Questo ĆØ un personaggio che farĆ  epoca, mi auguro. Un essere vivo, personale, strano e sui generis come possono esserlo una donna o un uomo realmente esistenti: ma non intendo dire che tu l’abbia ritratto dal vero. Al contrario, non c’ĆØ nulla di più reale delle invenzioni letterarie ben riuscite. Tutti i miei complimenti, Dea.

    1. Grazie Francesca, soprattutto per aver colto la potenza di un personaggio al quale da subito ho tenuto moltissimo. Il confine tra personaggi reali e inventati ĆØ sempre labile, un po’ come le maree quando si incontrano, non sai mai dire quanti tratti vengano dalla realtĆ , e quali dalla fantasia. Sono due mondi che si influenzano e si pescano a vicenda. Non sono sicura di averla completamente inventata, ma neppure che sia esistita davvero…

    1. Grazie di cuore Hugo, mi fanno davvero piacere le tue parole, e mi fa piacere che tu sia passato di qui.
      La decadenza…ce l’avevo bene in testa ed ĆØ bello che tu l’abbia colta.

  16. Io non ne trovo molte di parole, questa volta, per commentare un testo che mi ha colpita dritta e che ĆØ, a mio parere, cosƬ bello da commnetarsi da solo. Vorrei usare alcune tue frasi che mi hanno colpita. ‘Il modo in cui non c’entrava nulla con il resto della famiglia, con noi’ e ho pensato ad alcune dive additate tali nella mia famiglia, oppure magari anche a me, che con la mia famiglia non centro niente. ‘Toccava salire le scale, come a casa dei nonni o dentro le canzoni di de AndrĆ©’ questa l’hai veramente scavata chissĆ  dove e messa su carta come una magia. ‘e le polo infilate dentro nei pantaloni’ Qui sorrido e penso a quante volte capita di assistere a questa sorta di abominio šŸ™ˆ. Potrei andare avanti ancora, ma vorrei soffermarmi su quello che, a mio parere, ĆØ il cuore del testo: quel confronto cosƬ spiazzante fra le due dive, una di fronte all’altra, unite dal filo invisibile che le tiene strette fino al finale struggente e commovente. Non ho ben capito quale sarĆ  il filo conduttore della tua serie, ma non importa. Mi siedo e aspetto.

    1. Cara Cristiana, ti ringrazio per le bellissime parole e soprattutto per l’attenzione che hai dedicato alla lettura del mio testo. Hai colto dei particolari a cui tenevo tantissimo, e questo mi ha fatto davvero piacere, in particolare ho apprezzato come tu abbia colto il confronto tra le due donne, che ĆØ poi come anche tu lo definisci il cuore del testo, e credo di tutta la serie. Ti confesso che neppure io so bene come andrĆ  a finire questa serie, l’unica cosa certa ĆØ che sarĆ  la “rivincita” di tutte le dive. Grazie ancora, di cuore.