La ferita 

Serie: Appena sotto la caviglia


L’incontro con la moto non fu dei più piacevoli per la mia caviglia.

Niente di grave in confronto a quello che realmente poteva accadermi con la moto in corsa ed io a cavalcioni su di essa, ma quando con la moto ferma e lui che l’accendeva, io provai a montarci sopra sormontandola con le gambe nude coperte solo di pantaloncini corti e sandali alti, per qualche centimetro in più di distanza, mi tagliai con uno spigolo sporgente e un pezzo di piede appena sotto la caviglia, cominciò a sanguinarmi. All’inizio percepii solo la botta, poi il sangue cominciò a bruciarmi.

Eravamo ancora nel cortile di suo padre e di risalire in casa sua per medicarmi proprio non avevo voglia.

“Sono a posto. Vai.”

Il dolore sembrava solo una puntura di zanzara in quel momento.

“Ma sei sicura di stare bene?”

Mi strinsi a lui pronta per partire, la pelle a contatto ora non era solo la nostra ma anche quella dei nostri giubbini.

“Solo un taglietto nulla di grave. Andiamo a casa.”

Il motore della moto suonò più forte tra le mura del cortile, lui chiuse la visiera del casco sulla sua faccia, io mi attaccai ancora più fortemente a lui e la moto partii con un chiassoso ruggito. La ferita cominciò a sanguinare nel vento, appena sotto la caviglia. Ma stavamo tornando a casa, la nostra. E nulla in quel momento mi sembrava più importante di quell’arrivo.

A casa, cominciai a medicarmi molto blandamente. Tanto ero ferrea con gli altri tanto ero non curante con me stessa nelle medicazioni

“Guarda che se continui a toccarla ti verrà la cicatrice.”

Ma non gli diedi retta, così come non la diedi a mia madre, l’unica davvero brava a farmi le medicazioni.

Feci uscire sangue e pus, la toccai, la strizzai, ma quella ferita appena sotto la caviglia proprio non la lasciai stare.

“Lo so, però mi da troppo fastidio. Mi prude. Non mi piace come tuo padre mi parla, è irrispettoso.”

Lui sbuffò. Era irritato. Più della mia stessa ferita.

“Devi lasciartela stare, abbi pazienza.”

Incalzai.

“Con tuo padre o con la ferita?”

Vidi un lampo di rabbia e tristezza nel suo sguardo, come un fulmine che muore troppo presto.

Eravamo entrambi seduti sul tavolo di cristallo che dava lo sguardo alla cucina di sasso di fronte a noi, poi si alzò di scatto e spalancò il frigorifero senza senso apparente.

“Con entrambi. Devi curarti, non torturarti. Mio padre non lo capisco io, figurati tu. Però devi capire che ha la sua età, la sua vita alle spalle, è diverso da noi. Sforzati.”

Mi innervosì più di quello che ormai ero, mi alzai anche io e dal mobile bianco e alto, sinuoso e tondo che ci faceva da credenza aperta, versai un goccio di vino rosso da una bottiglia già aperta.

Presi un calice ampio dalle cassette di legno bordate di rosso e ci versai il vino scuro, sembrava quasi una prugna liquida.

“Ti hanno mai detto che il rispetto non passai mai di moda? Io di pazienza ne ho fin troppa. Cavolo, mi prude un sacco.”

Fece un ghigno. Non capii se di disappunto o dispiacere. O se forse di entrambi.

“È un buon segno, se prude vuol dire che sta guarendo. Vado un po’ al computer.”

Finii il vino nel bicchiere con foga.

“Ma non vieni a letto con me?”

Lui era già alla mia scrivania con gli occhi fissi in un schermo che sulla sua pelle sembrava avere una luce azzurra.

“No, finisco due cose qui. A dopo amore.”

Mi mandò un bacio tra una stanza e l’altra e poi si mise a schiacciare tasti di mouse e tastiera, ormai con il pensiero lontano da me.

Lo baciai a mia volta a distanza.

“A dopo amore, ma non so se guarirà.”

E mi avviai verso la camera da letto con prurito e confusione addosso a me, e con la strana sensazione che se stessi parlando della ferita appena sotto la caviglia o di noi, nemmeno io lo sapevo più.

Serie: Appena sotto la caviglia


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