La fortuna sorride ai malvagi

Serie: Goblingeddon


Cinquemila passi dopo, nel folto della foresta, Raki ebbe il coraggio di guardarsi alle spalle. Era solo.

Sì! Era riuscito a fuggire! Dopo terribili settimane, giorni perfino – o sì, settimane – si era sottratto alla prigionia di quel branco di arkà svalvolati. Che gioia! Provava un desiderio irrefrenabile di spaccare qualcosa, qualsiasi cosa: un formicaio, un rosso pomo selvatico, uva spina; salì così rapidamente sui rami del sambuco che li spezzò, fracassandosi al suolo con un tonfo sordo. Il naso seghettato dell’elmo si piantò in profondità nel terreno soffice, ma ne venne fuori facilmente: ora Raki era di nuovo un goblin libero e nessuno avrebbe mai più messo limiti alla sua volontà.

Passato il primo momento di euforia, Raki cominciò a ficcarsi in gola la polpa sparsa della frutta che aveva esploso con la sua incontenibile euforia, raccogliendo qua e là anche qualche formica. Era tutto schifosamente dolce, ma proprio mentre la mente vagava libera fra pensieri semplici cominciò ad affiorare una seconda conseguenza della conclusa prigionia.

«Ammazzerò quel dannato sciamano» grufolò tra se, soffocando il rigetto nel vedere il proprio arto destro ridotto a un cumulo di scarti ferrosi «lo ammazzerò con questi stessi artigli. Con questi stessi artigli!» Feroce, si colpì sull’elmo con la protesi, ferro contro ferro. «E poi Morik. Bastardo prepotente. Te lo farò vedere io l’addestramento, oh sì!»

Del tempo trascorso a Campoforno, Raki aveva un ricordo più confuso di quanto volesse ammettere perfino a se stesso. Riprendersi da ciò che lo sciamano Lorque gli aveva fatto aveva richiesto, beh, molti, moltissimi giorni. Le brutte facce degli abitanti della pianura gli avevano fatto credere di essere morto e aver mancato la possibilità di essere riciclato nella Grande Fornace. Non ci teneva a trascorrere il resto dei suoi giorni nel Grosso Buco, con i demonietti a far di lui un sol boccone per l’eternità. Per ciò, da buon arkà, si sarebbe preso ciò che gli spettava di diritto: la vendetta.

Prima, però, aveva bisogno di recuperare le forze. Durante lo scontro con l’enorme tigre orrida aveva perso la spada, sfortunatamente, per cui avrebbe dovuto farsi bastare una mente affilata come un pugnale. Con quella aveva avuto la meglio su innumerevoli nemici e ora, per di più, c’era pure saldato sopra un duro guscio d’elmo. Meglio di così, non poteva andare.

Riempita la pancia si rimise in marcia. Quegli stupidi dei suoi ex compagni non erano riusciti a seguirlo, probabilmente per paura di finire nella bocca di un’altra bestiaccia annidata fra i cespugli. In fondo aveva fatto loro perfino un favore: grazie alle sue gesta avevano abbattuto il felino predatore. Caricato sul carro, avrebbe fruttato parecchio oro, vendendo pelle, zanne, artigli, carne e ossa per le pozioni. Avrebbero dovuto ringraziarlo, pensò. Fu così che, baldanzoso, zampettò nel fitto della foresta, diretto dove il naso lo avrebbe portato e di certo lontano dalla piana.

Per due giorni il mondo rispose bene all’intrusione di Raki. Gli alberi davano frutti, gli animali non erano più grandi di un topo, e se lo erano avevano lunghe corna e mangiavano erba. Trovò perfino un ruscelletto d’acqua fresca nel quale poter cacare con soddisfazione. I selvaggi boschi sotto le montagne temevano il grande goblin venuto dal nord, evidentemente. Prese confidenza e in breve non ci fu cosa, pianta o rumore sospetto che potesse sfuggire alle sue grinfie gloriose.

Il terzo giorno, correndo dietro a un coniglio dalla coda lunga e il muso un po’ troppo affusolato, un masso gli tagliò improvvisamente la strada. Prese una capocciata talmente forte che rimbalzò sull’erba, a volo d’angelo, rimanendo a boccheggiare per diversi minuti prima di riprendersi. Il colpevole masso, in realtà, non era affatto ciò che gli era parso all’inizio, ma una pietra quadrangolare ben intagliata. Forse, non si era nemmeno mosso. Sopra, un’altra uguale. E così poco più in là, dove gli alberi lasciavano spazio a una famiglia allargata di pietre squadrate.

«Che razza di posto maledetto è questo?» si domandò Raki ad alta voce. Un arco di pietra porosa stava sulle zampe come un uccello minaccioso, alto abbastanza da farci passare sotto tre goblin impilati. Un muro di cinta, costruito con lo stesso materiale, invece che con il più malleabile legno, compariva in una serie di segmenti discontinui come le scaglie spinali di un drago antichissimo. Ovunque guardasse, ricoperte da liane, fiori e piante rampicanti, Raki vedeva rovine di un qualcosa che, poco ma sicuro, non era mai stato degli arkà.

«Ehi! Ehi, ti ho sentito, aiutami!» Una vocina, sottile sottile, ruppe l’illusione di Raki di essere solo. «Per favore!»

Proveniva da poco lontano, fra i massi. A guardarli bene stavano tutti fermi e non sembrava che avessero intenzione di tagliargli la strada di nuovo. Ormai il topoconiglio era andato, quindi tanto valeva dare un’occhiata. Magari avrebbe trovato un pasto inaspettato.

Quando si trovò di fronte il proprietario della vocina sottile non poté far altro che aggrottare la fronte. «Che cavolo sei tu?» chiese, senza aspettarsi davvero una risposta.

Attaccato a una parete come una mosca schiacciata sul tavolo, a braccia e gambe divaricate, sospeso nel centro di un enorme simbolo incomprensibile, c’era un esserino blu non molto più alto di Raki. «Sono una succube, mi chiamo Dendrast» disse, ruotando la testa quel tanto che bastava da scostargli il ciuffo color prugna. Due corna lunghe quanto un mignolo spuntarono alla luce del sole, fini fini, rivolte all’insù.

Raki sembrava perplesso. «Ma non sono tutte femmine le succubi?»

«Certo che no, altrimenti come farebbero a nascerne altre?» rispose Dendrast, inebetito dalla domanda.

«Vabbé.» Così Raki si girò pensando di andarsene. Quella giovane succube maschio era tutt’ossa, non valeva la pena mangiarselo.

«Aspetta! Non mi aiuti?» urlò quello, resosi conto che il goblin avrebbe levato in fretta le tende.

Raki scatarrò un grosso bolo verde a terra. «Perché mai dovrei farlo?»

Dendrast sembrava avere una risposta pronta, preparata in tutto il tempo libero che doveva aver avuto ultimamente, ma se la ricacciò in gola. Passò in silenzio qualche secondo, dopodiché esclamò: «Perché ti darò i miei gioielli se mi aiuti ad andarmene.»

Un paio di parole e tutto era cambiato. Raki sorrise. “Povero scemo” pensò, avendo già un piano pronto. «Va bene» rispose. «Ma perché ti dovrei credere? Sei lì appeso come un cretino, senza niente se non gli stracci che porti addosso.»

Dendrast strinse i denti. «Li ho in tasca. Giuro. Aiutami a scendere e saranno tuoi in pagamento. Non avrai paura che io possa sopraffarti, una volta libero, vero?»

A un simile affronto Raki scoppiò in una risata che pareva un raglio. Si fece avanti, tenendosi lo stomaco, osservando il povero disgraziato appiccicato alla parete. Doveva pesare la metà di lui, anche se era più alto. Tutto secco, giovane, debole, e caduto in qualche trappola cretina.

Raki gli infilò la mano nelle brache, ignorando le rimostranze. Dove li aveva messi? Rovistò senza fare attenzione e in men che non si dica si trovò in mano un paio di gioielli blu. Nonostante un momento di perplessità, si accertò fossero quelli veri: due zaffiri splendenti e levigati.

«Perfetto» sogghignò, voltandosi e andando per la sua strada, lasciando cadere le pietre preziose nei calzari.

«Ehi! Bastardo!» La succube urlava, ma ormai non c’era più niente da fare: Raki aveva preso ciò che voleva e nessuno poteva farci nulla. Proprio nessuno. Per cui, lo fece qualcosa.

Dendrast cadde al suolo dopo pochi secondi. Il tonfo fu lieve, perché il ragazzo atterrò sulle proprie gambe, agile e leggero. Raki, invece, sentì una strana forza attrarlo verso il simbolo dipinto sul muro.

Sette diverse bestemmie uscirono dalla bocca del goblin mentre raggiungeva in volo la parete fatata. Fu schiacciato contro la roccia come una frittata caduta per terra. La gamba faceva un male cane, proprio nel punto in cui lo stivale nascondeva le pietre.

Dendrast gli rivolse uno sguardo soddisfatto. «Grazie, stronzetto. Tienile pure.»

Raki blaterò qualcosa di incomprensibile misto a sputo e invocazioni al Dio del Grande Buco.

«Sei stato davvero provvidenziale» continuò la succube, avvicinando quell’insopportabile muso delicato. «Avevo provato a rubarle senza sapere che non si può. Se tu fossi arrivato domani, sarei stato sacrificato io.»

«Sacrificato?!» sbraitò Raki, furibondo e spaesato.

«Dai giganti. O tu li chiami troll? Fa lo stesso. Spero ti piaccia il caldo, amico mio, perché presto ne avrai da lasciarci le penne!»

Serie: Goblingeddon


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