La Gabbia

Jack Whiteman si sistema lo zaino sulle spalle abbronzate. Il suo sguardo accarezza il pendio oltre la punta degli anfibi: alberi fitti come una coperta di smeraldo. Spalanca la bocca. Ingolla coraggio. Scivola strappando zolle di terra; il respiro fa eco ai battiti del suo cuore. Si ferma davanti a un’immensa ragnatela. Corde di ferro che si intrecciano. Dà una rapida occhiata all’orologio digitale che gli cinge il polso. Sulla sommità della rete la luce è verde. Con movimenti rapidi deposita a terra lo zaino. Trascina la cerniera per estrarre un paio di cesoie. Le lame lucenti afferrano una corda. Le braccia dipingono lo sforzo tra i nervi in tensione e i muscoli che sprizzano sudore sotto i raggi del sole. Il metallo indebolito dalla ruggine dapprima resiste, quindi cede spezzandosi. Una volta. Due. Tre. Jack Whiteman si infila nell’apertura che ha appena creato.

Ferite sbilenche gli sfregiano la pelle. Solleva lo sguardo: la luce verde diventa rossa. Strappa un ramo da un piccolo arbusto per gettarlo tra le maglie della rete. L’elettricità lo divora in un’esplosione di scintille. Ciò che è fatto è fatto. 
Le scarpe calpestano le foglie morte mentre si insinua nel fondo della vegetazione. Scansa alberi e schiaccia insetti. Asciuga il sudore nell’avambraccio. Inciampa in una radice. Impreca. Rimane con la faccia immersa nel terriccio per qualche secondo. Battito di tamburi. 
Jack Whiteman si alza. Scruta tra le fronde. Capanne di paglia a ovest, poco distanti. Il suo sorriso si apre a mostrare i denti mentre si dirige nella direzione opposta.

La voce dei tamburi scema sostituita dallo scorrere gentile di un ruscello. Una splendida ragazza è immersa nelle acque gelide. Nuda. Pelle d’ebano. Spalanca gli occhi appena si accorge della presenza dell’uomo. Cerbiatto impaurito.

«Non aver paura» le dice. 

La giovane emerge dall’acqua in tutta fretta. Non tenta di nascondere le proprie vergogne. Non c’è vergogna in lei. Quando lui le si avvicina, però, si nasconde tra la linfa e la corteccia.

«Non voglio farti del male. Il mio nome è Jack Whiteman.»

Occhi di pece nella natura. Il ruscello scorre. 
Jack parla e a ogni parola fa seguito un passo. L’albero dietro al quale si è rifugiata la femmina è a portata delle sue braccia. La cinge.

«Tu non mi capisci, ma io ti conosco da tanto tempo e ti amo da più tanto tempo ancora!» Le afferra la nuca. Affonda la lingua nella sua bocca. Labbra carnose. Sapore di ruggine.

«Mi hai morsicato, stupida selvaggia!» La allontana con rabbia. Sputa sangue. 
La femmina ringhia.

«Come cazzo ti permetti! Ho abbandonato tutto per te: la mia carriera, la mia vita!»

Lei non comprende: è una fiera figlia della natura. Sibila e sbuffa. Il suo corpo è una macchina perfetta di tendini e muscoli, ma quando l’uomo la travolge non può opporsi. Cento chili la schiacciano. La turgida presenza del pene.

«Ti piace, puttana!» La schiaffeggia con foga fino a farle perdere i sensi. Abbassa i pantaloni, esponendo il glande. Penetra nella nera umidità. La ragazza riprende i sensi, ma lui non si ferma. Le tappa la bocca con una mano e continua. Avanti e indietro. Dentro e fuori. La rigidità e l’esplosione liberatoria. Ansima. I tamburi seguono il ritmo forsennato del suo cuore. Gli occhi bruciano. Il mondo è scuro.

***

Jack Whiteman apre gli occhi. Una lampada al neon diffonde il suo opaco chiarore in una stanza asettica. Si trova disteso su una barella. Prova ad alzarsi.

«Non faccia movimenti bruschi, ingegnere» gli consiglia un ometto seduto dietro a una scrivania. «Gli effetti del gas spariranno completamente tra un paio di ore.»

«Gas? Ma che diavolo…» La testa gli duole terribilmente.

«Ha combinato un bel casino, ingegnere!» lo rimbrotta l’ometto, sistemandosi gli occhiali sul naso adunco. «C’è da dire che ha pensato proprio a tutto! Prima ha cercato un punto debole tra le maglie della Gabbia, quindi le è bastato manomettere quel sistema di sicurezza che lei stesso ha progettato. E per cosa poi?»

«Se le dicessi che l’ho fatto per amore mi crederebbe, dottor?»

Quattrocchi sorride. «Mi chiami semplicemente Carl.»

Jack trattiene una smorfia.

«Mi crederebbe, Carl?»

«Il bisogno di svuotare i testicoli può definirsi amore? Chi sono io per affermare il contrario! Le credo.»

«E il gas?»

«Non faccia il finto tonto, non è da lei! Il capo villaggio stava per raggiungere il torrente; come avrebbe reagito alla vista di sua figlia violentata?»

Il volto di Jack si fa paonazzo. «Io…non…»

«Per evitare inutili complicazioni abbiamo preferito metterla a nanna, ingegnere. Una spruzzata di narcotizzante e via! Si rende conto che ha rischiato di rovinare l’intero progetto?! I soggetti della Gabbia sono l’ultima razza non contaminata sulla faccia della Terra e un coglione stava per rovinare tutto. Si offende se la chiamo coglione?»

Jack Whiteman scuote il capo. La stanza comincia a vorticare davanti ai suoi occhi.

«Bene, ingegnere, appena si sentirà meglio può andarsene.»

«Tutto qui?»

«Che altro dovrebbe esserci?»

«Non so, pensavo a una punizione.»

«Non credo serva. Voglio solo sperare che simili incidenti non si ripetano.»

«Assolutamente no! Non voglio avere più avere niente a che fare con quella selvaggia!»

L’ometto occhialuto Carl sorride. «Questo è poco ma sicuro.»

«Che intende dire?»

«L’abbiamo sgozzata! Penso che studiare la reazione del capo villaggio di fronte all’omicidio senza ragione della sua piccola sarà molto interessante.»

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Discussioni

  1. Ciao Dario, finalmente riesco a leggerti! In questo racconto riconosco sempre la tua “penna”, e questo – ovviamente – è già di per sé un grande fattore positivo! Ambient potente, situazioni crude al punto giusto e – ahimé – non proprio lontanissime dalla realtà, dialoghi COINVOLGENTI (grazie a una brevità ben calibrata). Il tema è serio e tu l’hai saputo gestire nel migliore nei modi. 🙂

    1. I tuoi commenti mi fanno sempre molto piacere, Giuseppe.
      Hai ragione, la distopia di questo racconto è tutt’altro che fantascientifica. Purtroppo.

  2. Cavolo, che sassata. Le immagini sono decisamente vivide, accompagnano il lettore nella foresta senza dargli troppi punti di riferimento. Poi esplode la prevaricazione, lindividualiamo, la sopraffazione. E infine il risveglio del protagonista è anche quello del lettore, che scopre una situazione non così inverosimile. Ed il freddo cinismo del Dottor Carl è il colpo di grazia.

  3. Cavolo che pungo nelle stomaco. Comunque Dario riesci sempre a ottenere le reazioni che vuoi nel lettore. Granze per aver impreziosito il Lab di questo mese con il tuo racconto.
    Alla prossima

  4. Accidenti Dario l’indulgenza proprio non è per Carl e neanche per il signor Whiteman (cognome azzeccato che gioca, immagino, con le diversità razziali) Bella l’idea dell’ultima razza pura da ‘studiare’, davvero crudele tutto ciò che sta intorno a questo esperimento. Belle le descrizioni, sostenuto il ritmo che accompagna fino alla fine. Bravo!

  5. Parto dall’immagine, che è strepitosa! Sei riuscito a creare una grande suspense, nella prima parte del racconto. Seguivo ogni movimento del protagonista, le cesoie che rompevano le maglie. Con la fretta di sapere cosa avrebbe trovato al di là. Mi è piaciuto, Dario. Bravo!

    1. Carissima Micol, un raccontino distopezzo ci stava!🤣
      Grazie per aver letto questa mia ennesima follia.