La genesi di un racconto

Come inizia un racconto? Tra le lacrime di un dolore o tra le risate di una bocca contornata di rossetto sbavato? Tutte le parole, messe in fila come vagoncini di un treno giocattolo, formano un pensiero, una fantasia che farà correre il lettore verso mondi inesplorati. Ad ognuno verrà dato immaginare il suo mondo personale. Il bello delle parole è proprio questo. Raccontando una storia si creano tanti scenari diversi quanti sono i lettori. Nessuno immaginerà la stessa scena allo stesso modo di qualcun altro. Questo è il bello della creazione di un racconto. Scommettiamo?

Ed ecco che un’idea prende forma nella mia testa. La vedo dapprima lontana, quasi come un bagliore soave nell’oscurità dei mille pensieri. Mi chiama, sfavilla allegramente perché io la noti in mezzo a questa confusione. Allora mi incammino e le vado incontro, perché nessuna idea è così sciocca da pensare di potersi fare chilometri e chilometri di mente autostradale per raggiungere la tua coscienza. Sia chiaro, altre idee, più matte, lo fanno, ma non questa. Questa è pigra quasi quanto me e non ha voglia di camminare tra i miei pensieri. Sobbalzando tra un neurone e una sinapsi, la mia piccola idea è sempre più vicina. Mi accorgo che poi tanto piccola non è perché ora brilla ancora più intensamente. Se pensavi che un’idea avesse la forma di una lampadina, beh, non ti sei sbagliato di tanto. Così luminosa potrebbe sembrare davvero una lampadina. Io preferisco vederla più come una lucciola però. Si, perché le lucciole non hanno vita lunga. Se le si coglie nel momento giusto, potrebbero brillare per te anche per tutta la notte. Ma se non le si libera finirebbero per smettere di brillare. Lo stesso accade alle nostre idee. Saperle cogliere è un dono da maestri, ci vuole tatto, cura e amore, penso mentre mi avvicino alla mia piccola amica sbarluccicante. Il suono dei miei passi tra i miei pensieri è così leggero, quasi inudibile. Spuf, spuf. Un passo dopo l’altro ed ecco la mia piccola idea, ferma lì, su una nuvoletta bianca e soffice. 

– Buongiorno a te, mia piccola amica – le sussurro. Lei mi guarda con occhi non visibili. 

– Che cosa vorresti diventare da grande?- le continuo a chiedere. Lei, senza aprire bocca, mi avvolge con la sua luce e, all’improvviso, divento piccolissima. Sento il calore che emana e l’energia che divampa dall’essenza dell’esistenza di quella “piccola” idea. 

– Voglio diventare un racconto – mi dice una voce così vibrante da scaldarmi il cuore. Vengo rapita da un vortice spettacolare. Non mi aspettavo che una piccola lucciola luminosa avesse una tale potenza. Mi passano davanti prati verdi, soli raggianti, animali che parlano e casette che volano.

– Certo che vuoi diventare un racconto strano! – le dico sorridendo e toccando un fiore ai miei piedi. 

– Strano se tu vuoi che io lo sia – mi solletica l’idea. Non posso fare a meno di ridere di gusto a quel tocco da maestra. Ah, la mente, come è ambigua. Così infinita ma così perfetta. 

D’un tratto mi ritrovo di nuovo di fronte a quell’idea che è un pochino più grande di prima. Intorno a me, dove finisce il confine di luce, c’è buio pesto. Ma non mi spaventa essere al buio perché ho la mia lucciola personale che mi guida nell’oscurità. La cingo dolcemente con le mani e la porto vicino agli occhi per osservarla meglio. La giro e la rigiro prima di far uscire un sonoro “mh”. 

So cosa devo fare ora. 

La alzo piano sopra la mia testa ed ecco che quella entra, si fa strada attraverso di me. Passa nel mio cervello, tra i miei occhi, nella mia gola, attraverso il mio cuore e il mio stomaco fino ad arrivare alle radici di me. Questo cammino fa il solletico. In alcuni punti di più. 

Ma che meraviglia! Ora sono io a brillare. Quella piccola idea pigrona ha trovato il modo di fare strada. E lo ha fatto attraverso di me, attraverso i miei occhi, la mia bocca e le mie mani. Grazie ai miei piedi ora può circolare ovunque e diventare finalmente il racconto della sua genesi. 

Caro lettore, cammina, cammina e ancora cammina alla ricerca delle tue lucciole pigrone. Falle crescere e falle vivere attraverso di te. 

S.

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