La guerra di Dafne



Il combattimento non era mai durato così tanto.

Sfinita, Dafne abbandonò l’Arena della Contesa: i suoi erano ormai alle strette, e i Puri avrebbero vinto questa volta.

Non accadeva da anni, e ormai nella loro regione l’ultima roccaforte dei Puri contava poche migliaia di individui, contro tre milioni che invece prosperavano nei territori dei Naturali.

Forse il destino voleva che le cose si riequilibrassero, forse era giusto che nessuna delle due fazioni facesse sparire l’altra. Forse, forse…

Accecata dalla frustrazione, Dafne scagliò a terra il suo trasmettitore.

Non aveva mai perso un combattimento prima di allora, mai! Era stata debole, debole, per via del pensiero costante, martellante di Leandro, che aveva attorcigliato i suoi sensi di predatrice.

Infinite volte si era imposta di dimenticarlo: ormai l’amore che li univa era finito, irrimediabilmente. Leandro lo aveva distrutto, passando ai Puri, infame traditore.

Fino ad allora aveva creduto di avercela fatta, a dimenticarlo.

Invece no: le era bastato rivederlo nell’Arena della Contesa, per capire che ancora aveva tanto potere su lei. Lui, naturalmente, aveva approfittato della sua emozione, e l’aveva avviata alla sconfitta, da vero Puro. Che stupida era stata!

Altea la raggiunse: aveva sfilato l’elmo, e il suo viso incupito dalla sconfitta brillava di sudore, forse misto a qualche lacrima. Avevano perso. Rientrarono per consolare i loro combattenti, che a testa bassa, lentamente, si avviavano alle uscite.

I comandanti delle sue fazioni stavano già firmando gli accordi, mentre i vincitori esprimevano a loro modo la gioia della vittoria. Nessun grido di entusiasmo, nessun coro, nessuna manifestazione scomposta: solo sorrisi compiaciuti e strette di mano.

Leandro la scorse da lontano, corse verso di lei. Perché? Non voleva parlarci, non voleva toccarlo.

Aveva vinto, che la lasciasse in pace. Ma lui la raggiunse, le appoggiò sulla spalla una mano ancora protetta dal guanto metallico, costringendola a voltarsi.

“Hai combattuto bene. Sei una brava guerriera e ti voglio come Madre”

Lei represse appena l’impulso di sferragli un pugno in pieno stomaco. Sapeva che non avrebbe potuto sottrarsi: era la Legge. I vincitori avevano il diritto di scelta, e i vinti non potevano sottrarsi.

La Legge era giusta, sempre. Aveva preservato l’umanità.

Dafne conosceva la storia, sapeva bene che cinque secoli prima la razza umana era sull’orlo della catastrofe. Aveva visto le immagini e i filmati dell’inferno del ventiduesimo secolo.

Intere popolazioni sotto la morsa della fame, delle malattie, delle guerre, quelle di una volta in cui la gente moriva. Intere regioni rese inabitabili dai rifiuti, dai materiali radioattivi, dal disboscamento selvaggio. Mari spopolati e deturpati da ammassi di plastica. Aria satura di veleni.

Tutto questo era cessato quando i Saggi avevano riscritto la Legge.

Una Legge globale, giusta, inattaccabile, che aveva salvato il mondo.

Adesso la Terra era un pianeta pulito, equilibrato, sano.

La popolazione ammontava a meno di un miliardo di persone e così sarebbe stato, per sempre.

La continuazione della specie, che nei tempi bui era lasciata al caso e alla stupidità dei singoli, adesso era diventata un premio ambito. Nei primi secoli il diritto di procreazione veniva stabilito tramite sorteggi, ma le continue feroci proteste tra gli esclusi avevano convinto i Saggi a ripristinare la guerra.

Sì, così la chiamavano, anche se Dafne sapeva che la loro guerra poco aveva a che fare con quelle dei secoli passati: nessuno moriva, niente veniva bombardato e disintegrato.

Le guerre servivano a preservare e non a distruggere. Servivano a scegliere i nuovi genitori.

Le guerre stabilivano in che modo sarebbero nati e cresciuti i nuovi esseri umani, se da Naturali o da Puri.

Già, perché ormai la divisione tra i due gruppi era nettissima. I Naturali vivevano lasciandosi guidare dall’istinto, dai sentimenti, dalla creatività. Abitavano in piccoli villaggi, rispettavano tutte le specie viventi e limitavano al minimo l’uso della tecnologia, tanto che i loro figli nascevano biologicamente e crescevano a contatto con la natura.

I Puri invece privilegiavano il sapere, la razionalità, la logica. Non si lasciavano condizionare dall’istinto, non ricercavano il piacere fisico. Nelle loro roccaforti ipertecnologiche

si dedicavano allo studio e alla ricerca, e i loro figli erano frutto di precise manipolazioni genetiche.

Due mondi quasi inconciliabili, in perenne lotta.

E adesso lui, il traditore, la stava toccando, le stava parlando. Lui, che l’aveva ferita nel peggiore dei modi, molto peggio che se avesse amato un’altra, l’aveva scelta come Madre.

Era un suo diritto, lo sapeva. I vincitori potevano scegliere, e non era così raro che scegliessero l’altro genitore tra i combattenti avversari.

Fremendo d’ira abbassò la testa.

“Sai bene che è un tuo diritto e non posso oppormi. Ma questo non mi impedisce di odiarti.”

Leandro restò impassibile. I Puri raggiungevano un grande distacco emotivo grazie a una costante disciplina e all’uso di specifici farmaci. Per loro le emozioni erano solo debolezze.

“Ti voglio come Madre. Sarai una buona genitrice per mio figlio. So che mi disprezzi per essere passato ai Puri. Ma l’ho fatto per noi.” Le mani di Dafne si serrarono a pugno, i muscoli del collo si tesero come corde d’arco. Leandro la guidò verso una delle uscite laterali, quelle nascoste ai sistemi di sorveglianza.

“ L’ho fatto per noi. I Puri hanno sviluppato una nuova tecnologia che permetterà loro di vincere tutte le guerre da adesso in poi. Se continua così i Naturali spariranno, come hanno rischiato di sparire i Puri all’inizio di questa decade. Dobbiamo fermare questa assurda divisione, cercare un nuovo punto di contatto. Dobbiamo finirla con le guerre.”

Un Ribelle Pacifico! Il suo uomo era diventato peggio che un Puro. Era uno schifoso Ribelle Pacifico, uno di quelli che volevano sovvertire la Legge! Si scostò inorridita, e poco mancò che chiamasse i Sorveglianti per farlo imprigionare. Un Ribelle Pacifico!

Lui adesso la tratteneva, stringendo le mani sulle braccia di lei.

“Questo sistema deve finire, lo capisci? I Puri e i Naturali devono tornare a convivere pacificamente, e non dobbiamo più combattere. I nostri figli devono prendere il meglio da entrambi i modi di vivere! Dafne, tu puoi capirmi, vero?”

Avrebbe voluto gridare che no, non capiva, che avrebbe chiamato i Sorveglianti, che avrebbe denunciato ai Saggi l’infiltrazione di sovversivi tra i combattenti.

Avrebbe voluto, avrebbe dovuto. Ma non lo fece.

Lo amava. E sapeva che lo amava anche per questo, perché lui aveva ragione. Non avrebbe voluto crescere un figlio in un mondo diviso, in un mondo in perenne conflitto. Non servono la morte e il sangue a rendere ingiusta una guerra, è profondamente ingiusta anche una guerra pulita.

La tuta protettiva era diventata improvvisamente soffocante: Dafne non vedeva l’ora di liberarsene e raggiunse in fretta la zona degli alloggi.

Scorse tra i suoi Altea, anche lei affiancata da un Puro che evidentemente voleva reclamarla come Madre, e altri Puri, uomini e donne, che si mischiavano ai Naturali. Sfilò la tuta con sollievo misto a uno strano senso di tristezza, perché seppe in quel momento di aver combattuto l’ultima guerra.



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