La lenta caduta nell’oscurità

Serie: Il Vincolo

  • Episodio 1: La lenta caduta nell’oscurità
  • Episodio 2: Il Bianco

“Egli è giunto
Dall’abisso ove dimora
Tra i venti spira
E reclama i nascituri
Atenenyarhu
Si palesa all’uomo
Che sia maledetto!
Venti volte cento lune dal giorno
Il solenne momento della fine
Un raccolto di anime
Chi cala la scure chi versa le lacrime
Il VINCOLO di sangue
Avete compiuto ignari
Mai sarà spezzato. “

BALBANO, da qualche parte in Toscana
24 Dicembre 2017

Aspettavo tutto il giorno che giungesse l’ora di dormire e al calare delle tenebre fissavo il soffitto terrorizzato all’idea di addormentarmi poiché inevitabile sarebbe giunto l’indomani.
Ma esso arrivava senza pietà, lungo e acuminato come la lama di una scure; il giorno seguente sorgeva insieme al sole e mi condannava ad un’altra giornata di sofferenze atroci, senza via di scampo.
Mio padre da otto mesi era diventato d’improvviso un vegetale; risultava vivo ma era scomparsa la sua essenza vitale. Nessuna logica apparente, nessuna spiegazione clinica, niente. Era solo calato il buio. Lo portai dovunque, senza ottenere risposta. Pensai di rivolgermi addirittura alla Chiesa ma sarebbe stato davvero troppo ottuso, una mancanza di rispetto infame al mio ferreo e rigido ateismo, al mio odio totalmente razionale contro l’istituzione più dannata del mondo intero.
Ed eccolo lì, nel letto: gli occhi aperti, fissi verso il vuoto, nel nulla più assoluto.
D’improvviso la mia vita era finita. Non solo sociale, si intende, ma anche psichica e fisica. Tutto d’un tratto la famiglia gravava sulle mie spalle, addosso al figlio unico; quel figliol prodigo che prima insegnava lontano e poi era tornato perché depresso, a fare di nuovo il bambino di casa, coccolato e agiato nelle modeste ma virtuose mani dei genitori, che con tanto amore accettarono un cretino che si era licenziato da una prestigiosa università per coronare il suo sogno, a trentasei anni, di diventare “scrittore”.
Questa è la vita? Non lo so, ma di certo è la verità.
Poveracci, mio padre e mia madre. Solo che mia madre è una persona afflitta da una pena gravissima: è una malata psichiatrica.
Disturbo depressivo bipolare con tendenze borderline; una spiegazione semplice? Tende a suicidarsi spesso; no, non ha tendenze suicide, lo fa proprio. Fortunatamente, oppure no, l’abbiamo sempre ripresa per i capelli. Ebbene, pareva che anche quel male oscuro si fosse assopito fin dal mio ritorno a casa; che tutto fosse idilliaco, nella nostra parvenza di famigliola contorta ma felice, con un padre maniaco ossessivo, una madre depressa e un figlio scazzato che non ha mai saputo togliersi un sasso da una scarpa.
Poi è arrivata la bomba: papà scese le scale, si preparò una camomilla e cadde nel suo sonno profondo. Ricordo solo un particolare, certamente dettato dalla suggestione, al quale però non riuscivo a smettere di pensare con un disagio evidente: un tremito della terra, un tuono, una vibrazione; non saprei di preciso. Una scossa nella realtà che mi circondava.
Il
tonfo di papà: la lenta caduta nell’oscurità che ha risuonato dentro tutte le nostre vite, ponendovi fine.

Prima…Prima ero un professore universitario senza cattedra ma forse con un futuro, nemmeno così noioso come pensavo: facoltà di antropologia.
Sebbene avessi due lauree, storia e filosofia, scelsi di candidarmi per insegnare la cultura nativa americana, di cui mi ero da sempre appassionato aldilà dell’istruzione. A dire il vero ho sempre odiato la scuola. Fine della mia autobiografia; non serve altro per capire come avrei fronteggiato ciò che il destino teneva in serbo per me.

Tra un carico di disperazione ed un altro, perso nei meandri dell’economia domestica resa impossibile a causa della nostra situazione finanziaria disastrosa, con lo stomaco chiuso che andava avanti ad alcol e salmone affumicato in busta, distrutto e ripiegato su me stesso da tutto quello che mi stava accadendo, arrivò troppo presto la Vigilia di Natale.
Non me n’ero neanche accorto, con tutto quel che succedeva attorno a me.
Poteva bastare papà? No di certo. Di traverso si era messa pure mamma.
Una madre affetta da quel tipo di patologia poteva forse reggere stoicamente l’avvenimento capitato al marito?
Così aveva optato per togliersi la vita; ben cinque tentativi in meno di un anno. L’ultimo un mese prima, esattamente il 24 Novembre. Ripresa abbastanza bene sul piano fisiologico, al momento era ricoverata presso una struttura privata, ultimo dissanguamento monetario dell’anno, omni comprensivo di debiti e futuro rovinato.
Ma
stavolta era peggio, molto peggio.
Al
risveglio, dopo l’overdose di farmaci e il taglio dei polsi, apparentemente salva per miracolo, la sua personalità era divenuta distorta e dissociata; i suoi occhi vitrei e carichi di un odio lontano e remoto, sepolto tra le viscere dell’inconscio; i pensieri sfuggenti, impalpabili, infine distruttivi; le sue carni inspessite, incarognite; la pelle vizza; il corpo magrissimo, consumato, scheletrico; la sua essenza svanita.
Al
suo posto un animo debordante angoscia e livore, veleno e ingiuria, rancore e furia cieca.
Anche qui, avessi avuto una qualunque tipologia di fede, mi sarei affidato ad uno specialista in esorcismi; invece no, avevo ostinatamente creduto nella scienza, nel rigore razionale di una mentalità analitica seppur dinnanzi a me si fosse palesato, per la seconda volta nemmeno in un anno, l’impossibile.
Posso consolarmi: un esorcista, in quel determinato caso, non sarebbe servito a niente.
Il fenomeno inspiegabile di una persona che non è più se stessa al suo risveglio, posseduta soltanto dalle profondità delle tenebre, incatenata al nulla; un corpo vuoto ospite di un parassita lontanissimo, portatore di malvagità nel suo stato più primitivo.
Ma certo che no. E’ la sua malattia: la depressione bipolare, adesso raggiunta dall’acuirsi di un fenomeno schizofrenico più correttamente denominato disturbo dissociativo della personalità, in cui si perde di vista il proprio ego e si mostra a noi, spettatori passivi e vittime sacrificali della psichiatria tutta, il lato più torbido della paziente.
Mia madre era in uno stato alterato di coscienza dovuto al trauma immenso di mio padre, acuito enormemente dalla profonda delusione incorsa nel non aver potuto incontrare l’adorata morte perché stavolta doveva essere definitivo; un sipario dignitoso e volontario, un atto di egoismo salubre e intenso per salvare se stessi dalla vera maledizione, dal vero orrore: la vita.
Quindi, anima in pace e attivare le riserve di pazienza in modalità “infinita”, perpetrando il cruccio che mi affligge per la sola colpa di essere stato un cazzone per troppo tempo.
Fare i conti con la realtà dolorosa e piena di responsabilità che prima o poi tocca a tutti, nel più esistenzialista dei modi, come piacerebbe a Sartre e a Simone De Beauvoir.
La responsabilità è tutto, si potrebbe affermare.
Ma anche il soprannaturale ci avrebbe messo la sua dose di colpa, se di cause si può parlare; o forse, ed è più probabile, ero definitivamente impazzito io, e tutto ciò che mi sarebbe accaduto da lì a pochi minuti si riduce solo al fatto che alla fine della faccenda l’unica mente che ne uscì lacerata e compromessa fu la mia. Nient’altro che la mia; solo – unicamente – la – mia.
Tardo pomeriggio, buio come la notte fonda, saranno state le sei e mezzo; tutto era immerso in una pioggia fina, densa e compatta.
Le parole di quella donna che non era più tale furono:

“Non esisti, non sei mio figlio, sto parlando da sola.”
“Non si può provare più niente quando un figlio è defunto”.
“Dentro di me non c’è niente, solo il vuoto.”
“Se mai avrai una famiglia ti sarà maledetta, il seme malato della tua discendenza legato ad un Vincolo eterno pieno di dolore”. 

Rafforzò, rimarcò, echeggiò quasi la parola “Vincolo”, tra le quattro giallastre mura della cameretta spoglia e austera, caldissima e umida, illuminata al neon, della casa di cura.
Non mi distrusse il contenuto delle frasi, non mi frantumò il fatto di collegarle mentalmente a quella scena, che non mi usciva dalla testa, che mi compariva come un flash ad ogni battito delle palpebre: lei in salotto, in ginocchio davanti al camino, con un accendino elettrico a forma di albero di Natale, mentre brucia le mie foto da bambino, cercate per ore dentro a quel milione di scatole piene di immagini sbiadite di una vita antica sepolta da una coltre di rimorsi.
No, mi mandò in pezzi la voce: il “tono”.
Quanto sia impossibile descrivere cosa si prova quando un certo tono della voce di una persona cara cambia drasticamente, diviene irriconoscibile, risulta infine il marchio indelebile dell’odio.
Ma nemmeno si può chiamare così: si potrebbe dire che non esprimeva niente: nessun sentimento, nemmeno il peggiore.
Un vuoto frastuono che giungeva dal disumano essere celato dietro gli occhi di mia madre.
Malattia o no che fosse, avevo finito le energie.
Ne fui devastato.
Ero indebolito al punto giusto, vulnerabile, scoperto.
La mia testa si chiuse e divenne un pallone, i miei sentimenti lacerati si strapparono come una vecchia pezza di cotone indurito, ogni mio recettore implose e si chiuse come il goffo e patetico risultato di un buco nero creato male, sperso nell’infinità catartica dello spazio profondo.

Fu in quel momento, dunque, che la follia…o qualcosa di ben peggiore, prese me. 

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    Discussioni

    1. Ciao Michele, è impossibile non rimanere imprigionati in questa spirale di dolore, disperazione e sofferenza. È un racconto che ho sentito sin dentro le ossa, avvertendo intimamente ogni sensazione espressa, ed immaginando la scena finale tra madre e figlio, ho sentito tutto il vuoto che ha invaso la mente e il corpo di quest’ultimo. Un viaggio verso gli abissi: ecco cosa ho intravisto in questo primo episodio, un percorso intriso di reali sofferenze che mi hanno “vincolato” alla tua prosa vivida e carica di filosofia. Non vedo l’ora di capire davvero quale sia questo Vincolo, conoscere la verità circa questa storia, affrontare il resto del viaggio?! Un saluto, alla prossima e… piacere di averti conosciuto?!

      1. Antonino grazie davvero con tutto il cuore!
        Perdonami tu, così come chiedo perdono a tutti, per il ritardo sul tabellino di marcia nella pubblicazione del secondo episodio. Purtroppo le vicissitudini della vita e del lavoro mi prendono davvero troppo tempo e pubblicherò con un po’ di ritardo: forse, nel pensare ad una serialità precisa, mi sono sopravvalutato. Ma comunque non temere, già stasera avremo il secondo episodio, e ogni settimana, giorno più giorno meno, cercherò di andare avanti!

        Grazie mille!

      1. Buongiorno Raffaele e grazie! No, non ho utilizzato una metrica, è piuttosto “random” la poesia 🙂
        Sono felice che ti sia piaciuta, segui il resto della storia per scoprire che cosa significa quella sinistra profezia!

      2. Ti dico soltanto una cosa: sono sprofondato anch’io nell’angoscia del protagonista mentre leggevo.
        Non vedo l’ora di scoprire il seguito.

    2. Tanta roba, Michele, tanta davvero. Bravo! Più leggevo e più sprofondavo, insieme al protagonista, in questo baratro d’angoscia che hai architettato con dovizioso – terrificante – trasporto. Non so ancora qual è il significato cardine del titolo che hai dato alla serie, ma di sicuro con questo primo episodio sei stato in grado di “vincolarmi” alla storia. Ed è questo che si deve fare in primis. Attendo il prossimo episodio. 🙂

      1. Giuseppe grazie mille davvero! E’ splendido aver condiviso tali sensazioni con il lettore, mi ha realmente emozionato il tuo commento. Giovedì prossimo “Il Vincolo” svelerà altri particolari, fino al compimento! Resta sintonizzato!

    3. Ciao Michele. I veri “mostri”, quelli che la vita ci pone di fronte, sono ben più terribili di qualsiasi incubo. Sei riuscito a farmi scivolare nella pelle del tuo protagonista, forse gioca il motivo contingente, ma ho “respirato” il suo senso di impotenza. Troppo stanco per qualsiasi reazione, fosse pure la rabbia. Sono affascinata al tuo aprire le porte al mistero, al “Vincolo”. Spero di leggerti presto (magari giovedì?).

      1. Come darti torto, spesso è l’elemento autobiografico (vedi praticamente tutto il materiale di King) che risulta alla base di ogni suggestione orrorifica.
        Grazie!

    4. Ciao Michele, sono contento di rileggerti dopo tanto tempo. Questa introduzione lascia presagire una Serie che ruota attorno al dolore e, per una inspiegabile e masochistica ragione, questo genere di storie entrano in sintonia con il lettore, o almeno con me. Nei giorni scorsi hai mostrato all’interno del Gruppo una mappa, deduco quindi che c’è una struttura che va oltre la narrativa intimista (pure assai interessante) e non vedo l’ora di addentrarmi negli episodi successivi. A presto.

      1. Grazie mille Tiziano, per l’opportunità e per il tuo puntuale e acuto commento!