La mattina a Piazza Grande 

Il muretto sorregge le mie fragilità come fossero gatti passeggeri e stranieri, mentre fiotti di gente si perdono tra vicoli e botteghe, vecchie in scialli come antiche streghe, giovani donne in specchi con a braccetto uomini e amori riflessi.

Bologna vista dal basso di quella seduta è come mettersi davanti ad un binocolo gigante, la piazza si apre nelle sue distanze e gli uccelli si fanno gente passante di un cielo limpido e scoperto di nuvole.

Le Chiese si preparano alla Messa, la grande festa divina ed io ho nel cuore qualche pregheria a me vicina, di speranze e sogni che forse io per primo ho infranto e che non riesco mai a gettare nella spazzatura, le ripesco nei ricordi, nelle carezze che ora mi mancano e vedo solo attraverso gli altri.

Il sole si alza nel mezzo del cielo e il vento soffia leggero, la sciarpa bucata diventa la mia minuscola casa, mi stringo nelle spalle e la mia ombra si dipinge sulle vetrate delle botteghe del pane, un morso di fame mi si attanaglia lungo la faccia, chiudo più forte la mia giacca malconcia mentre un bambino fa viaggiare bolle di sapone nell’aria.

Quella sfera trasparente deforma la gente, dentro ad essa capelli tondi e colli storti, ma il bambino ride e dentro ci vede la meraviglia, riesco a riconoscermi in lui quando poi la bolla scoppia e finisce la magia, e la madre lo trascina via e prendono altre strade, nuove storie da colorare di sapone.

Un ragazza piena di rossetto si prepara a farselo togliere da un ragazzo poco lontano da lei e intanto incastra il tacco tra un sasso e l’altro, la distanza che li divide è minima ma a loro deve sembrare immensa.

Dall’altra parte di Piazza Grande altri due ragazzi litigano e si prendono a schiaffi, qualcuno si impiccia dei loro guai altri scuotano la testa spazientiti mentre sui san pietrini si adagiano sguardi e sorrisi, pianti e strilli, tormenti giovanili, acciacchi vecchi e speranze da bambini.

“Nina, non fare così.”

“Ma se sono incinta?”

“Ti sposo.”

“E se non lo sono?”

“Ti sposo lo stesso.”

“Davvero?”

“Davvero.”

Poi lui le prende la testa e se la mette sotto la sua spalla, nessuno dei due è realmente sincero di quell’amore, hanno paura di quello che sarà e sanno che non sono pronti, lo sanno e non posso a dirselo, ci sono amori coraggiosi, amori rischiosi e poi ci sono quelli che pensano di poter vivere sospesi tra illusioni e passioni, e sono proprio quelli gli amori peggiori.

Soffro per loro ma loro ormai abbracciati all’entrata di un caffè non avrebbero mai sofferto per me.

Un uomo in giacca e cravatta mi ha appena sgualcito il cappello con la sua scarpa, penso a chi ero e non è più ciò che spero per me.

Un donna con i capelli grigi mi supera, poi sembra tornare indietro tormentata, forse aspetta qualcuno e intanto sta in piedi, davanti a me, a farmi ombra, la sua preoccupazione diventa la mia, siamo una bozza nera lungo la strada, schizzo di carboncino sui ciottoli e pensieri ancora troppo sconvolti.

Un uomo le corre incontro, l’abbraccia, per niente malizioso, è più giovane, sarà suo figlio o suo fratello e addosso sembra avere un fardello più grosso di quello di lei.

“Alberto, ma dove sei stato?”

“Nascosto, in un vecchio albergo di periferia.”

“Ti stanno cercando tutti.”

“Lo so mamma, lo so.”

“Ma davvero l’hai ucciso tu?”

Alberto non risponde, il sole si nasconde dietro i portici, di gatti ormai ne sono rimasti pochi e la Messa è finita, la ressa riempie nuovamente l’ampiezza della piazza, qualcuno avrò avuto la sua grazia, il perdono soffocato, mentre io non riesco più a sentire se realmente Alberto quel qualcuno l’ha ammazzato.

Pizzi neri, fazzoletti stesi tra le mani, rosari sulla superficie delle borsette e i negozianti pronti di nuovo a far baccano con le loro promesse, prezzi scontati e portafogli rassicurati, qualità garantita per la cena che ogni sera ci viene servita, almeno così dicono, almeno così succede per le persone intorno a me.

Amen, ed io ho ancora fame.

Mamma e figlio riprendono il discorso.

“Che altro dovevo fare?”

“Dio, che cosa hai fatto.”

“Mamma, mi devi aiutare.”

“Come?”

Adesso entrambi mi guardano come fossi un lampo improvviso e inatteso nel loro scenario.

“Vieni, andiamo via di qua.”

Un assassino e una madre, ormai sua complice, entrano nello stesso caffè dei due innamorati di poca prima, una vita che arrivava e una vita che se n’era andata, dal cielo alla pancia e di nuovo viceversa, ed io che ogni notte dormo in una traversa diversa.

Il parroco saluta gli ultimi fedeli, si infila il giornale sotto le braccia, come una piccola baguette di cultura francese, poi se ne esce del tutto alla Chiesa, saluta la Teresa e il suo carretto dei fiori, si siede ad un tavolino, si prende un panino, il caffè e poi sceglierà fra quei tre liquori che il bar propone.

Ora, con la testa nella mia stessa traiettoria, mi saluta, mi fa cenno di andarmi a sedere accanto a lui, ma non voglio, ho fame ma non voglio parlare, voglio solo ascoltare le storie degli altri e dimenticare la mia.

I ristoranti preparano il servizio del pranzo mentre le commesse con i negozi ormai vuoti si ritoccano il trucco e aspettano il loro momento di pausa, saracinesche abbassate e voci sensuali pronte per lunghe telefonate.

Nelle case ci saranno donne che fanno le lavatrici e altre che invece gettano a terra i vestiti e innalzano le voci in gridi d’amore, bambini che non vorranno mangiare le verdure, uomini come ladri in appartamenti sfitti da anni in compagnia delle proprie amanti e l’odore del ragù che qualcuno come sempre prepara per far puzzare la piazza e la strada, e i panni appesi alle finestre.

La vita fa tristezza nelle sue abitudini, vuoti ingombranti senza novità, un’esistenza avviata che ormai non può essere cambiata, e poi c’è la mia libertà che non viene pagata da nessuno, un lusso inestimabile in cui soffrir la fame, non aver da mangiare, ma neppure moglie e padroni da cui tornare, bambini e bolle di sapone da far scoppiare.

Le commesse chiudono a chiave le vetrine, sulle loro gonne e dei gesti delicati ci sogno un poco, una carezza sarebbe troppo da sperare, ma perché non sentire che anche io potrei amare, un pensiero subito da scacciare, mentre tutta l’altra gente ormai sta per finire di fare l’amore e iniziare a mangiare.

Un gatto nero ritorna sul muretto, si getta a dormire nel mio cappello, lo seguo nel suo sogno e mi addormento con in sottofondo il suo dolce lamento.

La sera s’è fatta scura, la gente con il buio ha un po’ più di paura, e anche io, presenza invisibile del giorno, divento un’ombra più massiccia da ignorare, nessuno vuole vedere degli stracci sporchi dormire sotto il cielo, lungo il pensiero di notti che possono essere insonni solo se celate dentro le proprie case.

Nessuno vuole vedere i tormenti della solitudine quando il sole si è spento e ogni tipo di sentimento viene a chiederci il proprio conto.

Sotto le stelle di Piazza Grande sogno lenzuola bianche in cui ripulire il mio bisogno di affetto, come se potessi voltarmi e trovare il mio letto, che ormai è solo erba e sigarette spente, stelle appese e difese che si sono arrese all’umidità, al mio senso di inutilità nella vita degli altri.

“Mi scusi?”

Non capisco chi sia, cosa voglia da me.

“Scusi, è sveglio?”

“Che cosa vuole?”

“Darle questo.”

Mi porge un lungo cappotto beige, di cammello.

“Perché?”

“Ne ha più bisogno di me.”

Poi sparisce nella notte e se ne va, senza dirmi altra parola e dalla sua voce ho come l’impressione che sia Alberto, ma ho sonno, chiunque sia ormai non c’è più e nella notte gelata quella nuova specie di coperta mi avvolge la testa, mi basta per fare festa, per dirmi che la notte, per le mie ossa, è ancora troppa fredda.

Quando mi sveglio, la mattina a Piazza Grande è già cominciata da diverse ore, di nuovo le stesse scene che ormai guardo come se accadessero a rallentatore.

Mi sbroglio dal torpore con il cappotto lindo avvinghiato addosso e il cappello fuori posto, gli occhi contro il sole si aprono a scatti minuscoli, nuovi innamorati corrono per le strade e i bambini scappano via dalle madri agitate.

Infilo le mani nel cappotto e lo sguardo mi cade sul suo risvolto.

Una macchia di sangue secca diventa la trama della fodera interna, unica e particolare.

Così ora so che quell’uomo era veramente Alberto, che chiunque avesse ammazzato lo aveva fatto con quel cappotto addosso, che l’aveva dato a me per sbarazzarsene o per pagare a basso costo il mio silenzio, forse, più difficilmente, me lo aveva donato come pegno di carità per avere il mio perdono.

La vita è un baratto morale continuo, diluito e offuscato da quello più materiale e quotidiano.

Per loro, per quella gente, io sono il filtro di questi scambi, la lente sotto cui passano tutti i propri sbagli.

Amori, clandestini, assassini, bambini, io per loro sono nessuno, ma la mattina a Piazza Grande custodisco i segreti di ognuno. 

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Discussioni

  1. Sembrava di sentire la canzone in sottofondo, con sensazioni ed immagini molto bene accostate.”io per loro non sono nessuno” rimanda perfettamente a “Santi che pagano il mio pranzo non ce n’è…”
    Mi è piaciuto molto questo racconto!

  2. Ok all’inizio devo dire che un assassino mi sembrava esagerato in una scena di vite quotidiane, ma la cinica chiusura del racconto con la consegna del cappotto insanguinato consegnato al barbone come un regalo, mi ha convinto! Bel finale! E ben descritto, speriamo che il barbone avvisi la polizia… 🙂 Brava!

    1. Ciao Maria Anna 😀
      Prima di tutto grazie per avermi letta, questo è un racconto particolare, nato dal tema di dover interpretare “Piazza Grande” di Dalla, quindi la tematica doveva essere abbastanza fedele con la canzone, il pezzo dell’omicida è stato il mio andare oltre al testo letterale, ho immaginato cosa e come lui potesse vedere svariate personalità attraverso la piazza. In verità un assassino nella normalità è fin troppo reale, io volevo dargli il senso umano, non da crime di C.S.I. e riversare in esso il senso che spesso, anche le azioni meno violente e apparentemente più buone, nascondono un tornaconto personale.
      Difficile dire a fine storia cosa faranno i personaggi, ognuno ha i suoi silenzi e la sua morale da ascoltare e che non sempre sono facili da assecondare.
      Felicissima dunque che tutto questo ti sia arrivato e il racconto ti sia piaciuto!

  3. Marta è meraviglioso questo LibriCK, dentro c’è tutta la tua sensibilità e la tua capacità di incastonare trame. Quanti di noi riescono veramente a calarsi nelle vicende di chi vive ai margini? Quei pochi che ci riescono potrebbero scoprire che proprio ai margini c’è la visione d’insieme e che ogni punto di vista differente dal nostro ha qualcosa da regalarci. E grazie a te per averci regalato questa storia.

    1. Ciao Tiziano 😀
      Grazie per il meraviglioso, racconto ovviamente ispirato a “Piazza grande” di Dalla, i rimandi erano decisamente mirati alle strofe e anche oltre esse, provando ad immaginare più ampiamente le storie delle note e delle frasi. La difficoltà poteva appunto essere riuscire a estrapolare e interpretare i margini di cui tu parli, soprattutto in versione con voce al maschile a me insolita e a cui ambisco per maturare nelle descrizioni anche del sesso opposto al mio.
      Nonostante la delicatezza del tema la scena volevo si svolgesse in modo lieve, quasi ilare a tratti, e per me è stato un piacere scriverlo, non posso che essere ancora più contenta se tutto questo ti è arrivato, grazie davvero!