La musica non è mai quella giusta

A volte ti siedi di fronte al computer e pensi che dovresti fare qualcosa di grande. A volte lo pensi anche mentre sei seduto sulla tazza del cesso. In quel caso, però, di grande fai altro.

Perdi più tempo a decidere la formattazione, l’impaginazione, l’interlinea, il carattere, la grandezza, il giustificato. Perdi tempo nella forma. Poi metti la musica. Scegliere quella giusta è davvero dura.

Chissà se esiste una musica adatta…

Chissà se è la musica che tante volte porta avanti un discorso, come se fosse un adagiarsi di parole sulle onde sonore che si muovono nella stanza e che sbattono da parete a parete.

Eppure la musica non è mai quella giusta.

E rimani a pensare alla forma.

Di quanto i bordi? Come li numeri i capitoli? Numeri romani o arabi? O opti per dei titoli?

Intanto cambi la canzone perché quella precedente era troppo movimentata, meglio mettere qualcosa di più tranquillo, che accompagni alla giusta introspezione in cui ogni pseudoscrittore deve tuffarsi.

Il fatto è che dopo il tuffo rimani sempre imbrigliato in mille nastri che ti bloccano: nastri che contengono l’elenco dei caratteri di Word, altri nastri su cui sopra ci sono scritte le discografie dei tuoi gruppi preferiti. Altri nastri ancora su cui sono appuntate tutte le tue scuse, del tipo “oggi no, ho da fare”, “mi fa male la testa”, “non sono dell’umore giusto”, “ho voglia di fare altro”, “non sono in grado”.

E ti perdi ancora nella forma, nella struttura, in qualcosa che si può decidere a tavolino anche in un secondo momento. Lasciando così da parte il contenuto.

Inizio, svolgimento e fine.

Cos’altro sarà mai una storia?

Semplice, no?

Perché sembra sempre così facile eppure poi si rivela così terribilmente difficile?

Certe volte arriva la giusta inerzia e le dita si muovono finalmente libere sulla tastiera, ma poi rileggi e trovi parole senz’anima, magari belle e dal suono sinuoso, ma vuote.

E il tuffo stavolta avviene nella commiserazione, nel disprezzo di te stesso, nell’imperscrutabile vuoto interiore che accompagna le tue giornate, perché è così che ti senti: vuoto, esattamente come le parole che hai scritto.

Eppure ti dicevano che eri bravo, ti dicevano che sapevi scrivere, erano tutti impazienti di leggere il tuo primo romanzo.

Tutto questo accadeva una decina di anni fa.

Hai dato tempo al tempo, hai scritto qualcosa, ma niente di degno di nota.

Le cose che hai completato sono state poche, e i risultati scarsi.

E ti ritrovi di fronte allo schermo del tuo computer, decisamente troppo costoso per l’uso che ne fai, e ti domandi: “cosa farò da grande?”

Poi ti ricordi che l’ultima persona a cui hai detto che da grande avresti voluto fare lo scrittore ti ha risposto che sei già grande e che non sei uno scrittore.

Hai cominciato a pensare che il passaggio dalla post adolescenza alla vita adulta avviene col venir meno della frase “io da grande farò…”.

E rileggi quello che hai scritto poco sopra.

Questo eccesso di onestà e di autoanalisi ha avuto l’effetto di provocarti una sudorazione indesiderata e un forte stato d’ansia.

La musica non va bene di nuovo… però non la cambi, perché effettivamente cominci a pensare che non è colpa della musica; come effettivamente non è colpa del lavoro, degli impegni, dell’amore e del caos che esso comporta.

Cerchi di arrivare alla soluzione gradualmente, ma hai sempre amato la terapia d’urto.

La colpa è tua.

Perché il contenuto non viene fuori, e la forma rappresenta solo un modo per temporeggiare.

Eppure sei convinto di avere qualcosa da dire, ne sei sicuro nella parte più remota del tuo cervello, o forse nel cuore.

E capisci che non puoi essere uno scrittore, perché hai paura.

Ti ricordi che scrivere fa male. Fa terribilmente male. Esattamente come sta facendo male in questo momento.

È mettersi a nudo, e stare in piedi di fronte a una pistola carica puntata sulla tua tempia.

Quando decidi veramente di scrivere la pistola spara e i pezzi del tuo cervello si spargono sul pavimento sembrando cibo per gatti.

Scrivere fa male. Fa male veramente.

Scrivere veramente fa male.

Scrivere veramente fa paura.

È come se da un momento all’altro, mentre sei concentrato sulla pagina bianca virtuale, qualcuno arrivasse di soppiatto alle tue spalle e ti toccasse la spalla.

In un primo momento ti prenderebbe un colpo, ma poi saresti colto dal terrore più profondo…

perché ti ricorderesti che sei solo a casa.

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Discussioni

  1. Sono dubbi che incombono su tutti quelli che vivono, cioè ci sono davvero momenti che ci metti una vita per trovare una musica che faccia sottofondo ad un momento preciso, e dubbi che sono soprattutto parte integrante di chi scrive, non esiste modo per evitarli. Il racconto scorre come i pensieri, appositamente scomposto. Bravo.