LA NASCITA DI MAMMUT
Serie: LA STORIA DI MAMMUT E ALBERTO
- Episodio 1: VIAGGIO IN SIBERIA
- Episodio 2: LA NASCITA DI MAMMUT
STAGIONE 1
Rimasti soli, svuotammo i nostri bagagli nella stanza e organizzammo gli spazi. Nel giro di quindici minuti la casa si trasformò: i vestiti riempirono l’armadio di legno chiaro e le valigie vuote sparirono sotto il letto. L’appartamento non era grande, ma aveva tutto ciò che ci occorreva per viverci bene. Dalla finestra si potevano osservare gli alti pini che circondavano l’edificio, mentre il silenzio della sera era interrotto soltanto da un leggero venticello che faceva ondeggiare i rami. Pensai alla lunga strada percorsa per arrivare fin lì e alla nuova vita che stava per cominciare. L’emozione si mescolava a un leggero senso di inquietudine, ma la stanchezza del viaggio ebbe presto la meglio. Dopo una cena veloce, andammo a letto e per come ero stanco subito mi addormentai.
La mattina seguente mi svegliai molto presto. Dopo essermi preparato con cura e aver fatto colazione con mia moglie, mio figlio dormiva ancora, uscii di casa per cominciare il mio primo giorno di lavoro. Alle nove in punto, come concordato, mi presentai nell’ufficio del direttore. Con lui c’erano il dottor Ivanov e un altro biologo americano di nome John Forbes. Anton me li presentò entrambi e subito il direttore cominciò a chiedermi della mia esperienza maturata in India sugli elefanti asiatici. Gli raccontai alcuni dettagli della mia esperienza e dopo un po’ dissi: «Allora, questo piccolo mammut, si può vedere o no?»
«Mi dispiace dottor Olivieri, ma il piccolo mammut non è più qui», disse il direttore, «l’abbiamo spostato in un’altra sede provvista di congelatore a bassissime temperature, a circa cinquanta chilometri da qui.»
Rimasi perplesso, non riuscivo a capire di cosa mi sarei dovuto occupare.
«Ci segua, dottor Olivieri!», disse il direttore, mentre si dirigeva verso l’esterno dell’edificio con gli altri due colleghi.
Uscimmo dagli uffici ed entrammo nel cortile dell’edificio. Da lì entrammo in un grande capannone che fungeva da stalla per un’elefantessa indiana incinta.
«Dottor Olivieri, lei si dovrà occupare di questa elefantessa, e anche del piccolo che porta in grembo», disse il direttore con chiarezza.
«Non capisco… il dottor Ivanov mi disse che mi sarei dovuto occupare del piccolo mammut trovato nei ghiacciai, e invece… »
«Dottor Olivieri, non sia precipitoso. Il dottor Ivanov le ha sempre detto che lei avrebbe dovuto studiare un piccolo mammut, il resto lo ha dedotto da solo», riprese il direttore con un sorriso antipatico sulla faccia. Feci un gesto con le spalle, come per dire che non ci capivo nulla, mentre guardavo perplesso verso Anton, sperando che mi desse qualche spiegazione.
«Pierdomenico, ti spiego meglio come stanno le cose», disse Anton, «l’elefantessa a momenti partorirà un piccolo mammut. Il dottor Forbes ed io, circa ventidue mesi fa, abbiamo svolto la clonazione, impiantando nell’ovulo di questa elefantessa indiana il materiale genetico del piccolo mammut trovato nel ghiaccio, e ora sta per partorire.»
Finalmente era tutto più chiaro. Mi avvicinai all’elefantessa, le accarezzai incredulo la pancia e mi resi conto che era molto più grande del normale, sembrava quasi volerle esplodere. Non riuscivo a credere ai miei occhi, a momenti avrei visto nascere un mammut, riportato in vita dalle profondità della preistoria.
Aspettammo oltre quattro ore, ma l’elefantessa non si decideva a partorire, poi all’improvviso la vedemmo muovere freneticamente la coda, e mentre con gli occhi esprimeva una grande sofferenza per il parto, ad un tratto piegò leggermente le zampe posteriori e, dopo un faticoso travaglio, riuscì finalmente a portare alla luce il piccolo mammut. Lo vedemmo uscire dal corpo della madre e cadere a terra, ancora avvolto nel proprio sacchetto amniotico, insieme a un flusso misto di acqua e sangue. Ma qualcosa sembrava essere andato storto: il piccolo mammut non si muoveva e non respirava, sembrava morto. La madre cominciò a colpirlo a calci. Il direttore mi chiese di intervenire, ma gli spiegai che il parto degli elefanti deve avvenire con meno interferenze possibili da parte dell’uomo. Ci sono stati casi di parti assistiti dopo i quali la madre non si era più occupata del figlio, e quindi la lasciammo eseguire quelle sue manovre senza troppe interferenze. Continuava a dare calci al piccolo pachiderma lanoso e afferrandolo con la sua proboscide lo tirava su e lo rimetteva giù, continuando in quel modo per un po’, quando all’improvviso il cucciolo rinvenne e cominciò a respirare e a muoversi. Cercò di sollevarsi sulle zampe, ma sul principio non ce la faceva e ricascava giù a ogni tentativo. Ci provò diverse volte, finché riuscì finalmente a mettersi in piedi e a muovere i primi passi in questo mondo che non era il suo. Facemmo tutti un grande applauso ed esultammo dalla gioia. L’esperimento era riuscito, avevamo portato alla luce un piccolo mammut lanoso. Dopo oltre ventimila anni di sonno nei ghiacciai siberiani, attraverso l’utero di un’elefantessa indiana, il piccolo mammut trovato ibernato nei ghiacciai era ritornato a vivere nuovamente su questa Terra che nei suoi eterni giri ha visto gli antichi pachidermi estinguersi e quelli moderni prendere il loro posto. Ora erano lì, uno vicino all’altro, l’antico nato dal moderno, e insieme si prendevano gioco di anni di evoluzione.
Per quattro anni mi presi cura di quel cucciolo di mammut, registrando meticolosamente ogni fase della sua crescita. Durante quel periodo, mio figlio Alberto cresceva insieme a lui, diventando suo compagno inseparabile.
Ogni giorno giocava con lui e gli dava da mangiare delle mele di cui era ghiottissimo; ne mangiava intere casse, portandole alla bocca con la proboscide. Alberto legò amicizia con quell’animale preistorico come se fosse un animale domestico. Lo chiamava semplicemente “Mammut” e quello era diventato il suo nome. Era un gran giocherellone e da piccolo aveva già una forza incredibile. Mi preoccupava molto il modo in cui Alberto ci giocava.
A volte, mentre giocavano, Mammut avvolgeva affettuosamente la sua proboscide attorno alla testa di Alberto, come un abbraccio. Ma, in fondo, rimaneva sempre un animale preistorico, e la sua forza, anche in un gesto d’affetto, poteva rivelarsi pericolosa. Continuai ad occuparmi del piccolo mammut fino a quando compì quattro anni. Divenne molto grande e le sue zanne diventarono straordinariamente lunghe.
Serie: LA STORIA DI MAMMUT E ALBERTO
- Episodio 1: VIAGGIO IN SIBERIA
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