La notte in cui osservammo finire il mondo

La luce al neon intermittente illuminava quella sudicia porzione di soffitto consentendo di osservarne le parti più sudice che formavano quasi un mosaico di colori, dal marrone scuro al grigio chiaro. Proseguendo fino al muro l’intonaco lasciava spazio alla carta da parati verde smeraldo, o almeno un tempo doveva esserlo, che si era scollata in diversi tratti, questo doveva essere accaduto diversi anni prima poiché anche lì si notavano macchie di ogni tipo. Davanti il bagliore prodotto dalla fioca lampada sul muro placidamente sfilavano particelle di polvere di vario genere, per lo più formata da agenti inquinanti che irritavano le mucose se respirati per più di un’ora senza protezione. 

Sul lato sinistro della sala rettangolare un uomo stava appoggiato con il gomito mentre controllava un dispositivo rettangolare che emanava un bagliore pallido, il filtro della maschera anti-gas occupava buona parte della sua visuale, così da impedirgli un agile utilizzo dello schermo al suo polso; infatti la testa era inclinata in modo innaturale per consentirgli di osservare meglio. Il silenzio nella stanza era totale, nemmeno i topi che camminavano tra i muri di cartongesso osavano squittire, quasi si fosse trattato di un momento talmente solenne da non poter essere rovinato. 

Quando il campanello della porta a vetri emise il suo solito tintinnio il proprietario del bar alzò gli occhi e, aguzzando la vista tra una macchia e l’altra sulla macchina anti-gas, riuscì a scorgere una figura alta almeno un paio di metri, massiccia, con un lungo impermeabile grigio e sudicio, che avanzava a passo svelto verso il bancone. Non portava con sé nessuna arma da fuoco, il che costituiva un elemento già di per sé incredibile per il tipo di clientela che frequentava di solito quei lidi, e pareva molto agitato, le dita picchiettavano sul tubo lungo del filtro della sua maschera.
“Siete aperti?”
“Certo, come potremmo chiudere?”
“Molti hanno deciso di lasciar perdere, di fuggire chissà dove, magari poteva aver deciso di rimanere chiuso.”
“Non avrebbe senso non fare il solito in una situazione del genere, beve qualcosa?”
“Il più forte che hai” disse con un cenno della mano rivolto alle bottiglie impolverate che giacevano stanche alle spalle del proprietario; fu proprio in quel momento che l’altro notò macchie sulle mani dell’avventore, segno che da tempo la sua pelle veniva esposta alla potenza del sole, nonostante fosse del tutto vietato. 
“Va bene, vuole bere al tavolo o rimane sullo sgabello?”
“Credo che rimarrò qui: non c’è nulla da vedere di fuori, non più di quanto ce ne sia dentro.”
“Oh, dovrebbero essere già in onda” esclamò il proprietario del bar dirigendosi verso una radio talmente antiquata da funzionare ancora a valvole.

Ci volle qualche giro di manopola e diversi fruscii particolarmente fastidiosi per trovare la giusta frequenza, l’uomo l’aveva dimenticata e così fu costretto a muoversi a tentoni, alla fine la fretta era l’ultimo dei loro problemi, almeno in una situazione simile.

“… Ed ora ci colleghiamo con il nostro inviato sul luogo dell’impatto …[rumore statico]… mi senti?”
“Forte e chiaro.”
“Ci puoi descrivere la situazione in breve?”
“La folla di curiosi è stata bloccata dalla polizia con transenne e uomini in tenuta anti-sommossa pronti ad agire al minimo segno di pericolo; per ora la tensione è bassa e tutti i presenti, forze dell’ordine comprese, sono con il naso all’insù e controllano il cielo.”
“Si riesce a scorgere?”
“Assolutamente. Una macchia scura si fa sempre più grande, oramai, secondo le ultime previsioni, l’impatto dovrebbe avvenire entro dieci minuti al massimo.”
“Perfetto, ti daremo di nuovo la linea al momento giusto. Grazie.”

“Hai qualche rimpianto?” domandò il barista all’avventore che sorseggiava un liquido color ambra tramite l’apposito dispositivo che consentiva l’idratazione senza togliere la maschera.
“Forse avrei potuto uccidere qualche criminale in più quando ne avevo l’opportunità, per il resto ho fatto tutto quello che era in mio potere. E tu?”
“Avrei voluto dar da bere a più gente, la mia è una vocazione, mica un semplice mestiere, di quelli che si iniziano un lunedì, per caso, e si portano avanti tutta la vita per inerzia. Purtroppo non scegliamo noi in che momento della storia del mondo vivere, a noi è toccata la patata bollente ma, alla fine, fa niente. Anzi” disse mentre afferrava una bottiglia alle sue spalle “farò uno strappo alla regola e berrò con te, per festeggiare.”

Rimasero fermi a seguire le traiettorie della polvere nello spazio come si seguono i moti dei pianeti, quasi fosse lo spettacolo più bello del mondo, nessuno dei due ebbe nulla da dire, niente da comunicare. Quando la sirena suono per la prima volta alzarono i bicchieri e brindarono bevendo un lungo sorso, poi fu solo bianco.

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Commenti

  1. Micol Fusca

    Ciao Alessandro, ho visto il tuo racconto solo ora sbirciando nel laboratorio ucronie. Che dire, profetico! Calza alla meraviglia con il laboratorio di questo mese, ottobre, dell’asteroide. In questa storia possono essere date diverse interpretazioni sulla causa della “fine”, ma tutte lasciano l’amaro in bocca. Colpa dell’uomo o dell’Universo? Sì, come gli altri ho avvertito la rassegnazione della condizione umana, l’incredulità. Accade anche nel quotidiano, noi tutti pensiamo alla morte come un evento lontano e ci rendiamo conto del tempo perduto solo quando troppo tardi.

  2. Federico Ferrauto

    Ciao Ale. Complimenti. Il racconto ha l’atmosfera perfetta per la fine del mondo, un misto di rabbia e serena rassegnazione davanti all’inevitabile. La tensione è palpabile ma non manifesta, un mix molto ben riuscito in pochissime parole.

  3. Antonino Trovato

    Ciao Alessandro, hai davvero ricreato l’atmosfera perfetta per un evento di simili proporzioni! La tensione e il realismo del fatto da te narrato sono palpabili (nonostante il giornalista dica di no), e in essa è ben visibile la rassegnazione per un’attesa giunta al suo capolinea. Ho avvertito la normale amarezza di persone che avrebbero voluto proseguire, fare meglio, senza rimpiangere troppo il passato, e l’ultimo frammento racchiude in sé angoli pregni di intensità e poesia nonostante la semplicità dei gesti e quel silenzio carico di rumore che annichilisce. Un bel racconto davvero😁!

    1. Alessandro Proietti Post author

      Grazie, era proprio quello il messaggio: rassegnazione e anche un po’ di surrealismo. Sono contento ti sia piaciuto!