La pattuglia

Cit.

“For I dipt into the future,

for a human eye could see

saw the Vision of the world,

and all the wonder that would be;(..)”

(Lord Tennyson-“Locksley Hall”)

Per quanto io potessi sprofondare nel futuro,

per quanto occhio umano poteva vedere,

ebbi la visione del mondo,

e di tutte le meraviglie che vi sarebbero state..

La pattuglia avanzava fendendo l’aria infestata.L’Uzi di Liebermann brillava a tratti nel baluginio degli insetti.

Il fetore di marcio dell’humus colpiva le nari.

Il comandante Liebermann -alto e spigoloso- apriva la lenta marcia nella boscaglia.

Non ci si poteva orientare in quella penombra densa.

Lì come all’inferno delle loro anime.

A caccia di un fantasma.

Se mai il male fosse esistito.

Lì si sarebbe dovuto trovare.

Lo sentiva.

Liebermann aveva combattuto nelle giungle del Mekong con i Navy Seals ed in Afghanistan con gli Spetsnaz sovietici come advisor contro i Talebani.

Conosceva sempre in anticipo il nemico.

Ma questa volta era diverso. O per meglio dire più complicato.

Rifletteva.

Come nella stanza proibita di Barbablù si possono vedere cose che molti preferiscono cancellare.

Ma se si finge che qualcosa non ci sia, questa può diventare sempre più ingombrante.

Nel buio crescere.

Arriverà il momento nel quale non si potranno più chiudere gli occhi.

E quella “cosa” occuperà lo spazio,tutto.Soffocandoci.

Sì,lo sapeva.

Presto la paura li avrebbe attanagliati.

Non far conoscere.

Silenzio.

Dominare l’inquietudine prima e poi il terrore.Puro.

Chi mai nella storia era stato capace di ordinare simili atrocità?

Lavarsene le mani lorde di sangue?

Ed uscirsene puro come un bambino neonato?

Liebermann rifletteva. Quando un fruscio balzò alla sua sinistra per poi sparire.

Disperso da mille altri rumori sordi,sfrigolii.

Inconfondibili ad un esperto.

Uno dei guerrieri Guajra. Gli accompagnatori.

Doveva essere ormai l’avvio del tramonto.

In quella cappa ombrosa e fosca di chiaroscuri.

Controllò il cronometro.

Non se ne distaccava mai. Lo portava appeso con una catenella nella tasca sinistra della giubba, proprio in corrispondenza del cuore.

Regalo di suo nonno Ysttvak.

Quel nonno santo l’aveva baciato e benedetto, prima di partire, nella sua casa sul mare con il profumo delle zagare al sole.

A Tel-Aviv.

Yu-Maa, il guajra, fece un gesto.

La mano alta. Stesa in alto come in un saluto d’altri tempi.

Gli uomini in fila immobili.

Liebermann fece il cenno dell’aquila a Schlomo.

Voleva dire..guarda in giro..check-on.Clear and secure the perimeter.

Schlomo chiudeva la pattuglia.

Comprese. E tornò indietro con altri due commilitoni.

Secure the perimeter.. era il pensiero.

Yu-Maa guardava ora pensieroso il comandante.

A quel modo in tralice degli indigeni.

Senza fissarlo negli occhi.

Majdànek, il vice si avvicino da metà colonna.

-Comandante che c’è? Il punto Delta è più avanti.

..se il mio gps non è fottuto. -Aggiunse.

-Tranquillo Karl. Gli uomini erano esausti..Maledette mosche. Ci mangeranno vivi.

In quel mentre la radio di Stan Lebovski gracchiò.

-Delta, Delta qui Gamma-point rispondete..

-Roger. Gamma. Vai avanti.

-Oggetto a non più di 30 km da voi.. in avvicinamento.

Rilevazione satellite-three.

Nel mentre una voce concitata s’intromise nella comunicazione.

-Liebermann. Liebermann, maledizione.

-Colonnello Nathaniel.

-Liebermann siete fuori zona. E’ tardi. Torni indietro, maledizione.

I dati ci dicono che avete girato in tondo, nonostante il gps.

Torni indietro. Procederemo noi, domani.

In avanscoperta con l’elicottero.

-Sì..sempre che i fazendeiros non ci siano addosso prima.

-Libermann sia cauto.. e come in un frinire di grilli.. la comunicazione s’interruppe.

Yu-Maa lo guardava sempre immobile.Comprese.

Aspettarono Schlomo.. Dieci minuti che parvero infiniti.

Allora diede l’ok alla colonna.

Procedettero ora più spediti.

La guida fece un altro segno convenuto.

Si appostarono e sempre Schlomo andò di nuovo in perlustrazione.

Una radura nel folto. Un po’ di riposo prima della marcia notturna.

******

Gli uomini si erano radunati nel centro pronti ad accamparsi.

Schlomo accese il fuoco. Un fornelletto. La luce azzurrognola illuminò il buio. Facce illividite sporche di fango.

Oltre i colori ed i segnali del camouflage.

Liebermann sapeva lo scopo della missione. Era chiaro. Non i suoi uomini.

Scaldarono in un pentolino un po’ di tè e di zucchero.

Fecero in modo di non alzare la fiammella.Di mascherarla.E di stare coperti ed all’erta.

Un piccolo fornelletto.. con la dotazione di cartuccia-fuoco pronta per bollire.

A Liebe questo ricordava qualcosa del Vietnam.. con altro dispendio di mezzi.

I suoi superiori erano stati molto più economi.

L’importante tuttavia era il target.

Prendere la preda, finalmente. Una volta per tutte.

E farla finita con l’obbrobrio del brujo.

******

Il brujo. Già, non ci voleva pensare.

Prese il pacchetto dal taschino e accese la sigaretta.

Tirò su due o tre boccate..stava meglio.

L’indigeno era sempre silenzioso. Sfingeo.In attesa.

Un sibilo..Poi alcuni uomini in cerchio sul fuoco.

L’indiano fischiò forte. Un suono lungo, modulato, prolungato, assordante. Quasi una sirena umana.

Ma con un retro-suono piatto. Acuto. stringente.

Liebermann gettò via la sigaretta e diede l’ordine di difesa.

Improvvisamente due o tre uomini si accasciarono con le loro tazze di tè ancora fumanti.

I mitra lampeggiarono a ripetizione.

I suoni ovattati. Filtrati dallo sciame di mosche e zanzare.

-Fuoco..fuoco a volontà -indicava Schlomo.

Alcuni puntini neri lontani si abbatterono al suolo.

-Fuoco, fuoco ancora.

Una nebbia densa ed umida li attorniava.

Appiccicosa ed inutile.

Le nebbie dell’Ade.

Chi sarebbe stato il Caronte? Il loro traghettatore?

Oltre il limen. Oltre il limite dell’umano.

Un’ombra si avvicinava furtiva.

Schlomo la respinse con un’altra scarica del suo Uzi Carbine.

Liebermann lo benedisse.. Sempre prezioso quel ragazzo.

Estrasse la sua Deagle 360.

Le ombre ora erano due.

Un grido acutissimo li sconvolse.

Tutti.

Un grido di battaglia.

Schlomo temeva il peggio.. un attacco concentrico dei Guaranì.

Incontrò lo sguardo di Yu-Maa steso a due passi da lui. Lo interrogò con gli occhi.

L’indigeno alzò la mano di fronte a sè e poi sulla bocca e sul cuore.

Pace.

Segnale di pace.

Le ombre erano due.Nitide.

Una figura alta ed atletica e quella di un vecchio.

Un vecchio nodoso e storto si appoggiava al giovane con entrambe le mani.

Liebermann fece cenno ai suoi uomini.

-Cease fire!

Ed indicò i due.

Li lasciarono avvicinare.

******

-Meine Herren .. ein wenig Tee, bitte.

Liebermann la percepì appena. Una voce lamentosa e sottile.Come quella di un bimbo.

Cavernosa e dubitante.

Angosciata e malvagia.

-Sicher,sie kommen Herr..

Come doveva chiamarlo?

Non ci pensò più. In quel momento.

Schlomo vicino al fuoco porse un bricco di tè alla mano tremante dell’uomo.

Il comandante accese nervosamente un’altra sigaretta.

Ma la sua mano correva nervosa alla fondina ancora slacciata.

Meglio essere prudenti.

Ma è solo un vecchio -pensava.

Schlomo lo prese da canto.

-Comandante, comunicazione in codice.

Gli passò la cornetta.

-Liebermann, Liebermann ma che cazzo fate? Da soli, maledizione..

-Liebermann, Liebermann maledizione, è impazzito?

-Aspetti rinforzi..aspetti rinforzi non ingaggi il fuoco. Vi daremo copertura.

-Colonnello è qui.

-L’obiettivo?

-Sì.

-Mi ascolti Liebermann..Ne va della sicurezza sua e di quella del suo reparto.

-Lo sedi e ci attenda.

-Come sta?

-Parla.

-Damned..Non lo ascolti.

(Ad un tratto quella voce..la malìa di quella voce. Era Lui.)

-Liebermann..Liebermann che cazzo succede?

-Liebermann..Liebermann.. Non ascolti..non (La radio gracchiava)

-Liebermann

La comunicazione si spense.

Tornò al gruppo. Schlomo ascoltava. Anche due dei suoi del plotone.

Altri s’affaccendavano a coprire i due caduti.

A salvarli dagli stormi accecanti di mosche.

Sudore. Tanfo marcio. Sangue.

E quel maledetto ronzare.

-Sehr geehrte Herren..

Tempo e ricordi confusi..passavano.

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Liberamente ispirato a “The portage of San Cristòbal-“Il processo di San Cristòbal” di George Steiner.

Steiner è stato un cultore dell’uso della parola.

Per lui il linguaggio non è solo uno “strumento positivo” di comunicazione, ma anche un mezzo di distruzione, di coercizione e di propaganda.

Un ringraziamento ed un pensiero anche ad un vecchio amico per l’ispirazione tratta da alcune sue parole sopra un antico scritto sul potere evocativo dei sogni.

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